Piccola Patria

Piccola Patria – La Politica, la Famiglia e l’Individuo di Andrea Pierantoni

sipario.it, 13 novembre 2019

Un seggio elettorale è la costruzione scenica avanguardistica (il pubblico siede sui due lati della sala) in cui si dipana la storia scritta a quattro mani da Lucia Franchi e Luca Ricci, ispirata a fatti realmente accaduti. Un luogo, non specificato, è sede di spinte politiche di stampo autonomista che trovano riscontro in molti dei suoi abitanti. Un referendum è indetto per promuovere o bocciare le voglie di indipendenza. Tre personaggi (interpretati da Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori) si incontrano al seggio. Un ragazzo, sua sorella e l’ex amante di questa. Il primo è favorevole all’indipendenza, gli altri due no. Proprio loro due che sono stati artefici, tempo prima in occasione dello stesso referendum, di un incendio a una scuola, in cui un ragazzo perse la vita. Per i tre protagonisti il seggio diventa, così, non solo il luogo di un confronto politico ma anche quello, nel caso dei due colpevoli, della confessione e della liberazione dai sensi di colpa. Quando la pièce sembra andare in questa direzione, il finale rimescola le carte in gioco. La Famiglia vince sulla Politica, i legami di sangue “fanno fuori” la coscienza morale e civica. La Piccola Patria si riduce ancora di più. Non è più soltanto metafora politica di chi preferisce chiudersi territorialmente contro ogni possibile apertura verso l’esterno ma anche, nella forma più estrema, metafora esistenziale e biologica della Famiglia che si “nutre” del singolo individuo. Siamo a un passo dalla legge della giungla. Da lì c’è spazio solo per homo homini lupus. È questa la conclusione spiazzante e interessante di uno spettacolo che affronta una tematica attuale inerente la politica, per chiudersi con la problematica importante, sociologica, del rapporto fra gruppo e individuo. Forse troppa “roba” per un’ora di durata. Ma rimane una ricchezza di contenuti importante. Torniamo a casa con quelle riflessioni, stimolate dalla storia che i due autori ci hanno offerto, senza esprimerci, sulle questioni affrontate, con un giudizio conclusivo e definitivo.

Piccola Patria visto a La Cavallerizza Teatro Litta di Valeria Prina

spettacolinews.it, 8 novembre 2019

Conoscete la Repubblica di Cospaia? Non la conoscete? E’ un piccolo stato che ci tiene alla sua indipendenza. Ce lo raccontano con Piccola Patria, ora alla sala La Cavallerizza del Teatro Litta Mtm a Milano. È una enclave nata per un erroredi tracciamento dei confini da parte dei geografi della Repubblica di Firenze e dello Stato Pontificio.
Ora siamo alla vigilia del referendum che dovrebbe confermare l’indipendenza. Corrado (Simone Faloppa) è convinto che si potranno fare grandi cose, la sorella Caterina (Gioia Salvatori) è appena tornata dopo essersene andata molto lontano, su un’isola, quando 10 anni prima, la notte precedente il referendum, la scuola che ospitava il seggio era bruciata con tutte le schede, impedendo di fatto la consultazione. Ed era morto Federico. Incendio doloso, si era detto subito: chi aveva appiccato il fuoco? A 10 anni di distanza il mistero è ancora fitto. A questo punto per gli spettatori è chiaro che il giallo prende il sopravvento e, soprattutto, il tema diventa il senso di responsabilità, la capacità di affrontarla e di affrontare il giudizio e conta anche il senso di solidarietà. Insieme, l’interrogativo è: che cosa si è pronti a fare per contrastare una idea che non si condivide? Si può anche andare oltre il lecito, rischiando la vita degli altri? Se l’interrogativo diventa questo, allora siamo nei paraggi degli avvenimenti di oggi, con le manifestazioni anche violente in Catalogna pro indipendenza.
La risposta al giallo? E’ tutta da scoprire durante la pièce, insieme ai rapporti tra i protagonisti, ai quali si è aggiunto Lorenzo (Gabriele Paolocà), un tempo fidanzato di Caterina.
A coinvolgere ancor più gli spettatori è la messinscena. Perché la duttilità della sala della Cavallerizza permette una estrema vicinanza tra attori e pubblico. Che qui è tutto intorno a un lungo tavolo posto al centro. Ci sono le schede elettorali, che vengono firmate e timbrate durante lo spettacolo, l’urna, le cabine, uno schermo. A quest’ultimo è affidato il compito di far conoscere la posizione ideologica di Corrado grazie a una intervista.
Se qualche interrogativo riguarda anche il testo, veloce, ma forse anche troppo – perché, ad esempio, non ci viene letto il quesito referendario che è invece chiaramente scritto? -, resta però l’interesse per i tanti interrogativi sollevati e di grande rilievo. Ma non è certo una pièce di sole parole, perché di azione ce n’è tanta. E piace sempre la estrema vicinanza attori-spettatori che  acuisce il coinvolgimento del pubblico, ma anche degli attori, che in qualche momento sono sembrati loro stessi emozionati.
Per chi è ancora fermo al primo interrogativo ricordiamo che la Repubblica di Cospaia è rimasta realmente del tutto indipendente dal 1441 al 1826 con motto “Perpetua et firma libertas” (Perpetua e sicura libertà): la pièce Piccola Patria non èla sua storia – anche se molte indicazioni corrispondono -, ma a questa è ispirataraccontando di un piccolo stato indipendente e anche questo piace molto.

