Piccola Patria

Piccola Patria: identità e alterità di Mailè Orsi

teatro.persinsala.it, 19 agosto 2019

Con Piccola Patria di Capotrave si scava sotto l’apparenza della politica. È davvero questa la politica oggi? Ed è quella che vogliamo per il futuro?
Patria: territorio, cuore, identificazione. Sicurezza, confine, identità, differenza. Dentro e fuori. Dentro=sicuro v/ fuori=pericoloso. Dicotomie a cui siamo avvezzi.
Ma cosa significa patria? Si legge in Treccani: “il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni”.
Quando la patria è piccola cambiano le dinamiche? Gli interessi in gioco sono a loro volta più “piccoli”? Questa Piccola Patria è specchio della Grande. Per il suo personaggio fondamentale, il futuro presidente, modellato su un tipico rappresentante della destra – negli atteggiamenti, nelle pseudo argomentazioni e anche nella mimica. Per il modo in cui riflette l’atmosfera politica dell’Italia di oggi, non solo nel contenuto dei discorsi, ma soprattutto nello stile, nel tono. Uno Stato di provincia in cui il concetto di bene pubblico semplicemente non si pone. Concetto scolastico, ricordo lontano solo di qualche testo di filosofia, di storia o addirittura letterario, ma assente nel mondo di oggi – miscuglio ormai inestricabile di mediatico e reale, privato e pubblico, anche nella stessa tempra morale dei suoi protagonisti.
Questa Piccola Patria è la terra dove l’ego si dibatte e cerca la vittoria, dove le idee assurde che solo dieci anni prima sarebbero sembrate uno scherzo diventano concrete e vincenti, dove le dinamiche personali, familiari e private si mescolano e turbano il vivere comune (e in cui le tragedie non servono a diventare più maturi e coscienti di sé, ma solo a nascondersi meglio). È la patria “delle fratture” in un domino dove, caduta una tessera, inizia a crollare anche il resto. Almeno finché la menzogna non viene a tamponare il danno. Dove non c’è ideale ma solo un reale da tenere sotto controllo e da trattenere sotto la superficie ben curata delle proprie convinzioni, di ciò che si vuole credere di sé e far credere agli altri.
Nella costruzione drammaturgica lo spettacolo si ispira a una storia vera, quella di Cospaia, piccolo centro fra Umbria e Toscana che, dal 1440 al 1826, per un errore nel tracciamento dei confini fu Repubblica indipendente. Dal punto di vista strutturale, è un treno che corre, una macchina narrativa che tiene avvinto il pubblico. Dove il lato politico è il mare in cui è immersa la storia (un mare che può essere più o meno percepito, a seconda della diversa sensibilità di ognuno e delle proprie vicende personali) e in cui le fratture del vissuto privato sono anche quelle delle vicende politiche. Quindi, se da un lato l’immedesimazione è molto forte, dall’altro la storia personale (elemento trainante della macchina narrativa) inquina quel poco di ideale che avrebbe potuto esserci. Tutto ciò è evidente nel personaggio dell’antagonista, Lorenzo, un non più giovane ribelle di sinistra: nel momento in cui ammette di essersi finalmente sentito potente anche lui – quando ai suoi tempi si era accorto di aver fatto ridere Caterina, e di averla in qualche modo conquistata – la sua posizione, le sue idee, la sua battaglia perdono ogni valore, lasciando solo una persona desiderosa di riscatto personale e fatalmente sconfitta.
Colpisce, però, come un pugno quello schiaffo finale alla verità: ecco in scena il senso della democrazia (il male minore per Popper) in quel due-contro-uno che basta a nascondere la verità, quel “banale” gioco di forza in cui non vince chi ha le idee migliori (anche se ci fossero) ma solo la maggioranza, una maggioranza che mente a se stessa e al mondo.

La piccola patria dei compromessi di Carlo Francesco Conti

La Stampa, 29 giugno 2019

É realistico, anche se con un forte richiamo metaforico, il dramma “Piccola patria” di Lucia Franchi e Luca Ricci, interpretato da Simone Faloppa. Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori.
La vicenda si svolge in un seggio elettorale, in occasione del referendum per sancire l’autonomia dall’Italia di un paesino toscano (gli autori si sono ispirati alla vicenda della Repubblica di Cospaia, fra Toscana e Umbria, indipendente dal 1440 al 1826, per un errore geografico). E’ però una vicenda in cui si sovrappongono le posizioni sovraniste/autonomiste e quelle unitarie, tali da dividere famiglie e incrinare amicizie. Nello scontro ideologico attuale si inserisce il dramma di un passato troppo lontano segnato dal terrorismo che a sua volta ha diviso le famiglie.
Qui la famiglia è metafora dell’Italia, che cova in sé dissidi e cerca di rimuovere le colpe del passato, senza riuscirci bene. O meglio, approdando alle soluzioni tipiche della politica italiana degli aggiustamenti ipocriti e dei compromessi che finiscono per coprire i mandanti, in qualche modo connessi con il potere, e lasciare gli esecutori alle prese con problemi di coscienza destinati a generare rabbia e restare senza risposta. Perché comunque si deve sopravvivere anche in una piccola patria.