Altri articoli

A esaminarla da vicino, la scrittura drammatica di Lucia Franchi e Luca Ricci si rivela refrattaria alle percezioni univoche e disponibile a rimettersi continuamente e spontaneamente in gioco, lasciandoci la percezione d’una creatività fluida dove le interazioni fra le fonti letterarie, i riporti dal vissuto, la memoria delle esperienze artistiche e le vincolanti realtà del teatro, trapassano dall’uno all’altro testo, si condensano in diversi personaggi e situazioni, variano schemi e riadattano modelli autoriali, senza però esaurirsi nelle opere che vengono a realizzare. Con ciò non intendo dire che le drammaturgie di Luca e Lucia abbandonino lo spettatore o il lettore all’arbitrarietà delle proprie impressioni, negandogli la guida d’una trama, la presenza di personaggi-persona, un livello sematico coerente. Il fatto è che, in questo teatro, il processo compositivo non viene avviato dalla composizione d’un singolo testo né si conclude col suo compimento. Scrivendo testi destinati alla rappresentazione, Luca e Lucia manifestano un pensiero intertestuale la cui capacità d’invenzione è tanto più matura quanto più nascosta dall’apparente autosufficienza dell’organismo drammatico. In altri termini, ogni testo è quanto sopravvive a versioni solo pensate e abbozzate, magari messe in bella, ma poi cancellate con un clic.

Solitamente si pensa all’autore come a un letterato geloso delle soluzioni sceniche definite dal processo compositivo. Lucia e Luca ci mostrano un’altra faccia dell’essere autore. Se vogliamo, ci avvicinano al suo lato materno che, per un verso, colloca il dramma nello spazio concreto del teatro, insegnandogli a stare in piedi, a camminare, a muoversi da solo, mentre, per l’altro verso, protrae e organizza il ricordo di quei personaggi-non-nati, che sembravano promettere nuovi linguaggi e poi sono improvvisamente scomparsi, ma non senza lasciare traccia. Il drammaturgo, infatti, è proprio questo: una memoria che mantiene in vita i processi compositivi dei singoli drammi, aggregandoli in uncontinuumgenetico dove le opere scritte convivono con quelle ipotizzatein itinere: effimere proiezioni di fonti letterarie o esperienze di vita.

Concludendo alcune mie recenti conversazioni con Luca e Lucia, una semplice domanda sulle fonti ispirative, letterarie e non, diLa lotta al terrore(2017),Piccola Patria(2019) eLe volpi(2023) ha scatenato una ridda di richiami, facendomi capire che, dietro questi testi, non ci sono lineari sviluppi di strutture compositive dall’argomento alla sceneggiatura, dalla sceneggiatura alla redazione per esteso, da quest’ultima alla rappresentazione, ma scontri fra flussi di conoscenze e idee che producono, tassello dopo tassello, le componenti da incastonare nella tessitura drammatica. Luca organizza gli stimoli del vissuto, ricavandone orizzonti di senso. Lucia custodisce la poesia della parola. Fermo restando che appena un passo più in là troveremmo la dimensione verbale di Luca e il disegno politico di Lucia. Le tecniche della composizione drammatica mettono in relazione modelli, esperienze e la totalità della persona.

Sono numerose le drammaturgie contemporanee che interagiscono con le funzioni della performance delegando al lavoro scenico la formazione dell’opera. Anche Luca e Lucia partecipano, almeno in parte, a questa dinamica, nel loro caso, però, la scrittura si rende preventivamente responsabile del senso di ogni battuta e azione scenica. Di qui le peculiarità del loro processo compositivo che ricava dall’organica compenetrazione di spazi scenici ed extra scenici, tempo fenomenologico e tempo diegetico, dinamiche circuitazioni narrative sulle quali caricare la progettualità e il vissuto dei drammaturghi.

Il testo che segue organizza il materiale delle conversazioni aggregando alle proposte di analisi le espressioni di conferma di Lucia e Luca che ho invece riportate integramente qualora abbiano apportato correzioni, introdotto elementi ulteriori o diversi punti di vista.

***

Incominciamo con l’esaminare alcuni aspetti diLa lotta al terroreePiccola Patria.

Nonostante il focus centrato su diverse emergenze storiche e il distinto trattamento dei personaggi, queste duepiècepresentano una struttura speculare che le rende leggibili in quanto racconto delle trasformazioni subite dall’italiano medio, con le sue manie, i suoi criteri, il suo conformismo e il suo ribellismo di fondo, nel passaggio dal terrorismo politico al terrorismo jihadista. In entrambe lepiéce, ci sono gruppi di personaggi che, restando chiusi in un interno, si rapportano a una catastrofe esterna sulla quale non hanno modo di intervenire.

NeLa lotta al terroreil Vicesindaco, l’Impiegato comunale e il Segretario comunale tentano inutilmente di mettersi in contatto con il Sindaco per ricevere istruzioni circa un tragico evento in corso: un attacco terroristico al supermercato. L’ambiente è una sala del Municipio.

Piccola Patriaè ambientata a San Verdiano, una cittadina di provincia dove sta per svolgersi un referendum, che ne decreterà l’indipendenza dall’Italia. La vicenda si sviluppa in tre giorni: il giorno antecedente, il giorno stesso e quello successivo al voto. Ne sono protagonisti una coppia fratello-sorella: Corrado e Caterina. A loro si aggiungerà Lorenzo, l’ex fidanzato di Caterina. Questi riporta in luce un avvenimento di circa dieci anni prima: la morte di un ragazzo in un incendio scoppiato in una scuola adibita a seggio.  Resta oscura a tutti l’identità del responsabile, tranne ai tre protagonisti.

NeLa lotta al terrorela catastrofe è sincrona all’azione dei personaggi che, vista l’irreperibilità del Sindaco, non influisce sull’evento centrale dellapièce. Mentre nel paese, la tragedia è in corso, nella sala del Municipio i personaggi non possono che mettere a punto strategie di attesa e frammentare la percezione di quanto accade. Il loro tempo scorre parallelo a quello degli spettatori, saldando ambiente drammatico e spazio teatrale. L’apparente recupero dell’aristotelica unità di tempo non aumenta, dunque, l’illusione di trovarsi di fronte all’evento reale, come avrebbe invece voluto laPoetica, ma sollecita l’empatia fra attore e spettatore, rimuovendo la separazione ideologica della quarta parete. L’agire del Vicesindaco e dei dipendenti comunali svolge un discorso mediato da comportamenti che realizzano le inadempienze dell’italiano medio rispetto all’esigenza d’una azione efficace.

InPiccola Patriala catastrofe che, in un modo o nell’altro, ha coinvolto i tre personaggi è immodificabile, in quanto avvenuta. Mentre il tempo drammatico si muove linearmente dal presente al futuro, il tempo diegetico si sviluppa a ritroso portando il focus dell’attenzione verso un attentato terroristico che è costato la vita di un giovane e che, nell’elusivo presente dei personaggi, non esce che parzialmente dal cono d’ombra della rimozione.

In entrambe lepiècele catastrofi non sono suscitate o risolte dai dialoghi fra i personaggi, che vivono durate temporali definite, ancor più che dal nesso dialogo/azione drammatica, dalle situazioni in atto. Queste non sono soggette a sviluppi complessivi che ne ridefiniscano il senso, piuttosto si frammentano al loro interno in linee di azioni subordinate. NeLa lotta al terrorec’è la ricerca del Sindaco che, alla fine, si manifesta attraverso una registrazione telefonica del tutto inconsapevole dell’accaduto e, paradossalmente, ridanciana. Altre azioni subordinate hanno per oggetto la giornalista, che rimane bloccata in autostrada e il fruttivendolo, persona apprezzata in paese e padre del giovane terrorista. Le azioni subordinate, dunque, non portano a nulla, come nel caso della giornalista, o finiscono per irridere la situazione principale, come la ricerca del Sindaco, o schiudono prospettive nel microcosmo della mentalità paesana, come fanno i dialoghi su Aziz, il fruttivendolo. Poiché la famiglia del terrorista è nota e apprezzata e, anche lo stesso terrorista, Eiade, è, per tutti, una presenza nota fina dall’infanzia, riesce più difficile farsi dettare dall’attacco terroristico un giudizio perentorio che superi le ragioni d‘una conoscenza meditata.

Soluzioni analoghe figurano anche inPiccola Patria. Certo, neLa lotta al terrorela catastrofe è sincrona alcontinuumtemporale in cui dialogano personaggi, mentre inPiccola Patriaè diacronica, rispetto a ciò che si svolge in scena: le votazioni sull’indipendenza di San Verdiano. Non di meno la catastrofe passata orienta i dialoghi fra i personaggi, così come fa la catastrofe in atto deLa lotta al terrore.

Si ripete uno stesso schema in cui le catastrofi non procedono dai dialoghi, ma ne indirizzano le possibilità di svolgimento, vuoi illuminando le identità personali (caratteri e profili identitarie) in relazione ai loro rapporti con la catastrofe, vuoi moltiplicando situazioni e azioni secondarie. Al contrario di quanto avviene nel dramma classico, la vicenda non viene realizzata dai dialoghi, ma fornisce loro argomenti, sfondi, nodi irrisolti ai quali i drammaturghi attingono alla ricerca di ciò che è inconscio, indecifrabile, rimosso.