Piccola Patria: identità e alterità di Mailè Orsi

teatro.persinsala.it, 19 agosto 2019

Con Piccola Patria di Capotrave si scava sotto l’apparenza della politica. È davvero questa la politica oggi? Ed è quella che vogliamo per il futuro?
Patria: territorio, cuore, identificazione. Sicurezza, confine, identità, differenza. Dentro e fuori. Dentro=sicuro v/ fuori=pericoloso. Dicotomie a cui siamo avvezzi.
Ma cosa significa patria? Si legge in Treccani: “il territorio abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni”.
Quando la patria è piccola cambiano le dinamiche? Gli interessi in gioco sono a loro volta più “piccoli”? Questa Piccola Patria è specchio della Grande. Per il suo personaggio fondamentale, il futuro presidente, modellato su un tipico rappresentante della destra – negli atteggiamenti, nelle pseudo argomentazioni e anche nella mimica. Per il modo in cui riflette l’atmosfera politica dell’Italia di oggi, non solo nel contenuto dei discorsi, ma soprattutto nello stile, nel tono. Uno Stato di provincia in cui il concetto di bene pubblico semplicemente non si pone. Concetto scolastico, ricordo lontano solo di qualche testo di filosofia, di storia o addirittura letterario, ma assente nel mondo di oggi – miscuglio ormai inestricabile di mediatico e reale, privato e pubblico, anche nella stessa tempra morale dei suoi protagonisti.
Questa Piccola Patria è la terra dove l’ego si dibatte e cerca la vittoria, dove le idee assurde che solo dieci anni prima sarebbero sembrate uno scherzo diventano concrete e vincenti, dove le dinamiche personali, familiari e private si mescolano e turbano il vivere comune (e in cui le tragedie non servono a diventare più maturi e coscienti di sé, ma solo a nascondersi meglio). È la patria “delle fratture” in un domino dove, caduta una tessera, inizia a crollare anche il resto. Almeno finché la menzogna non viene a tamponare il danno. Dove non c’è ideale ma solo un reale da tenere sotto controllo e da trattenere sotto la superficie ben curata delle proprie convinzioni, di ciò che si vuole credere di sé e far credere agli altri.
Nella costruzione drammaturgica lo spettacolo si ispira a una storia vera, quella di Cospaia, piccolo centro fra Umbria e Toscana che, dal 1440 al 1826, per un errore nel tracciamento dei confini fu Repubblica indipendente. Dal punto di vista strutturale, è un treno che corre, una macchina narrativa che tiene avvinto il pubblico. Dove il lato politico è il mare in cui è immersa la storia (un mare che può essere più o meno percepito, a seconda della diversa sensibilità di ognuno e delle proprie vicende personali) e in cui le fratture del vissuto privato sono anche quelle delle vicende politiche. Quindi, se da un lato l’immedesimazione è molto forte, dall’altro la storia personale (elemento trainante della macchina narrativa) inquina quel poco di ideale che avrebbe potuto esserci. Tutto ciò è evidente nel personaggio dell’antagonista, Lorenzo, un non più giovane ribelle di sinistra: nel momento in cui ammette di essersi finalmente sentito potente anche lui – quando ai suoi tempi si era accorto di aver fatto ridere Caterina, e di averla in qualche modo conquistata – la sua posizione, le sue idee, la sua battaglia perdono ogni valore, lasciando solo una persona desiderosa di riscatto personale e fatalmente sconfitta.
Colpisce, però, come un pugno quello schiaffo finale alla verità: ecco in scena il senso della democrazia (il male minore per Popper) in quel due-contro-uno che basta a nascondere la verità, quel “banale” gioco di forza in cui non vince chi ha le idee migliori (anche se ci fossero) ma solo la maggioranza, una maggioranza che mente a se stessa e al mondo.

La piccola patria dei compromessi di Carlo Francesco Conti

La Stampa, 29 giugno 2019

É realistico, anche se con un forte richiamo metaforico, il dramma “Piccola patria” di Lucia Franchi e Luca Ricci, interpretato da Simone Faloppa. Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori.
La vicenda si svolge in un seggio elettorale, in occasione del referendum per sancire l’autonomia dall’Italia di un paesino toscano (gli autori si sono ispirati alla vicenda della Repubblica di Cospaia, fra Toscana e Umbria, indipendente dal 1440 al 1826, per un errore geografico). E’ però una vicenda in cui si sovrappongono le posizioni sovraniste/autonomiste e quelle unitarie, tali da dividere famiglie e incrinare amicizie. Nello scontro ideologico attuale si inserisce il dramma di un passato troppo lontano segnato dal terrorismo che a sua volta ha diviso le famiglie.
Qui la famiglia è metafora dell’Italia, che cova in sé dissidi e cerca di rimuovere le colpe del passato, senza riuscirci bene. O meglio, approdando alle soluzioni tipiche della politica italiana degli aggiustamenti ipocriti e dei compromessi che finiscono per coprire i mandanti, in qualche modo connessi con il potere, e lasciare gli esecutori alle prese con problemi di coscienza destinati a generare rabbia e restare senza risposta. Perché comunque si deve sopravvivere anche in una piccola patria.