La lotta al terrore

Terrorismo all’italiana. Con la commedia di CapoTrave l’ossessione della sicurezza tocca il ridicolo di Iacopo Gardelli

www.teatro.ravennaedintorni.it, 10 novembre 2018

Uno degli effetti più tipici di una commedia ben riuscita si può rintracciare nell’esorcismo delle nostre ossessioni. Le paure più inconfessabili, quando ben rappresentate, precipitano al fondo della soluzione, si solidificano, si fanno manifeste. Allora ridiamo dei mali del secolo, ne comprendiamo l’insensatezza, riconosciamo la loro influenza subliminale nelle nostre vite. È un tentativo di neutralizzarli.

Da Aristofane a Molière, da Allen a Risi, tanta della migliore commedia prodotta in Occidente si è concentrata sul negativo per cercare di arginarlo, denunciandolo e ridicolizzandolo.

La lotta al terrore, dei biturgensi CapoTrave, s’inserisce in questo filone. La lente dello spettacolo, che ha debuttato nell’estate nel 2017, analizza la nostra ossessione per la sicurezza, la paura degli attentati che da oramai un ventennio attraversa l’Europa puntellando le barricate reazionarie dei sovranisti.

Siamo in un placido paesino della provincia italiana: un terrorista, armato con una cintura esplosiva, tiene in ostaggio una trentina di persona. In Comune, tempestati dalle chiamate di carabinieri, giornalisti e privati cittadini, tre personaggi cercano di fronteggiare la difficile situazione: la segretaria del sindaco (Gioia Salvatori), che alterna momenti di lucidità a crisi isteriche; il pavido vicesindaco (Simone Faloppa), verosimilmente progressista, che come la sinistra italiana è totalmente impreparato a fronteggiare le emergenze; un consigliere leghista logorroico e celodurista (Gabriele Paolocà), intrappolato nella sua miserevole propaganda xenofoba. Il sindaco è irreperibile, nel bel mezzo di una settimana bianca.

Costretti a una convivenza forzata fuori dall’orario lavorativo, i tre personaggi si barcamenano come meglio possono nell’emergenza, ma inesorabilmente il tentativo di rimanere lucidi fallisce. Emerge tutta la limitatezza di queste psicologie – non siamo davanti a caricature, ma piuttosto a tipi umani verosimili, nel solco della commedia all’italiana – e le piccole miserie personali si intrecciano alla tragedia che sta avvenendo fuori da quella stanza istituzionale.

Perché tutto avviene fuori in questo spettacolo; tutto avviene a insaputa dei personaggi, che si trovano così nella stessa condizione del pubblico. La realtà piomba dentro la sala comunale mediata, sotto forma di continue telefonate. Non vedremo mai il terrorista, ma solo l’effetto delle sue azioni, rifratto nell’agitazione di questi impiegatucci impreparati all’eroismo. Invece di scendere in piazza ed affrontare il problema di petto, i rappresentanti dell’istituzione si barricano nell’ufficio, arrivando a bloccare la porta con la scrivania. La realtà diventa un’allusione costante, deformata dai pregiudizi dei tre protagonisti, che si muovono al centro della sala attorniati dal pubblico come tre insetti sotto lo sguardo dell’entomologo.

Questa scelta drammaturgica di Lucia Franchi e Luca Ricci è senza dubbio vincente e libera tutta la carica comica dell’affiatato terzetto. L’ossessione claustrofobica e il precipitare inesorabile degli eventi mi ha ricordato un pezzo di Yasmina Reza di qualche anno fa, Le Dieu du carnage, portato al cinema da Polański. I due lavori sono accomunati dallo stesso gusto per il conflitto verbale, dalla “grettezza brillante” dei personaggi e dalla scrittura, piana ma verosimile.

Verosimile è la codardia del vicesindaco, che arriva a ipotizzare di travestire una testa di cuoio da sindaco per evitare il confronto diretto col terrorista; verosimile è la crisi di nervi della segreteria quando le riferiscono che i gazebo del Comune sono stati utilizzati infrangendo i regolamenti; verosimili le tirate xenofobe del consigliere d’opposizione, che condanna gli islamici perché non mangiano pane e salame come lui ma che finisce per non credere alla versione della polizia. «Impossibile che il terrorista sia il figlio del fruttivendolo», trasecola, «è un così bravo ragazzo»: battuta che compendia in poche parole la preparazione culturale media della destra italiana.

Tutto procede bene fino alle ultime battute, quando il finale tragico piomba sulla scena come un corpo estraneo. Non si mette in dubbio la scelta di far finire male lo spettacolo (tecnica usata spesso nella commedia all’italiana), quanto piuttosto la frettolosità di questo scioglimento, che lascia il pubblico spaesato.

www.teatro.persinsala.it, 11 ottobre 2018

La scena quasi non c’è: un tavolo, qualche sedia, due cactus finti e un telefono. I tre personaggi sono di quanto più tipico si possa immaginare in un piccolo (solo in un piccolo?) comune italiano: un economo qualunquista e interessato a rientrare a casa per la pausa pranzo, una segreteria ligia al regolamento, un vice-sindaco tanto prodigo di buoni principi di sinistra quanto pavido. Manca il sindaco: è a sciare e non è reperibile (agghiacciante il richiamo alle reazioni di alcuni politici nostrani anche nel recente caso del ponte Morandi). Quello che devono affrontare è molto più grande di loro: un terrorista armato e con una cintura esplosiva ha fatto irruzione nel supermercato locale e minaccia una strage.