Fra i primi due testi della raccolta ci sono sia affinità (come le oscillazioni del parlato fra dialogo e chiacchera), sia divergenze (come il trattamento dei personaggi: più identità complesse nel caso diPiccola Patriae più caratteri alle prese con situazioni emergenziali nel caso deLa lotta al terrore).

Luca

NeLa lotta al terrore, ci sono anche due non-personaggi simbolici: il maresciallo – quindi l’ordine, la sicurezza, il controllo – e la giornalista – quindi il racconto dei fatti, l’informazione e, visto che poi lei resta bloccata in autostrada, anche l’assenza di diffusione della conoscenza, il nulla comunicativo.

Lucia

Sì, ma c’è soprattutto la vita quotidiana. Chi non sa ancora della catastrofe infatti continua a fare cose normalissime: viene a ritirare i buoni pasto, telefona per sbloccare l’assegnazione del contributo a un’associazione…

Luca

InvecePiccola Patriaè quasi uncold case: i personaggi vorrebbero e potrebbero dire, ma invece non dicono, mantenendo gli spettatori in una situazione sospesa.

Lucia

Come inLa lotta al terroreanche inPiccola Patrial’interno mette in scena tutto un mondo. Il seggio elettorale consente, infatti, di parlare del prima e del poi, dei fallimenti e dei progetti, del presente e della storia. Il tempo talvolta si dilata e anche regredisce verso il passato, ma è sempre il tempo esterno. Un tempo di fuori.

Luca

Quando abbiamo formulato questi progetti siamo sempre partiti dall’individuazione degli ostacoli. Scrivendo le prime versioni deLa lotta al terrore, pensavamo di introdurre dei televisori che rendessero la catastrofe in qualche modo presente, però, più ne parlavamo, più capivamo che dovevamo tenere fuori le immagini del presente. Tenendole fuori ci ponevamo un limite, certo, ma soprattutto davamo modo alle reazioni dei personaggi chiusi nell’interno di articolarsi e vivere. Questo porci degli ostacoli, ovvero tenere fuori le cose che di solito stanno al centro dell’azione è sempre stato programmatico per noi.

Lucia

Ma lo è anche il tenere i personaggi dentro uno spazio chiuso. È un gioco un po’ pinteriano. In un’intervista del febbraio 1967 alThe New Yorker, Harold Pinter diceva: «Io chiudo i personaggi in una stanza e poi vedo cosa succede» (è una mia parafrasi, ma il senso era questo). A me questa cosa di chiudere i personaggi dentro una stanza diverte sempre molto: si individua un luogo, si cerca un motivo plausibile per cui i personaggi debbano restarvi e così nasce una trama di gesti concreti. Quando questo interno viene frammezzato da ciò che accade e arriva da fuori, accade che la situazione si faccia ambigua ed estremamente interessante.

Luca

Tenere lontano dalla scena l’elemento emotivo-ricattatorio per noi è una dichiarazione di poetica. Con l’allontanamento dei nuclei narrativi più espliciti e, se vogliamo, più sfacciatamente sentimentali, si lascia spazio all’emergere di qualcosa di più profondo. Ad esempio, l’impiegato che, in una sola battuta, neLa lotta al terrore, racconta che ogni giorno lascia un po’ di briciole sul davanzale, per noi esprime una dimensione di cura e di speranza che, pur essendo in sé minimale, permette il dischiudersi di sensi e significati su quel personaggio. Nei nostri testi noi non cerchiamo mai l’esposizione teatrale di sentimenti forti, anzi, lavoriamo proprio sull’esclusione dei gesti plateali, per spostare il fuoco sui dettagli delle cose scenicamente presenti. Credo che questo abbia a che fare con noi due, con un nostro pudore nel fare teatro che poi si riflette anche nella nostra scrittura.

Lucia

Per me la scrittura è anche gioco. Si tratta di indovinare le cose che tu stesso farai accadere… Cosa fanno questi personaggi segregati? E cosa succede fuori?

Luca

Abbiamo sentito l’esigenza di collocare le nostre storie in specifici momenti stagionali. Non è un caso: ognuna di quelle scelte dischiude delle possibile linea di interpretazione delle vicende narrate. NeLa lotta al terroree anche inPiccola Patriac’è una primavera fredda alla quale i personaggi fanno numerosi riferimenti. NeLe volpi, mentre al chiuso di una stanza si stabiliscono intrighi più o meno illegali e completamente immorali, fuori esplode l’estate.

Lucia

InBandieraè esplicitata la dimensione dell’autunno, un autunno caldo, ma comunque con un declino incipiente (della luce, dei giorni), un lasciar andare, una dimensione che invita all’introspezione.

Le drammaturgie di Luca e di Lucia individuano un piano di lavoro organico al manifestarsi d’un pensiero intertestuale. Ci sono connessioni fra esterno e interno, fra eventi primari (accaduti o in atto) e movimentazione delle presenze sceniche, fra totalizzante complessità del reale e piccoli personaggi visti e narrati con pudore. In questo schema di base la catastrofe non viene causata o risolta dai personaggi e dal loro parlare, il che consente di dilatare e diluire il suo climax accordandolo a quanto avviene nello spazio scenico.

Inoltre, dal momento che c’è una catastrofe, c’è anche la possibilità di narrarla. Lucia e Luca evitano, però, di applicare la tecnica del racconto. In questo teatro, l’immanenza delle catastrofi non si risolve nell’attivazione di dispositivi epici e neppure in un aristotelico montaggio dei fatti. Le catastrofi non vengono narrate, né rappresentate, il loro mandato drammatico è consentire la narrazione di tutto ciò che le catastrofi stesse attivano e rendono visibile nel vivere dei personaggi che, percorrendo lo schema di base e travalicandone i livelli, si caricano d’una energia cinetica scenicamente resa da un pulviscolo di notazioni: allusioni simboliche, riferimenti psicologici, frammenti di quotidianità, elementi ripresi dalle fonti.

Nel teatro di Lucia e Luca, la materia prima della composizione drammatica è costituita da insiemi di indizi che, aggregati e sviluppati, oppure sostituiti e rimossi, influenzano la scrittura del testo, portandola a confrontarsi con le connessioni e gli schemi, i vuoti e i pieni dell’immaginario teatrale.

***

La sfida alla base diLe volpiè immediatamente intelleggibile. Si trattava di ricavare unapièceda una situazione nella quale non accadeva nulla. Il soggiorno in cui la Madre e la Figlia ricevono il Sindaco non prevede, come il seggio elettorale diPiccola Patria, tante azioni concrete: aprire le buste, timbrarle, chiuderle…, né costringe i personaggi all’uso del telefono, come neLa lotta al terrore. Inoltre, non c’è nemmeno una catastrofe oggettiva, sostituita dall’ambiguo e sfuggente tracollo etico della Madre. Tutto ciò che i personaggi fanno è offrirsi del caffè e mangiare dei biscotti. Però, proprio la desertificazione degli atti concreti rafforza, qui, le responsabilità espressive del linguaggio.

Ad esempio, nel caso diPiccola Patria, i tre personaggi si trovano nella situazione di rievocare la tragica conclusione di eventi pregressi, che li portano a utilizzare le tonalità dell’intimo sentire. Diversamente, neLe volpi, si resta in una dimensione incline alla rilevazione d’una quotidianità grottesca in cui la recitazione drammatica non è mai necessaria. Al suo posto si fa strada l’eclettica leggerezza dello straniamento brechtiano, che consiste, dai punti di vista del drammaturgo e dell’attore, nella rappresentazione critica e intenzionale sia degli intenti che dei loro fattori causali.

Nell’ombra di una sala da pranzo, all’ora del caffè, si incontrano due piccoli notabili della politica locale il Sindaco (presentato come S) e la Madre (M). Al loro dialogo assiste la Figlia (F) che, d’accordo con la Madre, chiede, in virtù delle sue competenze artistiche, la nomina a direttrice del Museo del Contemporaneo.

Si vengono così a formare due linee di azione. La prima consiste nella richiesta del Sindaco alla Madre, che, direttrice generale della ASL, dovrebbe evitare la chiusura del reparto Maternità di un ospedale. La seconda riguarda l’ambizione della Figlia che, al fine di ottenere la nomina, fa pressione sul Sindaco, il quale, politicante esperto, capisce che, per ottenere quanto vuole dalla Madre, deve accontentare la Figlia.

I dialoghi nel soggiorno si alternano a cinqueInnesti dal futuro. Si tratta di monologhi della Madre che non racconta la sua caduta da donna all’apice della gerarchia morale del comando, ma fornisce impressioni, frammenti e indizi perché il lettore o lo spettatore possano acquisire una propria visione di questa degradazione senza speranza. Dice la Madre nelPrimo innesto dal futuro: «Non mi ricordo il giorno preciso, il momento preciso. Forse non c’è. La prima volta che ci siamo messi d’accordo per sistemare le cose. Non è quel giorno lì. No. Era già cominciato prima. Ma non mi ricordo quando è cominciato. Non c’è un giorno preciso, un momento preciso. Quando è cominciato, io non me ne sono accorta».

I cinqueInnesti dal futurosono una confessione che, idealmente, non si alterna ai dialoghi, ma, situata cronologicamente in un tempo successivo all’accadere dei fatti, che potrebbe essere proprio quello della sera della rappresentazione teatrale, si presenta come una sorta di meditazione funzionale a mostrare le estensioni nel vivere della Madre.

NeLe Volpiniente è come sembra. All’assenza di azioni materiali e all’interminabile bere caffè e mangiare biscotti, corrisponde lo svolgimento sottotraccia di un intrigo ordito secondo precise concatenazioni causali per cui S accontenta F al fine di corrompere M e F fa pressioni su M per ottenere ciò che vuole da S.

