Robinsonade

Robinsonade di Andrea Porcheddu

www.delteatro.it, 24 agosto 2009

Nel curioso e vivace “multisala” teatrale dove ha preso vita buona parte del festival Kilowatt di San Sepolcro è andato in scena Robisonade della compagnia CapoTrave, diretta dal giovane Luca Ricci, “padrone di casa” in quanto – oltre aver firmato regia, ideazione e drammaturgia (queste con Lucia Franchi) dello spettacolo – è anche direttore artistico della gagliarda manifestazione toscana.

Robinsonade è lavoro destinato ad un gruppo ristretto di spettatori: una trentina che siedono tutt’attorno una sorta di “isola” tondeggiante, fatta da una miriade di sacchetti di plastica. Proprio quei sacchetti bianchi che sono parte sostanziale della quotidianità, che tengono spesa e spesso spazzatura. Un’isola, insomma, che potrebbe ben simboleggiare una discarica, un luogo abbandonato, uno spazio per scarti e rifiuti. Qui si trova catapultato un uomo, piuttosto elegantemente vestito. Precipita letteralmente con un tonfo-tuffo nel mezzo dell’isola. Novello Robinson si trova costretto a fare i conti con il territorio sconosciuto, con la carenza di mezzi, con la solitudine. Ma, come scrive Michel Maffessoli, “la fine di un mondo non è la fine del mondo”: così colui che poteva essere un quadro dirigente, un impiegato di livello, insomma un borghese, comincia a prendere possesso della sua isola. Scava, cerca, si toglie ben presto la giacca per far fronte al caldo, si crea un giaciglio. Il naufragio è un incubo, certo, con cui fare i conti: è l’abisso in cui si cade senza preavviso, è il trovarsi da un giorno all’altro senza casa, senza famiglia, senza lavoro.

L’uomo è spiazzato, sperduto, spezzato. Ma ecco che dalle profondità di quell’isola-discarica scappa fuori uno strano soggetto: potrebbe essere il “Venerdì” del celebre romanzo, l’indigeno, l’autoctono, colui che conosce i segreti di quel mondo di rifiuti. Un mezzo Calibano, insomma, che però accoglie lo straniero con tutti gli onori. Si rende subito utile, e comincia a raccontare: parla di un mondo fatto di centri commerciali, di impiegati sorridenti, di benessere diffuso. Poi fa cenno ad un rialzo nei prezzi, e un altro ancora, e parla di difficoltà insorgenti…

Così, questa operina di CapoTrave (della durata di poco meno di un’ora) gioca di metafora e fa divampare lo spettro reale delle nuove povertà, dei tanti travolti da crisi più o meno mondiali che si trovano improvvisamente ai margini, costretti ad elemosinare, a cambiare stile di vita. C’è quella immagine stupenda di Umberto D., in cui l’anziano protagonista si vergogna di stendere la mano e chiedere l’elemosina: in quel gesto c’è tutto, la dignità, il dolore, la fame, la solitudine… Ecco, allora, che questo Robinson si avventa su una mela trovata chissà dove, che si adatta a dormire sotto una cerata di plastica, che trascura il suo aspetto sempre più sfatto. Ascolta il suo “Venerdì”, quando racconta della sua ansia di pulizia, del suo bisogno di un sapone. Quasi ne diventa amico. Poi però, con l’aiuto di uno spettatore, Robinson si “salva”, torna tra i civili, tra i possidenti, tra i borghesi. La parabola discendente è finita, si ricomincia. E “Venerdì” resta solo. Robinsonade regge bene, ha ritmo e intensità, fino ad un secondo dalla fine: quando una battuta di troppo fa slittare la metafora, la semplifica, apre ad un buonismo caritatevole e didascalico. Bravi e generosi comunque i due interpreti, Simone Faloppa e Pietro Naglieri.

Robinsonade: l’isola dei rifiuti della società opulenta di Katia Ippaso

La nuova ecologia, gennaio 2009

Cento chili di gommapiuma e più di mille sacchetti di plastica sono i materiali di scena di “Robinsonade”: una scena allucinatoria e tagliente che invade il palcoscenico con la sua elettrica rotondità, relegando ai margini del suo magico cerchio gli spettatori, chiamati fisicamente a partecipare al proprio stesso naufragio. E’ difficile infatti non sentire l’identificazione con l’uomo che emerge da questa montagna di detriti bianchi, sintetici come la vita che conduciamo. Sorta di Robinson Crusoe in abiti da manager, il naufrago (Pietro Naglieri) annaspa, fruga, si guarda intorno, cercando di capire perché le lancette del tempo si siano fermate. Finché non incontra lo sguardo di un altro uomo, l’unico abitante dell’isola, versione aggiornata di Venerdì Simone Faloppa), il compagno di Robinson nel romanzo di Defoe. Tra i due si giocherà una partita indecifrabile che richiama, nelle sue mosse lente, quasi senza esito, la condizione descritta da Tarkovskij nel memorabile “Stalker”.
Da quassù, i due guardano il mondo di sotto, un mondo di consumatori che si affannano a comprare merci al supermercato per tentare in questo modo di coprire i sibili del proprio cuore in fiamme.
Lo spettacolo della compagnia toscana Capotrave, firmato da Lucia Franchi e Luca Ricci (anche regista), è di una natura ispida e insieme delicata: con la sua potente icasticità, ci mette di fronte al naufragio del senso in una società che si crede opulenta e invece semina materiali tossici destinati a seppellirci.
Ed è soprattutto sulla condizione irredimibile della solitudine che “Robinsonade” lavora, lasciandoci senza spiegazione e senza consolazione. Bloccati, come l’uomo in black, in un’immagine ingrandita – l’isola di plastica -, “blow up” terrorizzante e veritiero di un film che scorre su uno schermo parallelo e che assomiglia tanto alla vita cieca che viviamo, comprando e vendendo ogni giorno, con drogata euforia, le nostre stesse anime.
Visto allo Spazio Pim di Milano.