Vuole parlare con il sindaco. Ma il sindaco, appunto, non c’è. Non vi svelo la trama, perché grazie al cielo, in questo spettacolo, La lotta al terrore, per quanto minimale, c’è anche una trama bella sostanziosa e non mancano i colpi di scena. Però vi suggerisco di non perdere questo spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci (che sono anche i creatori del bel festival di teatro Kilowatt, che si svolge ogni estate a Sansepolcro). È stato in trasferta quattro giorni al Teatro Libero di Milano, in totale ha avuto oltre 40 repliche, dalla Sicilia al Piemonte, e continuerà a girare anche nella primavera 2019. I tre attori in scena, Simone Faloppa, Gabriele Paolocà, Gioia Salvatori, se la cavano ottimamente con le piccolezze, le meschinità e l’altalenante umanità “italica”.

Se ne esce con la fastidiosa sensazione che, se accadesse una cosa del genere, al comune di Vattelapesca si comporterebbero proprio così. È grottesco, fa ridere. Ma che voglia di piangere…

La Lotta al terrore di Maria Dolores Pesce

www.dramma.it, 23 marzo 2018

Come per ogni evento della vita, anche sul terrorismo e sulla paura del terrorismo che impregna e impegna ormai da alcuni anni le società occidentali, si può costruire una commedia di buon spessore come dimostra questa breve drammaturgia. Perché mettere in commedia non è prendere sottogamba, ovvero minimizzare eventi tragici, vuol dire al contrario mostrare con un occhio forse più limpido di altri, più dell’inchiesta e anche più dell’analisi sociologica, le deformazioni che la paura produce non solo nell’animo umano ma anche e soprattutto nei suoi comportamenti e nell’espressione delle sue relazioni. Sorridere e anche ridere oltre l’ironia è un po’ scoprire e verificare una comunanza e una sovrapposizione che traslano spesso nella solidarietà che spezza luoghi comuni e maschere sociali talora annichilenti. In una località qualunque un terrorista islamico, che si scoprirà poi un giovane concittadino di seconda generazione, prende ostaggi in un supermercato e minaccia di farsi saltare in aria con una cintura esplosiva.
Ma non è questo l’oggetto della narrazione scenica, ed in questo sta la sua singolarità, la narrazione riguarda la eco che questo evento produce su tre anonimi amministratori (il vice-sindaco, la segretaria comunale ed un assessore) riuniti per caso e chiamati ad esprimere una reazione coerente all’evento e al loro ruolo.
Si innesca al contrario una commedia degli equivoci che, nel segno della fuga e della disperata ricerca del sindaco in beata vacanza, mostra un crescendo di paura e di inadeguatezza che si trascina tra paradossi e gag comiche fino all’epilogo tragico.
La drammaturgia riesce così a cogliere non solo l’incoerenza delle reazioni personali dei tre protagonisti, che recuperano quasi inconsciamente tutto l’armamentario razzista di cui è ormai condita ogni discussione su migrazioni e terrorismo, ma anche l’inadeguatezza di tutta una classe dirigente nazionale capace solo di ambire ad un presenzialismo senza alcuno spirito di servizio.
Lo spettacolo scorre così con dinamismo e fluidità, salvo cadute di ritmo per un forse eccessivo uso di pause e sospensioni, e mostra una capacità di analisi non scontata.
Tra l’altro, a dimostrazione di come la drammaturgia contemporanea riesca ad intercettare talvolta anche suo malgrado temi e problemi essenziali della nostra esistenza quotidiana, proprio in questi giorni in Francia, vicino a Carcassonne un terrorista islamico si è barricato in un supermercato provocando la morte di quattro persone..
È un lavoro ideato da Lucia Franchi e Luca Ricci. Alla prima si devono anche i costumi mentre il secondo ha curato la regia. In scena i bravi Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori con le voci off di Massimo Boncompagni, Andrea Merendelli e Irene Splendorini.
La produzione è di CapoTrave/Kilowatt/Infinito con vari sostegni e contributi. Alla sala Campana del teatro della Tosse di Genova, terzo e ultimo contributo alla rassegna “Focus sul terrore”, dal 22 al 24 marzo 2018.

La Lotta al terrore di Simone Carella

www.cheteatrochefa-roma.blogautore.repubblica.it, 21 gennaio 2018

«Panico! Assedio! Tragedia!». La polverosa quiete della provincia, che s’adagia tra i faldoni e nei rassicuranti luoghi comuni a sfondo razzista sullo straniero, è scalfita da una notizia improvvisa. In un ping-pong d’isterie telefoniche e di auricolari che s’intrecciano, si svela l’Apocalisse: un uomo è entrato nel supermercato del paese e minaccia di farsi saltare in aria con trenta ostaggi. Anche i tre protagonisti di La lotta al terrore di Lucia Franchi e Luca Ricci sono asserragliati in un non-luogo in cui il tempo è scandito da un timer e dai trilli del telefono: il vice-sindaco (Faloppa), la segretaria comunale (Salvatori) e un impiegato (Paolocà) devono gestire l’emergenza dalla sala riunioni, dettando le direttive in assenza del sindaco in settimana bianca. Ma non ne sono capaci. Diventano presto marionette in mano al Caos, all’assenza di riferimenti normativi, ideologici e visivi (non possono uscire per strada), alla Paura. Sono sotto assedio di una forza elettrica che si ciba di pregiudizi, di egoismi e infine implode in cortocircuiti umani al limite del grottesco (i tre tireranno a sorte per decidere chi andrà a parlare col terrorista).