In modo analogo, alle chiacchere fra i personaggi corrisponde il ristabilimento del dialogo in quanto strumento privilegiato dell’azione drammatica. Infatti, se F non avesse udito il dialogo fra S e M, non avrebbe avuto modo di far pesare le sue istanze nel confronto fra i due (niente dell’originario potere del dialogo sulla vicenda, restava invece neLa lotta al terroree inPiccola Patria).

Le volpi, infine, vengono presentate come un esempio di realismo minimale, che individua nella provincia italiana la vera protagonista della vicenda. Diversamente, se selezioniamo e seguiamo, al suo interno, le azioni che riguardano le strutture culturali e i relativi comportamenti gestionali e artistici, lapiècesi apparenta al realismo fantastico del metateatro pirandelliano. E cioè svolge una lettura del presente filtrata dalla trattazione drammatica d’un meta-welfare-culturale.

Pirandello ricavava dal suo riflettere sul teatro col teatro problematiche corrispondenti alla crisi identitaria dell’umanità a lui contemporanea. Specularmente, il teatro di Lucia e Luca riflette sul senso e gli effetti del welfare culturale inquadrandoli nel contesto della pièce.

Lucia

É vero che i dialoghi deLe volpisono diversi da quelli dei due spettacoli precedenti. Prima cheLe volpivenissero messe in scena, Luca e io ci chiedevamo: «Ma di questo continuo chiacchierare, chi se ne importa? Andiamo davvero a toccare un cuore “tematico” caldo?». Poi, in realtà, abbiamo capito che anche qui, nascosta sotto traccia, c’era una catastrofe. Ma un tipo di catastrofe impalpabile. Tanto è vero che neLe volpisi ride molto, ma poi si arriva alla fine dello spettacolo chiedendosi perché si è riso, cosa c’era da ridere in quel dramma amarissimo.

L’azione è tutta nel dire. La catastrofe è nelle parole. Il mondo è fermo: siamo in agosto, nel dopo pranzo. C’è una specie di non-farsi nella vicenda. Tutto è alluso. Tutto è piccolo.

Avremmo potuto trovare una storia più roboante per parlare della corruzione, una storia che generasse empatia e indignazione. Infatti inizialmente eravamo partiti dalla grande tragedia della mafia siciliana. Ma poi ci siamo detti: «Noi cosa ne sappiamo noi della mafia!?». Ma quella intuizione sulla mafia non era sbagliata perché ragionando intorno alle dinamiche di omertà, collusione e intimidazione che caratterizzano quel fenomeno siamo tornati a rileggere Leonardo Sciascia, che ha sempre raccontato storie cruente collocandole in ambienti che sembravano alludere ad altro, spesso usando toni lievi, ironici, spiritosi, a volte anche suscitando una qualche simpatia nei riguardi dei personaggi opachi che gestivano trame oscure.

È stato Sciascia a fornirci un tracciato da seguire con la scrittura deLe volpie a orientarci verso la scrittura di una piccola storia di corruzione molto comune e apparentemente poco significativa.

Luca

Sono abbastanza sicuro che i primi personaggi che ci sono apparsi erano la Figlia e il Sindaco. La Madre è arrivata dopo, perché ci serviva a far deflagrare il rapporto fra i primi due. Avevamo bisogno di scrivere proprio di queste figure, Figlia e Sindaco, simili ad alcune che abbiamo realmente incontrato nel nostro cammino personale e professionale. Dovevamo liberarcene, dovevamo esorcizzarle.

In quanto organizzatori e curatori di un festival e direttori di un teatro comunale, nella relazione con i diversi poteri locali ci siamo imbattuti spesso in situazioni difficili. Tante volte questo ha generato in noi frustrazione e abbattimento. Abbiamo voluto neutralizzarli riversandoli nel teatro, cioè facendo deLe volpiun’opera metateatrale, seppure col dubbio che certi teatranti e certi politici locali potessero riconoscervisi. Ma se alcune delle vere persone a cui ci siamo ispirati, quando hanno visto lo spettacolo non hanno fatto cenno all’essersi riconosciute (o forse hanno fatto finta di…?), è invece accaduto un fenomeno apparentemente contrario: in oltre 100 repliche dello spettacolo, dal Friuli alla Sicilia, dalla Sardegna al Salento, la sorpresa è stata scoprire l’universalità di questa storia; è incredibile in quanti luoghi del nostro Paese ci è stato detto: «Anche qui da noi le cose vanno proprio così».

Lucia

Anche quando abbiamo scrittoLa lotta al terrorela nostra scrittura era piena di parole, impressioni, retoriche e frasi fatte che provenivano dall’attualità del momento. Era quello il periodo degli attentati del Bataclan a Parigi, di Bruxelles, di Nizza, di Berlino, di Manchester e di altre stragi jihadiste.

Però, mentre inLa lotta al terroree inPiccola Patriaavevamo bisogno di esorcizzare le più trite reazioni a fenomeni macro-sociali, neLe volpil’oggetto di cui liberarci era qualcosa di molto personale.

Gerardo

Voi condividete la mia antipatia per il personaggio della Figlia neLe Volpi?

Lucia

Sì, certo. La Figlia è una figura sgraziata e poco empatica. Nello stesso tempo, però, c’è fra drammaturgo e personaggio un legame, che, anche in questo caso, risulta profondo. Come sempre, quando scrivi prendi elementi diversi da molte (o da poche) persone. Di conseguenza, chi parla in scena è (anche) il riflesso di voci udite, mimiche osservate, presenze percepite. Anche per questo, qualunque cosa faccia o dica, il personaggio si fa amare da chi lo scrive. Non fosse che perché lui/lei, il personaggio, è quanto resta di persone che, non richieste, e senza nemmeno saperlo, gli si sono date. Circa la Figlia e la sua antipatia conclamata ci ha sorpreso vedere in quanta parte del pubblico giovanile, diciamo quello sotto i trenta anni, questo personaggio, almeno finché non tradisce la fiducia della Madre, sia stato quello più amato. Tante giovani donne…

Luca

Anche ragazzi…

Lucia

Anche ragazzi, sì, ci hanno detto: «Noi tifavamo per lei e ci è dispiaciuto che alla fine abbia mostrato d’essere una persona così arrivista. Veramente non ce lo aspettavamo». Per noi è stata una sorpresa perché, fin dall’inizio della vicenda ci sembrava di aver seminato dietro i suoi proclami molta della retorica che caratterizza tanti luoghi comuni espressi da numerosi benpensanti che operano nel campo della cultura, e non solo in quello. Ma è stato interessante osservare come diverse persone – e forse qui bisognerebbe dire “diverse generazioni” – percepiscano il medesimo atteggiamento in modo completamente diverso. Del resto siamo in molti – noi inclusi – a essere affascinati dall’idea che una persona giovane, idealista e un po’ ribelle possa salvare il mondo.

Luca

Tornando alla tua domanda, la risposta è «sì, partecipiamo alla tua antipatia per lei». Però abbiamo fatto di tutto perché chi aderiva al suo ribellismo, al suo imporsi anche un po’ maleducato, potesse farlo con convinzione. Salvo poi, all’ultimo, cambiare le carte in tavola…

Lucia

È come se chi la osserva ricevesse il messaggio: «Devi essere aggressivo sennò il mondo non ti guarda». E questo un po’ piace. E un po’ è pure vero.

Gerardo

D’altra parte, chi la guarda è un pubblico teatrale e, in senso più ampio, culturale, e poiché lei, come personaggio, veicola questioni culturali, suscita naturalmente una certa empatia.

Luca

Inizialmente non volevamo scrivere del mondo della cultura. Ci sembrava un terreno minato. E poi nessuno di noi è nella posizione di potere dare lezioni agli altri. Eppure, nella realtà delle cose, sono molti quelli che si credono puri e in grado di fare la morale ai propri colleghi e al mondo…

Pensavamo di tenerci alla larga da questo genere di tema, ovvero di non conferire allapièceun andamento metateatrale. Poi, una volta deciso di prendere il toro per le corna, il personaggio della Figlia ha assunto un’identità più precisa, estremamente moraleggiante, nella quale il suo volersi imporre con molta sicurezza nei proprio mezzi, poi porta al tradimento di quegli stessi ideali che prima proclamava come assoluti.

L’energia del ribellismo della Figlia svuota di dignità la Madre, che, lei sì, avrebbe potuto porsi come modello e dare lezioni. O, meglio, avrebbe potuto farlo prima di farsi corrompere, di degenerare, al culmine di un processo involutivo che nemmeno lei ricorda quando sia iniziato… Nella dimensione sociale tutto è sfumato, le nostre stesse azioni acquisiscono più di un possibile significato. C’è un pulviscolo che sfoca l’interpretazione univoca di ogni nostra azione, e ci siamo tutti immersi dentro. Ma non tanto dentro da far sì che la Figlia si salvi e che il suo tipo umano se la cavi senza un graffio.

Lucia

Del resto le abbiamo gettato contro alcune delle frasi che noi stessi ci siamo sentiti dire, facendo teatro.

Luca

Ma le abbiamo anche attribuito frasi che abbiamo detto noi stessi. Ci sono in lei molti dei nostri sbagli, eccessi, ridondanze.