Robinsonade di Cladio Elli

www.puntoelinea.leonardo.it, 21 novembre 2008

Un materasso di gommapiuma e plastica in cui nascondere l’illusione della propria esistenza. L’isola in realtà è l’eremo da raggiungere, l’oasi segreta che rischia di essere soffocata dall’afasia moderna di una vita negata. La plastica non è l’escamotage utilizzato per la semplificazione semantica di un trash letterale, ma la veridicità oggettiva di una maschera sotto cui si nasconde l’umanità. E il taciturno “Robinson”, contrariamente all’isterico ed invasivo “Venerdì”, diviene a questo punto l’emulo di Diogene, lo stalker degli anfratti celati dell’Uomo, al di fuori del nulla strutturale in cui rischia di svanire.
Uno spettacolo pulito, lineare, d’ispirazione beckettiana, con poche – ma efficaci – battute, ben studiato nei dettagli e dotato di una sofisticata ironia nei dialoghi, movimenti e situazioni. Quasi una parentesi comica sulla tragedia di un’umanità sperduta.

Robinsonade, CapoTrave e il teatro postmoderno di Lucilla Continenza

www.oblo.it, 18 novembre 2008

La contemporaneità. Il nostro mondo, fatto di plastica e di insidie artificiali, e poi la natura, la vita rappresentata da un frutto, che cade giù dal cielo improvviso, mangiato con vera voracità.

Uno spettacolo insolito, incisivo e che affronta un tema profondo: l’uomo e il deserto della post-modernità. Si tratta di una pièce teatrale molto particolare, andata in scena nei giorni scorsi al PIM Spazio Scenico di Milano. Il titolo Robisonade riassume già il leit-motive dell’opera: un uomo solo naufragato su di un isola deserta e il suo compagno Venerdì, che cercano di non annegare metaforicamente sotto un mare di sacchetti di plastica di cui è fatta, o ricoperta, l’isola.

Nella drammaturgia colpisce l’uso dei simboli, della semantica, più che delle parole che vengono ridotte al minimo, quasi prive di senso, lasciando soprattutto spazio alla gestualità e quindi alla decostruzione. Anche il pubblico ha un ruolo importante. Accomodato intorno all’isola funge infatti quasi da co-protagonista silenzioso, che non deve e forse non può intervenire, ma solo osservare impotente.

Una pièce teatrale quindi, quasi metafisica e degna di menzione per l’originalità e per il messaggio intrinseco che in essa traspare. Teatro fatto di simboli, che poi sono rappresentazioni di quello che siamo e che diventeremo, come la potenza dell’isolamento e dell’allontanarsi sempre più dalla natura che è colei che soddisfa i nostri bisogni primari, donandoci vera soddisfazione.
Lo spettacolo, scritto da Lucia Franchi e Luca Ricci, che ne cura anche la regia, è interpretato da Simone Faloppa e Pietro Naglieri, componenti della compagnia CapoTrave.

Robinsonade di Simone Nebbia

www.teatroteatro.it, ottobre 2008

Epica. L’eroe dell’epica classica era un errante solo in uno dei due sensi etimologici, quello di andare-vagare-procedere, perché in fondo la sua coscienza era già una struttura ben definita dalla missione e i simboli del fato ne erano riprova schiacciante. Dunque incapace all’errore. Nei secoli che stiamo attraversando l’eroe non ha simboli, non ha legami cui sottoporre vincolo, non ha nulla che lo conduca con tanta sapiente giustezza, soltanto sa di andare e lo fa senza conoscere destinazione: Robinson è naufrago per eccellenza e dunque il personaggio che meglio di ogni altro sa raccontare quest’epoca (non più epica…) di smarrimento e perdizione: a capirlo e rappresentarlo Luca Ricci e Lucia Franchi salvi – e non naufragati – nel loro Robinsonade.