Sollecitati dalle circostanze, i tre diversi volti della paura si svelano a poco a poco, dando sfogo a una serie di nevrosi universali, che ribollono in ciascuno di noi appena al di sotto dello strato epidermico di quiete apparente. C’è chi reagisce vomitando luoghi comuni per legittima difesa (“Io il velo non lo metto”, “…e poi vorrebbero togliere i crocifissi dalle aule”), chi tenta la via del dialogo a oltranza, chi ancora gioca la carta ambigua del pedissequo rispetto dei protocolli. I tre approcci risultano comunque fallimentari, sconfitti dalla crudeltà dell’epilogo: l’uomo si è fatto esplodere e non ci sono superstiti. Non siamo a Parigi, ma nella soporifera sala riunioni di un piccolo comune della provincia italiana. E proprio l’assenza del primo cittadino, grottescamente rappresentata dal telefono che squilla a vuoto, diviene personaggio a sé, funzionale all’inflizione di scudisciate alle ataviche inefficienze burocratiche del nostro Paese.

Al Teatro India di Roma il pubblico è disposto in cerchio attorno al tavolo dell’ufficio e può così seguire da molto, molto vicino i sospiri, le tensioni e gli sguardi carichi di angoscia dei tre alla prova del nostro primo attentato.  Sembra di fare lo slalom tra le loro orbite sgranate, in una sorta di pianosequenza tridimensionale il cui effetto finale è un bagno catartico nelle nostre impotenze morali e formali. Perché tutto crolla quando viene identificato il terrorista: il figlio del verduriere egiziano Aziz è quel che si dice un bravo ragazzo. Così, più della notizia in sé, ciò che sconvolge è che l’assassino sia “uno di noi, che ha sempre lavorato ed è nato qui”. I conti non tornano più, lo schema si è rotto e il pubblico resta sgomento proprio come i tre protagonisti.

Non resta che rifugiarsi nelle frasi fatte sul tempo, prima di confessare un secondo prima del buio che sì, più di tutto abbiamo paura di morire.

La Lotta al terrore. Come proteggersi dagli attentati di Susanna Donatelli

www.corrieredellospettacolo.net, 21 gennaio 2018

Siamo in un’epoca in cui non solo è sempre più difficile la convivenza sociale ed il lavoro per la dignità della persona e la realizzazione degli ideali della carta costituzionale, ma di tensioni culturali e migrazioni da un continente all’altro per i profughi ed i rifugiati da problemi di guerra, fame e lotte tribali. Naturalmente a questi non si può dire di no e si debbono creare ponti come sostiene il Pontefice,ma si debbono fronteggiare i terroristi che vogliono distruggere la nostra civiltà e bene dunque è stata la votazione favorevole al senato per le missioni di pace ed anti isis,come quella in Niger. Bisogna tenere alta la guardia ed a tal proposito le autorità devono garantire il bene comune dei cittadini, come ci ricorda in questi giorni il lavoro LA LOTTA AL TERRORE. La produzione CapoTrave/Kilowatt, originaria di Sansepolcro (AR), è guidata dai drammaturghi Luca Ricci e Lucia Franchi che immaginano imbarazzate e trepidanti autorità comunali con poco tempo a disposizione per sventare l’attacco isolato d’un terrorista egiziano al supermarket del paese. Il sindaco è a sciare e l’incombenza tocca al fervido vicesindaco che tiene i collegamenti al cellulare con prefetto e forze dell’ordine, correndo da una stanza all’altra e consultandosi con segretario comunale ed un impiegato,che avvertono un peso superiore alle loro forze ed invidiano la spensierata felicità del primo cittadino.Hanno paura dei giornali e cronisti televisivi che stanno arrivando per fare il colpo, insieme all’elicottero dei GIS in una frenetica tensione in cui s’accavallano provvedimenti e strategie operative,contatti telefonici, spasmodici come per la tragedia di Rigopiano di cui è ricorso l’anniversario. Intanto s’apprende che il Kamikaze è figlio del fruttivendolo egiziano della recente immigrazione che l’ha armato per il riconoscimento dei suoi diritti facendo esplodere i timori moderni delle popolazioni occidentali che sono allarmate da tali invasioni di flussi umani itineranti. Proprio questi due punti occupazione e tutela della nostra tranquillità di vita,sono i due punti secondo i sondaggi,sui quali si decideranno le prossime politiche. Le apprensioni dei cittadini sono partecipate emotivamente dagli spettatori con l’allestimento circolare della sala,tutti intorno al tavolo centrale d’emergenza in cui valuteremo razionalmente i rischi edi limiti accettabili della situazione tra tolleranza e garantismo della popolazione. Dinamici, energici ed irrequieti sono i protagonisti di questo stanamento del bombarolo Eiade, figlio di Aziz, che si concluderà con l’inevitabile tragedia umana. Bravi sono gli irrisolti e contradditori: Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori, che saranno al centro dell’attenzione fino a domenica.