Lucia

Sì, non abbiamo realizzato una figura vista dall’esterno. Dentro di lei, come dentro agli altri personaggi, del resto, ci siamo anche noi, con le nostre amarezze, le nostre impulsività, il nostro entrare – a volte – a gamba tesa…

Luca

Con le carte che abbiamo in mano certe volte non possiamo che giocare come gioca la Figlia!

E comunque, di tutte le quattro pièce,Le volpiè l’unica che finisce bene, almeno relativamente alla Figlia, ma forse finisce bene in assoluto, perché la persona giusta si colloca al posto giusto, alla direzione del Museo del Contemporaneo.

Gerardo

Qui il dialogo è azione.

Lucia

Anche in altri dei nostri testi esiste la saldatura di dialogo e azione, però, neLe volpi, è indubbiamente più determinante, più forte, perché, oltre alle parole, ai biscotti e al caffè, non c’è null’altro. Solo un vuoto agostano da riempire con le cose che si dicono.

Gerardo

Forse il vuoto dello spazio scenico è, per l’immaginazione intertestuale, l’equivalente della pagina bianca per la scrittura. Qualcosa che si offre per venire riempito, utilizzato, pensato, e che, al contempo, corre il rischio di originare un contesto di simulazioni alle quali è difficile conferire senso, necessità, valore.

Luca

InBandiera, quando il Giovene Uomo lascia sole la Signora Rita e Shantel dicendo che dalla loro capacità di mettersi d’accordo dipende la pace mondiale e la remissione universale dei debiti, c’è un’aspettativa di senso, l’attesa d’una risoluzione. Quello è un momento in cui le parole potrebbero generare azione e cambiamento. Anche se lì non accade, perché i personaggi si lasciano sfuggire l’occasione.

***

Nel teatro di Lucia e Luca,Bandiera(2026) sostituisce il criterio della verosimiglianza con diversi modelli scenici e culturali. C’è il ricordo delle comiche finali (e, più generalmente, dei film horror, thriller o polizieschi), per cui ogni situazione è riempita da azioni materiali che si connettono le une alle altre, generando una grottesca pantomima nella quale le macchine e le cose mostrano una forte inclinazione a rendersi autonome e attrattive, mentre i personaggi agiscono secondo automatismi dichiarati. C’è la reificazione testuale delle parti drammatiche che non sconfinano, come fanno i personaggi-persona, nell’ambiguità del non detto, ma, come accade coi tipi scenici, si esprimono icasticamente in ciò che dicono gli intenti e il pensiero dai quali procedono le asserzioni verbali. C’è, infine, a fondare il livello del senso, la tessitura allegorica della trama. Tutto è molto dichiarato, evidente e festosamente assurdo.

I personaggi femminili esemplificano due condizioni sociali. La Signora Rita è moglie del Primo Ministro e incarna la classe dominante. Shantel è una migrante afflitta dai debiti. Il suo italiano è stentato, ma semanticamente chiarissimo, tanto che il personaggio, capendo le ragioni della crisi e le relative vie di soluzione, può assumere il ruolo di salvatrice potenziale. Il Giovane Uomo è invece un tipo scenico, un dispositivo epico che, in momenti differenziati, fornisce alle donne e al pubblico le informazioni necessarie e connettere le fasi della trama e il loro senso allegorico.

Una non meglio identificata civiltà extra-terrestre cerca da tempo di correggere i destini dell’umanità, inviando un proprio emissario che reca una scatola a due terrestri di diversa collocazione sociale. Se questi riusciranno a stabilire fra loro una concordanza di visioni e speranze, la scatola si aprirà e inizierà il giubileo comunista, nel quale spariranno tutti i debiti e il mondo inizierà una nuova fase edenica.

Shantel capisce che un’occasione del genere non si presenterà più e tenta di convincere la Signora Rita ma questa, restando abbarbicata ai propri privilegi, contribuisce a far fallire l’esperimento. Del resto, anche la stessa Shantel non ha la capacità di accogliere la proposta nel suo significato universale, interpretandola come una possibilità salvifica destinata solo a lei e alle altre persone che, come lei, sono povere e meno fortunate.

Di fronte al fallimento del tentativo, Shantel chiede comunque al Giovane Uomo di partire con lui, raggiungendo la lontana civiltà extra-terrestre.

Ogni drammaturgia è leggibile come allegoria del proprio senso. Restando nell’ambito di questo teatro, osserviamo cheLa lotta al terroreè leggibile come allegoria dell’impossibilità di lottare contro il terrore, chePiccola Patriaè allegoria d’un generale riflusso verso il privato che riformula le contrapposizioni politiche privilegiando ciò che è locale, rispetto agli orizzonti del mondo globale, cheLe volpisvolge allegoricamente l’assenza di intelligenza e di visione nella gestione del potere. Vi sono, dunque, allegorie sottotraccia che non contraddicono il realismo dei personaggi e delle situazioni. Accanto a queste,Bandierasvolge invece un’allegoria che connota la percezione dell’evento scenico, sostituendo al primato del realismo i valori teatrali del dinamismo corporeo, dell’azione cinetica, del gioco verbale. In questapièce, i personaggi si trovano, prima o poi, alle prese con una motosega che ha la particolarità di accedersi da sola, bevono, mangiano, telefonano, cadono, fuggono, si scompigliano, si scontrano, si spaventano. Il loro compito essenziale non è rappresentare realisticamente una vicenda, ma impegnare le risorse della scena e del grottesco per rendere comprensibile e visibile al pubblico un’interpretazione nascosta – o, meglio, non immediatamente percepibile – dell’azione.

Esaminiamo, a titolo di esempio, le peripezie allegoriche d’una parole particolarmente importante e segnalata. Quella che fornisce il titolo alla pièce: bandiera. Giunti alla Scena 11 apprendiamo che la bandiera in questione non è il simbolo d’una nazione ma il nome d’una particolare ricetta di peperonata. Dice Shantel: «Te no tocca a mia peperonata bandiera. Peperonata no pronta. Ma ora io no può cucinare». A partire da questo momento la peperonata bandiera diviene una protagonista culinaria della storia: il Giovane Uomo la mangia di nascosto durante il confronto fra le due donne, poi, gli extra-terrestri accettano di ospitare Shantel a condizione che questa insegni loro a cucinare la prelibata pietanza. Attenzione, però, il livello del senso allegorico non è cancellato, ma soltanto sospeso. Grazie agli ingredienti il nome della peperonata torna infatti a connettersi all’accezione simbolica ed epica della parola bandiera. Richiama il senso dell’allegoria l’ultima battuta dellapièceche viene così conclusa da Shantel: «Se vole peperonata bandiera, te bisogna cipolla rossa. Io diceva sempre a Signora Rita: te usa cipolla rossa! Cipolla rossa molto importante. Cipolla rossa segreto. Bandiera solo con cipolla rossa. Bandiera fai così».

Rispetto ai tre precedenti lavori,Bandierapresenta uno stile radicalmente mutato. Sparisce il realismo, la vicenda procede attraverso avvenimenti che risultano opposti al principio della verosimiglianza, sia che contribuiscano alla trama, sia che schiudano linee narrative collaterali: penso al traumatico accendersi della motosega o alle telefonate fra la Signora Rita e il Primo Ministro. In questo contesto diegetico, i drammaturghi, da un lato, irridono i dispositivi di senso dell’allegoria, rendendoli con urticanti pastiche verbali  (la peperonata bandiera, il giubileo comunista, la connessione fra FBI e Stalin, la remissione, non già delle colpe, ma dei debiti materiali), dall’altro, però, sono ben attenti a non fare cadere dall’attenzione questi stessi dispositivi di senso, che, pur venendo addormentati o sospesi, continuando a orientare il significato e la stessa scrittura del testo drammatico.

Lucia

Trovo molto puntuali le tue osservazioni sul cambiamento stilistico. Dobbiamo confessare che, all’inizio,Bandieraassomigliava allepièceprecedenti e, in particolare, aLe volpi. Secondo i nostri piani, ci sarebbero stati un attentatore, una collaboratrice domestica e una signora moglie del Primo Ministro. A partire da questa traccia, abbiamo provato a scrivere dei dialoghi in linea con i precedenti. Però, arrivati a un certo punto, ci siamo stancati e abbiamo buttato via tutto. Allora abbiamo aperto leFiabe italianedi Calvino. Per noi, Calvino è sempre stato un autore di riferimento, io quando mi sento in crisi lo apro e mi conforta. Cominciando dalle fiabe della Toscana, abbiamo trovato la storia chiamataIl regalo del vento tramontano, che narra d’un uomo poverissimo che non sa come nutrire la famiglia e si reca dal vento tramontano per chiedergli aiuto. Il vento gli dà una scatola dicendogli «Piglia questa scatola, e quando avrai fame aprila, comanda quel che vuoi e sarai obbedito. Ma non darla a nessuno, che se la perdi non avrai più niente». L’uomo mantiene il segreto, ma la moglie, che è una chiacchierona, dice tutto a un prete che le ruba la scatola e la tiene per sé. Allora, l’uomo torna dal vento tramontano che gli dà un’altra scatola e gli dice: «Questa non aprirla se non quando avrai una gran fame. Se no, non ti ubbidisce». Sulla strada del ritorno verso casa, l’uomo apre subito la scatola dalla quale però esce un uomo che gli dà un sacco di legnate. Allora, gli viene un’idea: chiama la moglie e le dice che la seconda scatola è ancora più preziosa e potente della prima. La donna corre dal prete che, saputa la cosa, le ridà la prima scatola e si prende la seconda. Fatto l’affare, il prete invita a un grande banchetto altri preti che abitano nelle vicinanze. Gli ospiti arrivano, ma la tavola è ancora vuota. Allora alcuni preti più informati degli altri dicono: «Vedrete, all’ora di desinare, apre una scatola e fa venire tutto quel che vuole. Aspettate, qui dentro ci sono prelibatezze per tutti». Ma quando il prete apre la seconda scatola ne escono tanti, ma tanti uomini, che prendono a randellate ciascuno dei preti.