Chi sa se naufragare è soffice come ci suggerisce di pensare la caduta a peso morto su un letto di sacchi di plastica, come fosse un mare generoso e ladro a un tempo? Di certo è illusorio, ferocemente posticcia è la consistenza materiale in cui si va a naufragare, per questo dunque assai poco comprensibile il motivo all’occhio poco attento. La scena povera ma dritta allo scopo è circolare come il palco di un agone misterioso e non lascia scampo, i due attori – bravissimi che sono Simone Faloppa e Pietro Naglieri a reggere un testo di silenzio per tre quarti – si affannano a risalire e “si” affrontano (proprio nel senso di “loro stessi”) mettendo in atto una ricerca infruttuosa, quella della propria luce quieta. Invece è buio il fondo, solo ai lati un po’ di luce illude e innamora. Sotto una cerata trasparente uno dei due affronta il temporale: vede la pioggia che cade su di lui ma non lo bagna: è l’egoismo della società civile cosciente dei mali ma non reattiva finché resta al riparo.

Questo e tanto altro, in questo spettacolo. Per dire che c’è un mondo inespresso che merita di essere capito: questo è il potere della semantica, rappresentare per dire e non per intrattenere, soprattutto non dire ma disvelare, a poco a poco, come fa l’ottima regia che dà vita ad un “itinerario registico”, azione dopo azione una conquista del senso e non esplosione ma espansione del comprendere. Non tutto infine è facilmente comprensibile ma poco importa: è l’uso dell’intelligenza a colpire, la meraviglia che sa sviluppare. Uno spettacolo di sorpresa, paura, frenesia, anche rassegnazione, claustrofobia: sono molti i sentimenti che questo piccolo gioiello porta a galla e lascia scoperti; soprattutto è un piacere vederlo e, perché no, scriverne: perché è stimolante, chiama segnali, mostra simboli, induce a riflettere e darsi risposte: cosa altro si può chiedere a questa compagnia di nome Capotrave che compie con il teatro, con la cultura, con l’intelligenza un atto politico di così grande effetto? Si può chiedere, non a loro ma al pubblico, di andarlo a vedere, cercarlo ovunque, approfittare di questi pochi giorni per regalarsi la possibilità, di nuovo, di scoprire il valore dell’intelligenza.

Il Crusoe contemporaneo di CapoTrave di Graziano Graziani

Carta, anno X, n. 31, 29 agosto – 4 settembre 2008

Cosa sarebbe accaduto se Robinson Crusoe avesse fatto naufragio su un’isola fatta di sacchetti di plastica, spazzatura, rifiuti, anziché approdare nella natura incontaminata descritta da Defoe?
È la visione inquietante e significativa che ci propone “Robinsonade”, la nuova produzione della compagnia CapoTrave, presentata quest’estate al festival di Castiglioncello e a Sansepolcro, nell’ambito di Kilowatt.
Scritto e ideato da Lucia Franchi e Luca Ricci, che ne cura anche la regia, “Robinsonade” ci mette davanti un altrove letterario tra i più famosi, mutato dall’uomo in un ammasso di rifiuti. Il rapporto con la natura e l’ambiente muta di segno ma resta ostile: prima una natura selvaggia da domare, ora un ambiente compromesso in cui a stento si trovano elementi per sopravvivere – l’acqua, che Robinson (Pietro Naglieri) beve da involucri di plastica sigillati, e il cibo, mele cadute dal cielo, vanno a mischiarsi al mare di plastica e gommapiuma.
Il pubblico è invitato a disporsi in cerchio attorno all’isola, una struttura circolare fatta interamente di sacchetti di plastica, dentro la quale si muovono un Robinson guardingo e taciturno e un Venerdì (Simone Faloppa) isterico e logorroico, abitante di lunga data dell’isola. Venerdì ricorda a Crusoe le concause che hanno spinto prima lui, sporco e trasandato parassita sociale, e ora Robinson, bianco rappresentante della media borghesia dei consumi, fuori dalla società, alla deriva, nel mare di spazzatura creata dall’opulenza cieca dell’occidente. Rifiuti umani tra i rifiuti di plastica. La formula magica della società dell’esclusione.
Nel monologo di Venerdì ogni tassello del nostro modo di vivere “socialmente accettabile” mostra violentemente la sua scoria: le merci producono rifiuti materiali; la cittadinanza produce i “rifiuti umani” stoccati nei Cpt; la ricchezza produce l’accattonaggio, ostracizzati in maniera bipartisan (dalla destra romana, che vieta il “rovistaggio” e il “bivacco”, alla sinistra fiorentina che dà la caccia ai lavavetri). Non basta ricacciare i barbari nelle loro isole di spazzatura. Le regole della contemporaneità impongono una rimozione totale, ammantando l’esclusione di termini come “decoro urbano”. Ma anche la rimozione lascia le sue scorie, e così l’isola che si illumina di colpo, trasformando i sacchi di rifiuti nelle luci calde e avvolgenti di una varietà (o forse, trattandosi di un’isola, di un reality show), ci ricorda come quei rifiuti non solo continuino ad esistere, ma stanno avvelenando, oltre all’ambiente in cui viviamo, anche le nostre menti.
Impreziosito dall’interpretazione energica di Faloppa e dal Robinson grottesco di Naglieri, lo spettacolo sarà in giro all’inizio della prossima stagione.