Una Lotta al terrore in scena per riflettere sulla diversità e le sue possibili minacce di Maresa Palmacci

www.recensito.net, 18 gennaio 2018

Si respira da vicino quella gelida paura che pervade l’anima e la mente, quando giunge la voce di un attacco estremistico, nello spettacolo “La lotta al terrore” di Luca Ricci e Lucia Franchi.
La scena, trasformata in un ufficio comunale di provincia, viene invasa dalla notizia di un assalto terroristico in un supermercato, dove un uomo di origine probabilmente islamica ha preso in ostaggio diverse persone. Intorno ad un tavolo si agitano il vice sindaco, un impiegato e una segretaria comunale, intenti nella frenetica ricerca del sindaco, assente e impegnato in una vacanza sulla neve. L’aula comunale ben presto diventa in un bunker, un rifugio in cui i tre cercano protezione dalla realtà e dallo spaventoso mondo esterno, che li circonda.
Si barricano dentro, come se chiudersi volesse dire evadere, eppure le continue telefonate li riportano alla dura e tremenda realtà e alle responsabilità dalle quali non possono sfuggire. Nel tentativo di fronteggiare l’incombente pericolo, con un ritmo concitato e a volte grottesco, emergono i pensieri dei tre, che rispecchiano le idee e i luoghi comuni della maggior parte della nostra società contemporanea. L’impiegato espone la sua teoria razzista , giustificandola con l’impossibilità degli stranieri di adattarsi al paese degli altri, e urla il suo odio nei confronti degli immigrati che non possono sopportare il freddo di questa nazione, la segretaria si maschera dietro la facciata delle rigide regole burocratiche, mentre il vice sindaco mostra la sua comprensione mista a viltà. Sono sconvolti, come attraversati da una scossa di terremoto, forse anche peggio, perché il terremoto non è colpa di nessuno, invece qui un colpevole c’è, e a sorpresa, risulta essere il figlio di Aziz, il fruttivendolo egiziano del paese, un ragazzo considerato uno di loro, che ora vuole parlare con il sindaco, minacciando una strage. L’irrepetibilità del primo cittadino, fa sì che a dover andare sia uno di loro. Proprio in questa circostanza i personaggi dimostrano la propria fragilità e la propria paura, incapaci di avere il coraggio di guardare negli occhi un ragazzo disperato, quel diverso che poi tanto diverso non è. Dopo la decisione di affidarsi alla sorte, sarà proprio il destino ad aver in serbo per loro un finale drammaticamente diverso.
Luca Ricci e Lucia Franchi compongono un testo che affronta le attualissime tematiche dell’intolleranza razziale, delle convinzioni religiose e sociali, delle paure che si hanno nei confronti dell’estraneo, dello straniero, del diverso, trasponendolo in una dimensione così reale, ma allo stesso tempo irreale, in cui la drammaticità si tinge di comicità. L’incubo del terrorismo approda per la prima volta a teatro in una maniera originale, con un’unità di tempo e spazio in cui l’atmosfera si fa sempre più tesa e in cui i pensieri dei protagonisti e le loro talvolta improbabili azioni spezzano e alleggeriscono la tensione. Mentre l’orologio segna lo scorrere dei minuti, in quella bella giornata come tante, all’improvviso accade qualcosa che fa crollare ogni certezza, ogni stabilità, ogni convinzione, scatenando un umanissimo panico. Un’ora in cui si combatte una lotta al terrore con armi inconsuete. Una guerra purtroppo fallimentare, che lascia tristezza, sgomento, sensi di colpa, o forse solo indifferenza. Passato il terremoto , tutto sembra tornare come prima e allora si può parlare del tempo e della vita di tutti i giorni.
Uno spettacolo potente nella sua leggerezza, che con semplicità offre spunti di riflessione, grazie anche alle tre diverse personalità in scena, ben interpretate da Simone Faloppa, Gabriele Paolocà, Gioia Salvatori, ognuna con i suoi pensieri e punti di vista, nei quali potersi ritrovare. Una realtà che ci tocca da vicino e che ci dimostra le possibili reazioni che potrebbero scaturire da un attacco proveniente da parte di colui che ormai è considerato parte di una comunità.

Wonderland Festival. I linguaggi del contemporaneo di Emilio Nigro

www.paneacquaculture.net, 24 dicembre 2017

(…) Il tema del terrorismo è affrontato in diverse sembianze anche dalla compagnia CapoTrave, con La lotta al terrore dinamico lavoro di parola e di “battaille” attoriale in cui la vicenda si “vede” per trasposizione dialettica, per una drammaturgia efficace nel sostenere ritmi e contenuti, per una notevole prestazione dei tre attori in spazio minimale, dove i pochi segni sono da didascalia non citata (soluzione gradevolissima) a dare suggerimento e non invadere. Un attacco terroristico in corso e tre burocrati (impiegato, vicesindaco e segretario comunale) elaborano soluzioni di difesa o grottesca contrapposizione. Restituita la concitazione dichiarata.
Interessante, la relazione ricreata dal dinamismo recitativo e di situazioni. Lasciando guardare le ombre e i doppi delle personalità svelate per smascheramento da circostanza. Quindi efficace il modus strutturale, le manovre di regia a lucidare i contorni delle dinamiche e qualità attoriali. (…)