Questa fiaba mi aveva colpita straordinariamente. Mi chiedevo: «Cosa possiamo farne? Come possiamo unirla ai personaggi che già ci sono?». Le fiabe, come le allegorie, consentono di riporre i criteri della verosimiglianza, pur continuando a fornire un senso, un valore.

Luca

Molto del nostro teatro parla della dinamica storica attuale che vede arricchirsi smisuratamente un pugno di persone a spesa dell’impoverimento delle masse. Nessuno ne parla o, peggio, anche quando se ne parla, è come se non se ne parlasse. C’è silenzio attorno a questi fatti, che invece per noi sono centrali nelle dinamiche sociali del nostro presente. Con il nostro teatro, piccolo, discreto, anche pudico, come si diceva, proviamo a essere una voce che mette al centro questi temi.

Infatti, abbiamo provato a combinare alla fiaba di Calvino un altro elemento. Cerco di spiegare a cosa mi riferisco. Intorno a noi c’è la sensazione d’un capitalismo infinito e invincibile che sta occupando ogni spazio di potere. Possibile che non esista nient’altro, oltre al capitalismo? Sembra quasi che il capitalismo sia l’unico orizzonte all’interno del quale possiamo immaginare noi stessi. Lo spettacolo nasce dalla volontà di ribellarci all’impossibilità di immaginare qualcosa di diverso o di addirittura alternativo rispetto al capitalismo inevitabile. Uso intenzionalmente il verbo “immaginare”. Sul piano realistico non riusciamo a mettere a punto la proposta di una possibile società diversa dall’attuale. Allora, per forza, siamo ricorsi all’immaginazione, al magico, alla scatola che si apre solo a certe condizioni, alle fiabe, all’allegoria. Così è nata l’idea del Giubileo Comunista come alternativa al Capitalismo Inevitabile.

Lucia

E così, alla fiaba di Calvino, che è comunque già di per sé una fiaba politica, abbiamo abbinato un testo dell’antropologo David Graeber che indaga la crisi del capitalismo e la resilienza del mondo sociale. Così la scatola di Calvino si è intrecciata agli studi di Graeber dai quali, tra l’altro, proviene anche la motosega. O, meglio, proviene la conferma dell’idea di utilizzare una motosega in scena. Graeber, infatti, dice: « «Sostenere che il fatto di possedere una sega a motore mi dia il potere assoluto di farci quel che voglio, è ovviamente assurdo». Per noi, leggere questa frase è stata la conferma che questa immagine della motosega, che avevamo già trovata, doveva restare.

Luca

Per tornare al discorso sulle catastrofi dal quale siamo partiti, vorrei dire che, inBandiera, attraverso il Giovane Uomo, Lucia e io ci siamo rimproverati perché in passato avevamo spesso sostituito all’immaginazione d’un mondo alternativo il deflagrare delle catastrofi. E, in fondo, ce lo siamo fatti dire anche da uno dei personaggi (anche questo è una sorta di richiamo metateatrale). Infatti il Giovane Uomo dice: «Il problema è che voi non riuscite ancora a immaginare un altro modo di organizzare le cose. Pensate che niente possa cambiare perché è sempre stato così. Siete solo in grado di concepire la fine di tutto: la catastrofe».

La catastrofe, però, non è solo annullamento, minaccia e distruzione, ma anche sollevamento di energie, cambiamento in atto. A quest’ordine di grandezze appartiene l’immagine dell’uomo che, munito di motosega, penetra l’interno abitato dalle donne, lo violenta e lo distrugge in quanto casa o luogo protetto. Questa immagine è stata per noi un’ossessione e un germe, qualcosa che palpitava e viveva con forza sin da quando abbiamo iniziato a lavorare a questo testo, sebbene nel quadro d’una immaginazione ancora incerta, nebulosa, vuota.

Abbiamo poi capito che nemmeno l’uomo con la motosega è una vera catastrofe. Questa verrà dopo e avrà l’aspetto di una scatola che non si apre perché le due donne non si mettono d’accordo. Tuttavia, l’uomo con la motosega porta nell’interno domestico l’apparenza dello spaventoso, frammenti perturbanti del mondo esterno. È l’esatto contrario di quanto avevamo fatto nelle nostre altre pièce, dove, rispetto ai dialoghi fra i personaggi, le catastrofi sono esterne (La lotta al terrore),anteriori (Piccola Patria) o successive (Le volpi).

Gerardo

Le indicazioni sulle fonti diBandierasono tanto stimolanti che vi chiederei di concludere questa nostra conversazione parlandomi delle fonti diLa lotta al terroreePiccola Patria. PerLe volpici avete già parlato di Sciascia.

Lucia

Le volpirisentono anche dello studio diVolponedi Ben Jonson. Su questo testo io avevo fatto la  mia tesi di laurea e avevo voglia di utilizzarlo.

Luca

Secondo me, perLe volpile fonti principali sono state biografiche. C’erano state, nella nostra vita, delle frustrazioni che avevano smosso la necessità di parlare del sistema culturale e teatrale.

Lucia

Però, per me… per ogni testo ci sono riferimenti letterari. Dietro alla scrittura, insomma, ci sono in primo luogo gli scritti.

Luca

Se però parliamo di iniziLe volpinascono dalla volontà di prendere la parola circa i rapporti fra il potere e il mondo della cultura.

Lucia

Per me no. Io mi chiedevo come riscrivere e adattare al nostro presente ilVolponedi Ben Jonson.

Luca

Però di questo è restato poco.

Gerardo

Il titolo.

Lucia

Sì, un omaggio…

Luca

Sì, nel Sindaco, qualcosa c’è…

Lucia

Infatti, se qualcuno l’ha definito un volpone, quel qualcuno ha colpito nel segno.

Gerardo

Qualcosa resta. Una volta che qualcuno entra nel processo compositivo è impossibile cancellare del tutto la sua presenza.

Lucia

PerLa lotta al terroreha contato tantissimoL’uomo in rivoltadi Camus. Avevamo bisogno di ascoltare qualcuno che parlasse con lucidità del terrorismo. E Camus ci ha insegnato a essere capaci di pensiero anche quando gli eventi sembrano attaccare le fondamenta del vivere sociale, come hanno fatto quelle lunghe ondate di attentati contro l’Occidente.

Luca

Però, anche in quel caso, sono state importanti le circostanze biografiche. Avevamo bisogno di riflettere sull’inadeguatezza delle risposte date dal potere politico al fenomeno del terrorismo jihadista. Tanto che il cortocircuito è scattato, non tanto fra fonte letteraria e fonte letteraria, ma fra fonte biografica e fonte biografica.

Ci chiedevamo come i piccoli burocrati di paese avrebbero affrontato, non tanto le richieste di noi teatranti (che già li mettevano in difficoltà), ma i fatti del terrorismo politico. Se questi si fossero verificati nella piccola città di Sansepolcro dove dirigiamo il teatro comunale e il festival, come avrebbero reagito quelle persone già così poco capaci di risolvere questioni infinitamente meno complesse?  A Roma, dove noi viviamo abitualmente, negli anni degli attentati, si aveva paura a prendere la metropolitana, si vociferava di zone particolarmente pericolose dove non bisognava andare. Nelle diverse proporzioni della provincia italiana come si sarebbe riposizionato tutto questo?

Gerardo

Il terrorismo si addice alle metropoli…

Luca

Sono molte e differenziate anche le fonti confluite inPiccola Patria. Svolgendo un progetto europeo avevamo conosciuto un docente universitario catalano, Lluis Bonet, un uomo di grandissima cultura e un ardente sostenitore della causa catalana. Noi, abituati al più modesto livello degli analoghi dibattiti autonomisti in Italia, tendevamo a banalizzare la questione. Bonet, invece, ci ha portato a confrontarci con chi vive questioni di tipo rivendicativo, che abbiamo poi approfondito leggendo un libro di Fernando Aramburu,Patria, ambientato nei Paesi Baschi.

Lucia

Di quel libro ci avevano colpito l’angolazione visuale, la struttura, il rapporto passato/presente.  In primo luogo, Aramburu narra le tragedie dell’indipendentismo basco attraverso dinamiche familiari. Inoltre, alterna narrazioni eflashback, facendo sì che il lettore costruisca da sé il proprio punto di osservazione. Infine, il senso delle vicende viene ricavato dai segni lasciati dal passaggio del tempo. Le vicende, cioè, non vengono vissute in tempo reale, non portano il lettore a mettersi nei panni dell’attentatore, ma lo conducono a congelare, in quanto trascorsa, la violenza dei fatti. InPiccola Patriapenso siano visibili gli effetti di queste tre prospettive sulla scrittura.

Luca

Più che le catastrofi, Aramburu viene a narrare il dopo. E cioè come si mettono assieme i cocci, tornando ad avvicinare gli eventi a distanza di anni. La chiave per narrare l’argomento diPiccola Patriaci è stata fornita da questo scrittore.