La lotta al terrore di Laura Bevione

Hystrio, ottobre-dicembre 2017

Vice-sindaco, segretaria comunale, impiegato: tre rappresentanti dello stato alle prese con una situazione d’emergenza, una circostanza di fatale attualità. Un giovane, figlio del fruttivendolo egiziano, ha “attaccato” un supermarket, prendendo vari ostaggi e minacciando una strage. Il sindaco è lontano, in vacanza a sciare, e i tre non sanno come affrontare il tragico frangente: la segretaria si richiama a procedure standard e regolamenti; l’impiegato ribadisce le proprie limitatissime responsabilità mentre il vice-sindaco traccheggia. I tre incarnano anche altrettanti, contrastanti, modi di confrontarsi con la realtà del terrorismo islamico: i pregiudizi dell’impiegato, rappresentante di quell’italiano “medio” nutrito di scontati ma solidi cliché; il buonismo politicamente corretto del politico; l’adesione totale alla burocrazia che sottrae alla segretaria la responsabilità di scegliere. Il procedere incalzante degli eventi ovviamente condurrà ciascuno dei tre a modificare anche radicalmente il proprio punto di vista, così che il pragmatismo dell’impiegato apparirà più saggio e “avanzato” della tolleranza di prammatica del vice-sindaco. In un ufficio comunale – tavolo rotondo e varie poltroncine, utilizzati anche per costruire improvvisate “barricate”, e un grosso cactus – si consuma l’attesa di una telefonata – c’è un apparecchio bianco in bella evidenza – che possa risolvere in qualche modo la situazione che, come previsto, si conclude in tragedia. Franchi e Ricci mantengono il loro spettacolo – generosamente interpretato dall’inedito trio Faloppa-Paolocà-Salvatori – in periglioso equilibrio fra naturalismo e grottesco – il succitato cactus, i momenti di tenera ed estemporanea familiarità fra impiegato e segretaria – consapevoli dell’infiammabilità della materia trattata. Un tema di scottante attualità, appunto, che richiede quella “giusta distanza” impossibile se si adotta un’impostazione naturalistica ma accessibile se si sceglie un approccio grottesco, quale quello che gli autori adottano, anche se, a tratti, un po’ troppo timidamente.

La lotta al terrore di Andrea Pietrantoni

Sipario, n°807-808-809, settembre 2017

(…) Il programma del giorno seguente ci propone, in orario serale, La lotta al terrore della compagnia CapoTrave. Un impiegato, il vice sindaco e il segretario comunale sono alle prese con un attentatore asserragliato in un negozio di un paese di provincia. La situazione, a rischio, per essere affrontata richiede responsabilità che nessuno vuole prendersi. Sarà una telefonata a decidere chi dovrà risolvere il problema. La drammaturgia di Lucia Franchi e Luca Ricci affronta le nostre attualissime paure, facendoci riflettere sulle diverse visioni del mondo che ci suggerisce la battuta di un’attrice: “La verità è complicata, non è mai assoluta”. La regia innovativa dello stesso Ricci aggiunge suspence all’impianto narrativo: le uscite di emergenza e il grande finestrone del teatro sono parte della scenografia, diventando, nel primo caso, una via di fuga e, nel secondo, punto strategico di osservazione degli eventi per i personaggi, terrorizzati, rinchiusi nell’ufficio. Il rumore delle porte battenti e le barricate costruite con le sedie aggiungono realismo a una rappresentazione, davvero unica, che cattura il pubblico grazie all’energia e alla tensione emotiva degli attori. Anche noi, piacevolmente inquieti, ci siamo sentiti un po’ in ostaggio.

In antitesi a quello precedente è lo spettacolo che segue… (…)