Lucia

Aramburu, insomma, ci ha insegnato a considerare gli eventi in una prospettiva definita dal pensiero dei posteri. È una condizione molto simile a quella del drammaturgo.

Luca

Poi, inPiccola Patria, ci sono due elementi trasferiti di peso dal reale.

Tanto per cominciare, la vicenda storica dell’antica Repubblica di San Verdiano – importantissima per la nostra vicenda, visto che giustifica la consultazione elettorale con cui inizia lapièce– è assolutamente vera. Cambia solo il nome. Quello corretto è Repubblica di Cospaia. Si trattava di una terra di nessuno fra la Toscana e l’Umbria, proprio accanto a Sansepolcro, dove venivano tollerati traffici altrove illeciti, come la coltivazione del tabacco. La sua vera origine, dovuta a un errore nel tracciamento dei confini, è narrata nel dettaglio all’interno dellapièce.

Lucia

Il secondo evento trasposto ha a che fare con un viaggio che Luca ed io abbiamo fatto in Africa, nel 2018, dove abbiamo navigato sul Lago Vittoria fino a raggiungere un’isola, che, nellapièce, è diventata il rifugio di Caterina. Le impressioni del personaggio riprendono fedelmente le nostre. Dice Caterina: «Tu non te la riesci neanche a immaginare, l’isola. È un posto quasi irraggiungibile. È collegata alla città da una nave, un’unica corsa giornaliera, quando non viene cancellata. Durante il tragitto loro tengono accesa – a tutto volume – questa televisione, che in più non riesce a sintonizzarsi su niente. Ci vogliono tre ore, anche quattro, se il mare è mosso». Questa è una descrizione letterale della nostra esperienza per arrivare lì. Ma sono molti i debiti che abbiamo con quel luogo. Prima di partire per la Tanzania, avevamo lasciato la scrittura del personaggio di Caterina in un momento sospeso. Sapevamo che era andata a vivere in un altrove, rispetto a San Verdiano, ma non avevamo ancora individuato il luogo in cui si era rifugiata. Il viaggio in Africa ci ha fatto trovare la sua meta.

Gerardo

Le fonti, talvolta, sono pezzi della storia.

***

Il lavoro di Lucia e Luca intorno alle fonti delle loro drammaturgie si svolge secondo dinamiche diverse e complementari. E cioè destinate a confluire, ognuna con le sue proprietà, nel processo compositivo d’una immaginazione intertestuale. A un livello preliminare occupata dal trasferimento dei ricordi e delle selezioni testuali dalla realtà dell’individuo in stato di composizione drammatica all’opera teatrale, la ricerca dei drammaturghi procede secondo un movimento sciame. Come fanno le api, la creatività drammaturgica percorre la dimensione del vissuto e gli spazi letterari e scenici dell’invenzione teatrale ricavandone alimenti che consegna, una volta trasformati dal loro passaggio in un organismo corporeo altro, alla casa comune dell’operain fieri.

Le pagine dedicate ai colloqui con Luca e Lucia presentano numerosi esempi di ciò: ne isolo qui alcuni. Da film horror e opere di antropologia scaturisce l’immagine dell’uomo con la motosega e, questa immagine, chiede ai dialoghi fra i personaggi di venire attivata, giustificata e commentata, generando testualità ulteriore.

Un viaggio in Africa scopre la meta del personaggio di Caterina, colmando di vissuto reale un tassello della vicenda drammatica. Poi, però, quanto più i riferimenti si moltiplicano e le versioni abbozzate e abbandonate si succedono le une alle altre, la dinamica, che accorpa le fonti all’immaginazione intertestuale, cambia radicalmente. Non si tratta allora di identificare premesse, dettagli o singoli tasselli. Rafforzato dalle connessioni fra gli innesti biografici e dal progetto di manifestare il senso dell’opera, il processo drammaturgico non solo conduce alla drammaturgia scritta, ma la genera al proprio interno, a getto continuo. Più che d’uno sciame potremmo parlare, a questo proposito, d’uno stormo di storni che, volteggiando per l’aria, compone meravigliose successioni di figure tridimensionali. Questo fenomeno si vede nei cieli serali di molte città italiane e, soprattutto, di Roma. Si tratta d’una strepitosa esemplificazione dell’immaginazione intertestuale. Lo stormo oggettiva infatti una dimensione relazionale, ottica e cinetica costituita dal movimento di migliaia di esemplari in reciproco rapporto e guidati da uno o più capi-stormo.  Se, grazie a un dispositivo tecnologico, congelassimo un momento di queste evoluzioni otterremmo un’opera astratta, armoniosa e ricchissima di dettagli; un’opera che non sarebbe il fine del movimento complessivo, ma scaturirebbe dal fatto di averne bloccato un istante le immagini e la volumetria. Quanto più l’immaginazione intertestuale si satura di elementi, tanto più l’apparizione d’una nuova fonte si presta a generare drammaturgie, da un lato, rendendo disponibile a nuovi riusi il processo fino ad allora compiuto e, dall’altro, gemmando un nuovo percorso compositivo indirizzato al compimento.

Si pensi all’azione esercitata dalla fiaba del vento tramontano sulla composizione diBandiera. La scatola e le prove che consentono di schiuderla cancellano l’originario realismo, fondano la trama allegorica dellapièce, conferiscono senso ai linguaggi parlati e alle condizioni sociali delle due donne. L’evoluzione dello stormo ha originato una forma inattesa all’origine e su questa si è fissata l’attenzione dei drammaturghi, ma non per questo il lavoro precedente è perso; a questo punto del nostro percorso sul teatro di Luca e Lucia, possiamo considerare le loropiècequali frutti della sotterranea ed esigente ricerca d’una società alternativa o, almeno, d’una Storia non del tutto stordita, non completamente uscita dai cardini.

www.ateatro.it, mercoledì 2 febbraio 2022

Le Residenze Digitali, una delle iniziative più interessanti nate durante la pandemia, già finalista al Premio Rete Critica 2021, hanno lanciato il bando per la terza edizione, scandenza giovedì 24 febbraio per candidarsi
Il progetto, che si rivolge agli artisti delle performing arts che vogliano esplorare lo spazio digitale nel proprio percorso autoriale, è ideato e promosso dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia, CapoTrave/Kilowatt), in partenariato con AMAT, il Centro di Residenza Emilia-Romagna (L’arboreto – Teatro Dimora, La Corte Ospitale), la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova, ZONA K di Milano, a cui si aggiungono quest’anno altre due realtà: Fondazione Piemonte dal Vivo / Lavanderia a Vapore e Fondazione Romaeuropa.
Questa rete di 9 partner nel 2022 seleziona e sostiene 6 progetti artistici con un contributo di residenza pari a 3.500 euro + iva ciascuno. Ogni proposta deve prevedere una restituzione online aperta al pubblico, che si terrà a novembre 2022. Nell’occasione, Vincenza Di Vita ha intervistato Luca Ricci e Lucia Franchi di CapoTrave/Kilowatt.

Cos’è per voi il teatro?

Luca – Il teatro è un’arte che esprime l’ingegno e la sensibilità dell’essere umano. È un ambiente in cui le competenze tecniche si fondono con quelle artigianali, in cui, per viverlo quale parte attiva che produce contenuti, servono visioni culturali, storiche, antropologiche, pensiero sociale e politico, ma anche attitudini relazionali, psicologiche, organizzative: è proprio questa sua pluralità di prospettive a renderlo tanto affascinante, per me, ovvero un contesto sempre diverso, e una fonte inesauribile di espressione delle complessità che ognuno di noi porta dentro.

Lucia – Il teatro è un luogo di incontro delle diversità, anche di quelle che non hanno spazio e possibilità di espressione in altri contesti. Se ripenso al momento in cui ci sono entrata, a 18 anni, ricordo perfettamente la percezione di aver trovato un ambito in cui certe mie “storture” personali – che non avevano sin lì trovato un posto in cui stare a loro agio – stavano invece bene e, anzi, non erano più percepite come diversità, ma piuttosto mi rendevano parte di un gruppo, insieme ad altri.

Quando il teatro diventa comunità?

Lucia – Le comunità di riferimento del teatro sono sempre plurali, sia per le specificità dei differenti luoghi in cui un teatro opera, sia perché ogni teatro sceglie quali gruppi di persone vuole incontrare, a chi vuole parlare. Quindi prima di tutto va focalizzato con chi si vuole entrare in relazione. Il secondo passo è ascoltare: i bisogni che ogni luogo e che ogni comunità esprimono non sono mai univoci, bisogna avere la capacità di coglierli e interpretarli. Solo al terzo posto viene l’elaborazione del proprio racconto artistico e la capacità di saperlo trasmettere. Che non significa subordinare la libertà dell’arte agli altri passaggi che l’hanno preceduta, ma immaginare che l’arte possa e debba inserirsi dentro un dialogo con i luoghi e con le persone. Se questi sono i passaggi, si crea una comunità che sente di essere parte di un processo e di un discorso teatrale.

Luca – Quello che dice Lucia è il metodo che noi abbiamo applicato tante volte e che ci ha insegnato molto e dato bei risultati, nel medio e lungo periodo. Però poi ci capita spesso di pensare che la vera arte abbia in sé la forza pura e innata di parlare agli individui e al proprio tempo, e che la sua forza di attrazione basti a generare interesse e creare comunità. Dopodiché è vero che non sempre siamo in grado di proporre un’arte così assoluta e nitida, e dunque creare comunità intorno all’azione teatrale serve a formare un pubblico che è indulgente pure con gli esperimenti, le prove e gli errori di cui l’arte ha bisogno per farsi grande.

Avete mai pensato di fare un altro mestiere?

Insieme – Eeeh… molte volte!

Lucia – Io avrei voluto fare l’etologa, perché mi è sempre venuta naturale la relazione con gli animali, alle volte più di quella con gli esseri umani. Con gli animali si usa un linguaggio della sincerità del corpo, che non ha bisogno della mediazione delle parole, che sono spesso un inciampo, creano equivoci, hanno un peso specifico talmente importante che diventa facile spostare il significato delle proprie emozioni.

Luca – Al contrario, a me sono sempre piaciuti tutti i mestieri che hanno a che fare con la relazione tra esseri umani. Io trovo la mia dimensione più adatta nello scambio di idee, nel confronto, anche nell’espressione delle divergenze; discutere con le persone è per me una cosa molto naturale, un modo per entrare nel punto di vista di chi è diverso da me, alle volte lo è anche il litigare che considero un’opzione dialettica, tutt’altro che sconvolgente. Difendere le proprie posizioni con fervore è un valore, non mi piace chi è sempre d’accordo con tutti e su ogni cosa, e così si lascia scorrere tutto addosso. In conclusione gli altri mestieri che avrei potuto fare sono il giornalista, il politico, oppure il prete!

Siete stati premiati con i più importanti riconoscimenti italiani per il vostro lavoro, come vi ha reso questo? Che genere di responsabilità ha generato in voi?

Luca – Il primo premio Ubu, quello del 2011, dato all’azione dei Visionari come progetto speciale era stato lieve e leggero come metterci un paio di ali sulle spalle e invitarci a volare. I premi di questo 2021 che si è appena chiuso, il Premio della Critica ANCT a Kilowatt e il Premio Ubu a noi due, come migliori curatori, hanno invece il peso di una responsabilità molto più concreta: sono arrivati in un momento di grande crisi per tutto il sistema nazionale dello spettacolo dal vivo, e ci dicono che anche da noi due ci si aspettano idee, proposte, giuste domande e possibili soluzioni per la ripartenza del nostro mestiere e la crescita di tutti gli artisti, i tecnici e gli organizzativi che vi operano.

Lucia – Io sento che questa responsabilità di cui parla la tua domanda si estenda anche al ruolo femminile nel dirigere. Questi riconoscimenti affermano un possibile modo di esercitare il ruolo di direzione. Non è affatto detto che le donne debbano ispirarsi a un modello di direzione maschile. Io ho attitudini relazionali differenti da quelle di Luca e ho una personalità diversa da lui, e in questo c’entra molto anche la mia femminilità, ma non per questo ho un ruolo secondario nella direzione della nostra struttura. Sono a tal punto convinta che le donne possano guidare un progetto, un’azione, una squadra di persone, che non ho mai avuto l’esigenza di esibire questo mio ruolo: a volte questa mia attitudine è stata fraintesa, e non veniva letto come dentro questa direzione congiunta ci fosse un assoluto equilibrio di forze tra noi. Mi ha fatto piacere che i premi più recenti, e specialmente l’Ubu, colgano invece questa nostro modo sinergico di operare in coppia: io vivo ogni giorno questa parità, nel mio rapporto di co-direzione, e anche per questo non sento il bisogno di ostentare il mio ruolo, per di più in forme aggressive di rivendicazione.

Descrivete in una parola ciò che vi rappresenta nella quotidianità del fare teatrale.

Lucia – Intransigenza.

Luca – Passione.
www.dramma.it, domenica 11 luglio 2021

Tra qualche giorno comincerà la XIX edizione di Kilowatt Festival, in quel di Sansepolcro dal 16 al 24 luglio e con una icastica e molto appropriata denominazione. Come sappiamo il Festival è il frutto dell’intenso lavoro di Lucia Franchi e Luca Ricci, che sono anche la Compagnia CapoTrave, e della loro squadra che nella difficoltà di questi tempi ha saputo conservare una unità di intenti rara. Segno tipico di entrambe le realtà è una capacità di ascolto di ciò che, nella società teatrale e nella società tout court, attorno accade. Una capacità di ascolto che produce lavori drammaturgici attenti al presente ma capaci di andare oltre lo stesso presente per intercettare temi universali ed essenziali, e insieme promuove con il Festival la consapevolezza di comunità altrimenti distanti e disattente, che vengono cooptate nel processo sia organizzativo che creativo, ad esempio con l’ormai famoso gruppo dei Visionari, cittadini di Sansepolcro che partecipano con continuità alla selezione di parte delle opere da invitare. Sono ruoli e attività che non confliggono ma, pur nella distinzione, sono riuscite negli anni a vicendevolmente fecondarsi. Incontro Lucia Franchi, Luca Ricci essendo impegnato nelle prove del loro ultimo lavoro, per questa intensa conversazione.

In quasi venti anni di attività avete saputo conquistare un posto di rilievo nel panorama teatrale nazionale. Da una parte una creatività drammaturgica che intercetta temi sensibili trasfigurandoli esteticamente, dall’altra quella che chiamerei attività di promozione del teatro come costruzione di una comunità più consapevole. Quale di questi due elementi consideri prevalente oggi?

Una domanda molto stimolante. Innanzitutto anche quando dirò io sarà sempre un noi, perchè parlerò anche per Luca Ricci, in quanto il nostro è un lavoro condiviso. A volte abbiamo riflettuto, Luca ed io, su questo nostro doppio ruolo, da una parte quello di coloro che producono i propri spettacoli e che hanno la loro compagnia, che va appunto sotto il nome di CapoTrave, dall’altra Kilowatt, il festival che organizziamo e dirigiamo, la parte delle Residenze Artistiche e delle ospitalità dunque. Ci sembra però che, in realtà, queste siano facce diverse di uno stesso modo di intendere e di fare il teatro. Come tu giustamente focalizzavi, con i nostri lavori più recenti come “Piccola Patria”, noi cerchiamo di raccontare il presente, e di filtrarlo attraverso quella che è la nostra lettura del presente, stando proprio nella contemporaneità dei fatti che accadono. La stessa cosa cerchiamo di fare anche con il nostro Festival, vogliamo cioè che il nostro Festival, magari affidando la voce non più a noi stessi ma ad altri artisti, racconti quello che il nostro tempo attraversa. Le due attività, il nostro racconto come autori e registi, e il nostro racconto come direttori del festival, dunque per interposte persone, vogliamo siano il tentativo di parlare alla comunità, di creare linguaggi che nella loro diversità e pluralità comunichino alle persone che poi verranno a vedere gli spettacoli, che poi parteciperanno agli eventi. Noi crediamo inoltre che questo lavoro che è passato attraverso il festival, e poi attraverso esperienze come quella dei Visionari, abbia arricchito il nostro lavoro di drammaturghi e di creatori di spettacoli, ci abbia reso ancora più consapevoli dello sguardo dello spettatore, e quindi della comunità e quindi dell’altro.

La vostra mi sembra un compagnia di ricerca molto attenta al mondo che la circonda, capace di costruire relazioni feconde per la vostra e per l’altrui creatività? Questa apertura e disponibilità è un tratto che vi riconoscete?

Come persone, e questo vale anche per Luca, noi siamo molto disponibili, molte aperti a tutto ciò che può accadere, non soltanto nell’arte ma anche nella vita. Ci piace molto viaggiare e ci piace molto viaggiare nell’imprevisto, nell’improvvisazione, nella scoperta e dico viaggio, anche se non è propriamente lavoro, perché il viaggio racconta un po’ il modo di essere delle persone, secondo me. A seconda di come si viaggia, infatti, ciascuno racconta anche un po’ chi è nella vita. Questa nostra attitudine, che è personale, abbiamo cercato di portarla anche nel lavoro, o forse nel lavoro semplicemente porti le tue motivazioni più profonde, è vero il contrario. Tutto questo si riflette nelle cose che facciamo come drammaturghi, e che, ad esempio, Luca cerca di ricreare nel rapporto con gli attori che metteranno in scena i nostri lavori. Ma ancor prima, nel lavoro di scrittura e di drammaturgia, c’è un dialogo sul presente e di raccolta di un materiale che è sempre in fieri. E questo proprio perché nei nostri lavori cerchiamo di raccontare le cose mentre accadono, per cui dobbiamo sempre stare in ascolto. È quello in fondo che, in Toscana, abbiamo cercato di fare con Kilowatt. Ossia un ascolto con la comunità di San Sepolcro, con il territorio che è il nostro primo referente, che però non sia soltanto un pour parler, perché è bello oggi parlare di partecipazione, di coinvolgimento del territorio, ma per noi è qualcosa che è partito già dal 2006, con i primi progetti, anche se ancora non li chiamavano come oggi in quanto è una consapevolezza che è venuta successivamente. Questo anche per quanto riguarda il modo con cui lavoriamo con la nostra squadra, modo che cerchiamo sia una trasmissione di conoscenze reciproca, e poi con i nostri colleghi. Quindi anche al di fuori del territorio di San Sepolcro ci piace condividere progetti ed essere all’interno di reti, ci piace uno scambio di idee che diventi anche qualcosa di molto concreto. Però crediamo che questa sia la strategia giusta per diventare più forti, piuttosto che arroccarsi e rimettere sempre la palla al centro.