La lotta al terrore di Michele Di Donato

www.ilpickwick.it, 9 agosto 2017

Produzione “di casa”, debutta al Kilowatt Festival, La lotta al terrore, di Lucia Franchi e Luca Ricci. E’ una drammaturgia semplice e lineare nella sua composizione – come dichiara già dal titolo – e s’appoggia salda sulle capacità recitative di tre attori che in scena conferiscono spessore ad una vicenda che dà forma ad una di quelle paure che più si sta radicando nel nostro tempo: lo spauracchio del terrorismo s’insinua con la prepotenza della psicosi in un ufficio comunale in cui, assente il sindaco, sono chiamati a far fronte ad un’emergenza inaspettata il suo vice (Simone Faloppa), il segretario municipale (Gioia Salvatori) ed un impiegato comunale (Gabriele Paolocà).
La situazione di tensione montante, scandita dallo scorrere del tempo su un display a vista e circoscritta all’angustia di uno spazio chiuso, s’impossessa dei tre personaggi, i quali incarnano altrettante polarizzazioni comuni nel modo di porsi verso l’estraneo: rinchiusi in un ambiente circoscritto (la casa comunale), privi di una guida a cui delegare le decisioni (il sindaco è in vacanza ed è irraggiungibile al telefono), i tre protagonisti instaurano tra loro un rapporto concitato e a tratti conflittuale in cui i nervi si fanno tesi ed emergono le divergenze ideologiche: c’è chi mette al centro il problema in sé (il vicesindaco), c’è chi fa fuoriuscire sull’onda emotiva degli eventi tutta la propria intolleranza venata di xenofobia,  fatta di pregiudizi e luoghi comuni (“turchi, arabi, è lo stesso”, “ognuno deve vivere nel proprio Paese” e via dicendo – l’impiegato comunale), e chi invece antepone a qualsiasi scelta e decisione le questioni formali e i protocolli giuridici (il segretario comunale). In tutti domina comunque un senso di spaesamento, un’incapacità palese di fronteggiare l’emergenza, oltreché un senso di inadeguatezza che li vede tentare di sottrarsi a turno alle responsabilità. Il senso di tensione è acuito dalla concezione dello spazio, sviluppato in profondità e attraversato in tutta la sua ampiezza dagli attori, che debordano frenetici anche oltre scena; il meccanismo scenico procede a buon ritmo, tenendo viva la tensione fino all’epilogo, in cui il consumarsi del dramma darà la stura ulteriore alle paure alimentate dalla situazione emergenziale.
Lavoro onesto e “quadrato” che le interpretazioni dei tre attori contribuiscono ad elevare di livello, La lotta al terrore dedica uno sguardo oggettivo e antiretorico allo stato delle cose, descrivendo con plausibile realismo quel che sta accadendo nella nostra società di fronte ad un pericolo, più vero o più presunto è difficile stabilirlo, ma che comunque s’è insinuato nel nostro contesto e nel nostro immaginario veicolando reazioni disparate e contrapposte. Contrapposizioni tra chi è dentro e chi è fuori che simbolicamente si evincono dalla messinscena che rinchiude da un lato i protagonisti in uno spazio interno e dall’altro confina l’estraneità e il pericolo all’esterno, significativamente indicato da una porta finestra a fondo scena che s’affaccia fuori dall’edificio e significativamente evocato dal telefono in centro scena che rappresenta il diaframma fra la dimensione chiusa e claustrofobica dell’interno e ciò che invece accade all’esterno.
Uno sguardo, quello di La lotta al terrore, che sembra mostrare come il sentimento del terrore sia stato capace di rinfocolare la logica dell’homo homini lupus, persino verso chi ci è più vicino.

La normalità mostruosa di Rodolfo Di Gianmarco

La Repubblica, 23 luglio 2017

Nella piatta banalità dell’ufficio comunale d’una provincia italiana arriva l’allarme dei carabinieri in merito alla minaccia armata d’un giovane arabo sequestratore di ostaggi nel supermercato. Una grana micidiale, un motivo di panico che non giunge dall’esterno, da lontano, dai media. Stavolta il male colpisce in casa. Mette alla prova una nostra immediata reattività “La lotta al terrore” di Lucia Franchi e del regista Luca Ricci, lavoro della compagnia CapoTrave al Kilowatt Festival di Sansepolcro, dove il tema di quest’anno, ispirato a un libro di Ernst Bloch, è “Il principio speranza”. Anche se la vicenda ha aspetti di inadeguatezza gogoliana delle istituzioni, anche se il vicesindaco, l’impiegato e la segretaria sono le mediocri vittime d’un attacco sferrato a un centro commerciale, gli autori hanno in mente “L’uomo in rivolta” di Albert Camus in cui la rivoluzione metafisica giustificherebbe arbitrio e crimine contro una società asservitrice. Solo che qui, in scena, in questo testo-parabola sulla paura, il trio che opera nella burocrazia d’un comune non ha anticorpi da opporre alla violenza. Agisce e reagisce come in una drammaturgia insensata di Ionesco. Il più allucinante è il sindaco, figura irraggiungibile, in vacanza.  Il vicesindaco (Simone Faloppa) maneggia un cellulare che crea uno schermo difensivo di contatti. L’impiegato (Gabriele Paolocà) alterna moralismo e ignavia. La segretaria (Gioia Salvatori) amministra manie di conformità, razzismi e cedimenti ambigui. La terna ha a che fare con ordinanze pubbliche, barricate in camera di consiglio, sos per il fucile del kidpnapper (cui s’attribuisce anche una cintura esplosiva) che chiede di trattare con la contumace prima autorità del paese, derivandone un sorteggio per decidere chi debba parlamentare con lui. Finché si scoprirà che l’islamico asserragliato è figlio del fruttivendolo egiziano del posto. E dopo incubi e silenzi nell’aria graverà l’ombra seria d’un fatto compiuto, appena s’accenna a un lutto cittadino. Ma tutto rischia di tornare come prima, nella mostruosità della normalità. Ben scritto, diretto, interpretato. Con spazi per sorrisi che svaniscono.

CapoTrave/Kilowatt: la speranza non ha paura di morire di Lucia Medri

www.teatroecritica.net, 21 luglio 2017

 

Capotrave/Kilowatt presenta La lotta al terrore in prima assoluta al Teatro alla Misericordia di Sansepolcro durante la quindicesima edizione del festival. Una riflessione

 

Ispirandosi all’opera più importante del filosofo marxista Ernst Bloch, “Il principio speranza”, i due direttori artistici Luca Ricci e Lucia Franchi compongono una programmazione (che ha ottenuto il riconoscimento EFFE 2017-2018 – Europe for Festivals, Festivals for Europe) i cui eventi sono legati insieme dall’idea di speranza fattiva, da costruire quotidianamente fino a renderla agibile nel presente.

Proprio in circostanze simili – in cui il lavoro si catalizza attorno a una progettualità artistica che vuole innanzitutto essere pensiero dialettico e umanistico rivolto ai bisogni di una comunità – ci si ricorda di quanto sperare stia a indicare l’attesa paziente che accompagna la finalizzazione di un obiettivo (non è un caso che “aspettare” in spagnolo si traduca in “esperar”). La contingenza dell’oggi ci costringe inevitabilmente all’attesa di un tempo che si vorrebbe migliore (ma poi davvero sono mai esistiti tempi migliori?), privo dell’ansia da attacchi terroristici, o malattie, o catastrofi. Ciononostante se spostiamo l’attenzione dall’esterno internazionale verso l’interno individuale, ci accorgeremmo che la vera battaglia da giocare è con noi stessi. Questo è il nodo drammaturgico che riassume lo spettacolo “La lotta al terrore” presentato in prima assoluta dalla compagnia CapoTrave. Insieme agli attori Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori, è andata in scena al Teatro alla Misericordia, questa riflessione situazionista e dalla tendenza naturalista attorno alla nevrosi della contemporaneità: l’altro, nello specifico il terrore, musulmano. Senza troppa retorica e con schiettezza è lo stesso Luca Ricci, regista e autore insieme a Lucia Franchi, a ribadire l’estrema banalità del titolo, un refrain piuttosto abusato tanto da essere svuotato del suo significato. Lo spettacolo si interroga proprio sui luoghi comuni, le frasi fatte e recitate, usate al fine di poterne svelare tutta la retorica e l’inutilità. «È un tema complesso e siamo consapevoli di muoverci su di un crinale scivoloso ma ci interessava dimostrare la totale, e umana, inadeguatezza nell’affrontare questo tempo». Il palco è squintato e la sala tutta è sfruttata modularmente dagli attori che si muovono in più ambienti (escono fuori passando dall’uscita di emergenza, attraversano la platea, si affacciano al balcone). Distinguiamo scenicamente due precisi spazi: un dentro, la sala riunioni comunale coi tre protagonisti gravitanti attorno a un tavolo circolare sul quale è posto un telefono, un orologio digitale con la funzione di cronometro a segnare i 60 minuti dello spettacolo come fosse una bomba a orologeria, e un cactus enorme. Fuori, il mondo: il figlio del fruttivendolo arabo è responsabile di un attacco terroristico al supermercato vicino la sede del Comune. Lo spettatore è subito scaraventato in medias res nell’emergenza del fatto, tanto da non capire quali siano i ruoli distinti dei tre attori in scena in quanto, soprattutto nella prima parte, la scrittura è talmente concitata da tralasciare alcuni dettagli narrativi e descrittivi. Il vicesindaco (Faloppa), l’impiegato (Paolocà) e la segretaria (Salvatori) dimostreranno allo spettatore, restituendone abilmente la temperatura, il caso di una situazione in cui nessuno degli astanti è in grado di prendersi la responsabilità, né delle proprie azioni né tantomeno di quelle degli altri, poiché imprevedibili e deliranti. Come anticipato, se la scrittura è articolata volutamente sull’accentuazione della stereotipia, è grazie ai tre interpreti che il lavoro sulla relazione fatto in un mese di residenza esplicita la sua accurata stratificazione. I toni drammatici si alternano a momenti ironici, nei quali alla formalità di registro si sovrappone quell’isterismo tipico di chi è costretto, per sopravvivere, a deviare verso l’assurdo e il non sense.

I concetti chiave coi quali leggere il lavoro, ci spiega il regista, ruotano attorno a questioni relative la paura, la responsabilità e la sfiducia nell’autorità, in questa occasione distante e menefreghista che risponderà troppo tardi al telefono, e inutilmente. Il telefono inoltre viene indicato da Ricci come rappresentante il quarto personaggio, quello che scandisce il tempo costituendo uno spettacolo sempre a rimessa, che parte, si arresta e poi ricomincia; lettura drammaturgica non ravvisabile però dalla platea che sembrerebbe avere invece la sensazione di un unico e magmatico tempo dell’angoscia. «Abbiamo lavorato cercando di spingere sull’elemento relazionale, aspetto che più ci interessava, e l’abbiamo fatto aprendoci verso la sensibilità intellettiva degli attori scelti, non imponendo una nostra visione registica chiusa e già pronta». Il trio è costituito infatti da attori/autori abili nell’incarnare con la propria riconoscibile natura, una scrittura in alcuni momenti complessa e poco adatta alla recitazione perché attaccata alla letterarietà del testo. Oltre all’esplicito riferimento al Candide di Voltaire e alla necessità di «coltivare il proprio giardino», ve ne sono altri che Ricci definisce poeticamente «in controluce» come “L’uomo in rivolta” di Albert Camus e “L’ispettore generale” di Gogol’. Il punto di vista de La lotta al terrore sembra essere consapevolmente parziale nell’analisi della nostra contemporaneità: manca l’elaborazione critica perché privata di una necessaria distanza dai fatti, ancora troppo vividi perché antropologicamente e socialmente dinamici.

Per Kilowatt Festival costruire la speranza è un principio. L’inizio di un percorso fattibile e concreto, articolato in passi più o meno grandi, a testimoniare l’andamento di un processo in divenire. Ma si deve avere consapevolezza del punto di partenza, della polvere, del vuoto e del terrore, che ci fa contare i morti, che ci fa trovare il coraggio di dire «Ho paura di morire», che è la battuta con cui si chiude “La lotta al terrore”. Solo così, attraverso “l’inutile” sforzo di Sisifo, l’ottimismo militante di cui parla Bloch può diventare approccio critico all’esistente, e salvaguardarci.

La lotta al terrore di Luciano Uggé

www.arttalks.com, 19 luglio 2017

 

Debutto nazionale per il nuovo spettacolo di Luca Ricci nella terza giornata di Kilowatt.

 

Alle 20.30, al Teatro della Misericordia di Sansepolcro, si assiste alla prima assoluta di La lotta al terrore – scritto a quattro mani da Lucia Franchi e Luca Ricci.
Un’intromissione nell’ordinario quotidiano del fenomeno terroristico, messo in scena analizzandone gli effetti che produce, ad esempio, in una stanza di un qualsiasi municipio italiano. Ciò che, in una condizione normale, sembrerebbe ragionevolmente possibile viene meno, sconvolto e condizionato dall’incalzare degli avvenimenti. Presenti il vicesindaco, il segretario (donna) e un impiegato (mentre il sindaco è a sciare in montagna), asserragliati in una stanza spoglia – con un tavolo, sei sedie, due piante e un telefono (oggetto che, di volta in volta, si trasforma in strumento di speranza o di terrore).
La vicenda si srotola in un’ora esatta con il vicesindaco che si dimentica di essere la più alta figura in carica, e la burocrazia che, anche in questi tragici momenti, manifesta la sua grottesca presenza. Il padre dell’attentatore è un conoscente dei presenti, una persona per bene – così come il figlio che, prima d’ora, non aveva mai creato problemi. Mentre il pubblico, presente – dato che le luci rimangono accese in sala – è, comunque, solo spettatore degli avvenimenti. E oltre la quarta parete, che c’è e non c’è, una scenografia scarna fa ricadere sulle spalle degli attori/trice tutto il peso dello spettacolo.
Lo spettacolo sembra avallare l’idea che siamo tutti bersagli, impossibilitati a difenderci. Ma emerge anche la paura comune a molti dell’altro da sé che, da un momento all’altro, può trasformarsi in un terribile incubo. Un tema complesso che è, in parte, sdrammatizzato dalla comicità di certi comportamenti e battute fino alla prevedibile, tragica conclusione.

La lotta al terrore – una giornata pirotecnica al Kilowatt Festival di Simona Frigerio

www.persinsala.it, 18 luglio 2017

 

Il Festival di Sansepolcro si accende con il debutto nazionale di La lotta al terrore

 

Sold out per la prima assoluta della nuova produzione di CapoTrave, con testo di Lucia Franchi e Luca Ricci ( che firma anche la regia).
Ci troviamo in un Comune italiano in stato di emergenza: un terrorista è entrato in un supermercato e sta tenendo in ostaggio personale e clienti. La minaccia è che si faccia esplodere, la richiesta di parlare con il sindaco. Le istituzioni però latitano, i tre impiegati comunali (di cui uno è il vicesindaco) sciorinano luoghi comuni tra momenti di panico e tentativi di analisi. La situazione, credibilmente fotografata quasi come una ripresa dal vivo, si fa via via più cupa. Il finale è tristemente prevedibile ma vi si giunge tra tentativi di sdrammatizzare e accenti surreali.
Si sorride e si attende l’esito, si scopre che il nemico non è alle porte ma dentro casa, che ha un volto e un nome che conosciamo bene, e ragioni che ci sfuggono tra scoppi demagogici e buonismi di ritorno.
La realtà, purtroppo, è ben rappresentata in questo ritratto di tre persone normali, comuni, che non riescono nemmeno a scalfire le profondità di una crisi ormai mondiale che ci sta scoppiando in mano, come quella bomba, la cui miccia è stata accesa con la prima invasione dell’Iraq, mentre il nostro Paese dimenticava l’articolo 11 della Costituzione, che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Da allora l’Europa è in guerra, anche se – visti i mezzi in campo – ce ne accorgiamo solo quando scoppia una bomba o c’è un attentato suicida.
Interessante, quindi, il lavoro di CapoTrave, ma proprio per la sua urgenza, per la scelta di un’ambientazione scarna e verisimile (due piante artificiali, alcuni neon, un tavolo con delle sedie) e di tenere le luci accese in sala (così come di far muovere gli attori in mezzo al pubblico), avrebbe avuto bisogno dell’interazione con gli spettatori. Spettatori presenti, magari, a una seduta del Consiglio comunale che si sarebbero trovati davvero, e in prima persona, a vivere una situazione d’emergenza che, purtroppo, potrebbe ripetersi anche qui, a Sansepolcro, domani.