Dopo “La lotta al terrore”, che ha avuto un buon successo, anche il vostro ultimo spettacolo “Piccola Patria” affronta il tema della frizione ormai quasi insostenibile tra locale e globale, con riflessi sul tema dell’accoglienza e quant’altro ad essa collegato. Pensi che sia un problema che riguarda anche voi, tra comunità di riferimento e quella virtualità che supera ormai ogni frontiera?

Diciamo che sia “Piccola Patria”, che il lavoro che l’ha preceduto “La lotta al terrore”, ma anche il terzo e prossimo che è ancora in fase di elaborazione, è nella fase di scrittura, e che si chiama al momento “Le Volpi”, sono in effetti per noi una sorta di trilogia che vuole riflettere sulla contemporaneità ma partendo, come sempre, da un punto di vista molto locale. Sono cioè piccole realtà, piccole comunità, piccoli paesi da cui si racconta qualcosa che però, come dicevi tu, va molto al di là del confine del piccolo. Da una parte anche noi veniamo da una piccola realtà come questa di San Sepolcro, in cui da tempo non abitiamo più ma in cui da sempre lavoriamo. E anche le nostre famiglie vivono in cittadine limitrofe, per cui noi conosciamo molto bene quali sono le dinamiche, sia in positivo che in negativo, ma soprattutto in negatvo, poiché è nel negativo che spesso nasce un conflitto che stimola uno spettacolo. Noi dunque le conosciamo bene, e conosciamo bene le relazioni quando sono inserite in un contesto piccolo. Al tempo stesso noi cerchiamo sempre di creare delle storie che partendo dalla piccola realtà che conosciamo, vadano oltre e riflettano nel complesso la società in cui viviamo, quella italiana, ma anche quella euopea e almeno occidentale. Sono dinamiche per cui, partendo da storie molto personali, familiari quasi, poiché nate in contesti appunto piccoli di provincia, queste storie raccontano qualcosa che va oltre. C’è questa frase di Ernesto De Martino che a me e a Luca piace tantissimo, che dice che, per essere veramente internazionali, bisogna avere un piccolo mondo in testa. Noi la sentiamo molto nostra in quanto veniamo dalla provincia pur abitando a Roma, e alla provincia torniamo con il nostro lavoro nutrendoci anche di quell’energia buona, sana che la provincia dà, ma al tempo stesso vivendo in una metropoli come Roma e viaggiando molto, sia con i nostri lavori sia per i molti progetti che abbiamo in dimensione europea, cercando cioè di aprirci sempre un po’ di più per portare appunto questo nostro essere provinciali, e lo dico senza nessuna sfumatura negativa e positiva ma come dato di fatto, in un contesto internazionale. Le due cose si nutrono a vicenda per noi, non è che la provincia ha bisogno dell’internazionale o viceversa.

Al riguardo, lavorare spesso con i medesimi interpreti fa di voi quasi una compagnia stabile. Diventare anche con il tempo una compagnia cosiddetta di “repertorio” rientra nei vostri interessi?

Noi siamo una compagnia senza attori fissi. Quando è nata eravamo in tre membri, di cui due erano Luca ed io. Poi noi due siamo passati ad altri ruoli, ad altri sguardi e interessi sulla creazione, e da allora, di progetto in progetto, abbiamo lavorato con vari attori. È vero quello che dici tu sicuramente Simone Falloppa lavora con noi da molti anni, ed è uno dei tre interpreti sia della “Lotta al terrore” che di “Piccola Patria”, e questo vale anche per Gioia Salvatori e Gabriele Paolocà. La prima volta che abbiamo lavorato con loro è stato con “Lotta al terrore” e ci è piaciuto molto il loro modo di intendere e comprendere il nostro modo di lavorare. Si è creato un bello scambio, poichè tutti e tre sono anche autori e interpreti dei loro lavori, sono dei creatori. Tutto questo arricchisce molto il nostro lavoro, ma quello che immaginiamo ora è di non volere degli attori fissi ma di cercare di volta in volta persone nuove con cui collaborare in base al progetto di quel momento e della storia che dobbiamo mettere in scena. Quindi al momento questa stabilità ci sembra più corrispondere appunto ad un progetto del momento che ad una scelta. Tra l’altro, come si diceva, questo nuovo spettacolo che chiuderà la trilogia, per ragioni semplicemente anagrafiche di età dei personaggi, al momento comporterà la ricerca di nuovi attori e nuove attrici. Ma tutto questo è comunque ancora in fieri, in quanto abbiamo appena terminato il lavoro di scrittura e tutto può essere ancora cambiato.

Scrivete insieme o separatamente tu e Luca?

Abbiamo delle tappe in cui lavoriamo separatamente, poi ci si raccorda in questo percorso individuale. Lavoriamo insieme alla scrittura, nel senso che concepiamo insieme il progetto dello spettacolo, ne parliamo molto insieme. Poi materialmente sono io che scrivo gli spettacoli, nella stesura dei dialoghi e per definire i personaggi, però ad ogni momento di scrittura c’è il raccordo con Luca che la rivede e la esamina per darmi le indicazioni più prettamente registiche, di messa in scena da una parte, ma dall’altra anche per individuare determinati snodi drammaturgici. Ad esempio se un dialogo va troppo in fretta ovvero se un determinato personaggio non si capisce bene dove lo voglio portare, ecc. Sulla base di quelle indicazioni io poi rivedo il lavoro portandolo ad un compimento il più possibile condiviso nella definizione dei personaggi che poi raccontano la storia in scena. Dunque scriviamo insieme ma con ruoli e competenze diverse.

Siete diventati famosi, come Capotrave e come Kilowatt Festival, per lo sviluppo dell’intuizione dei “Visionari”, gruppi nel pubblico che scelgono e selezionano con voi gli spettacoli partecipando concretamente sia alla fase creativa che a quella organizzativa del vostro lavoro. Quanto, e se, ne è implicato il vostro lavoro più prettamente drammaturgico?

Io penso proprio di sì. Il progetto dei visionari è nato nel 2006 anche dalla necessità di creare un legame con il territorio che non fosse solo superficiale e distratto. Il festival era partito dal 2003 ma eravamo abbastanza inosservati dal territorio, che ci fossimo o non ci fossimo non portava delle reazioni, positive o negative che fossero. C’era nella maggioranza dei casi una certa indifferenza. Questo ci ha indotto a interrogarci molto, a chiederci perché succedeva, e la risposta che ci siamo dati è stata quella di coinvolgere direttamente delle persone della città nella scelta di una quota significativa degli spettacoli. Ancora oggi sono nove gli spettacoli selezionati dai Visionari in piena autonomia, pur coordinati da un lavoro lunghissimo e con passaggi complessi di Michele Rossi. Lui è il community team manager. Con passaggi che, nell’esame dei quasi quattrocento video che sono arrivati quest’anno, assomigliano quasi ad un torneo, come fossero gli Europei di calcio, con gironi, quarti e semifinali. Luca ed io comunque ce li riguardiamo tutti, soprattutto per avere una visione di quanto accade nel teatro italiano ed in quello internazionale, ma anche per guidare i loro processi, perché magari può essere loro sfuggito un lavoro che secondo noi merita un approfondimento ed una seconda visione. Però alla fine loro scelgono in autonomia, talora anche in conflitto con noi. Infatti nelle riunioni finali, che portano alle scelte definitive e a cui noi partecipiamo, non sempre noi siamo d’accordo, ma l’ultima parola è comunque la loro, non è la nostra. È la regola del gioco e questo porta alla seconda parte della tua domanda, cioè ad un rapporto diverso con chi ci guarderà. Noi non pensiamo che lo spettatore abbia il dovere ovvero il diritto di dire all’artista quello che deve fare, però è uno sguardo necessario, perché è uno sguardo che va a completare un’opera. È inutile che facciamo un’opera che parla a noi stessi o che parla solo agli addetti ai lavori. Manca un pezzo, manca il pubblico vero, il pubblico che è appassionato, e secondo noi questo dialogo va ripreso, va ripreso come festival, come rassegne, in tutto il mondo dello spettacolo dal vivo, soprattutto quello che fa ricerca ma non solo, e va ripreso quando si crea una propria opera. La domanda che Luca ed io ci poniamo costantemente è: questa cosa che raccontiamo e che per noi è urgente e necessaria, lo è anche per il pubblico, per le persone che lo verranno a vedere,? E se lo è, come, in questo passare attraverso la nostra visione, noi passiamo interagire con la loro visione? In quale forma, qual’è cioè il linguaggio migliore, quale è la forza che puoi trasmettere? Questo secondo me viene ancor prima della forma del linguaggio. Qual’è la forza che si vuol passare con questo racconto, quale è il modo per andare oltre, oltre noi, oltre gli attori, oltre le scelte registiche e di illuminotecnica? Questa domanda noi l’abbiamo molto presente e credo che negli anni sia diventata molto più presente che nel passato. Penso che questo nasca dallo scambio che noi abbiamo sempre con gli spettatori. È difficile trovare un equilibrio tra quello che uno spettatore ti restituisce e quello che tu vorresti restituire a lui. Però è dialogo.

A proposito di quanto ci siamo fin qui detti, mi viene in mente quanto scriveva Walter Benjiamin nel saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. In sostanza cioè, egli rilevava che ad esempio nel linguaggio cinematografico (e poi televisivo diremmo noi) il medium è lo stesso strumento tecnico di ripresa per cui l’attore, cito, “perde la possibilità, riservata all’attore di teatro, di adeguare la sua interpretazione al pubblico nel corso dello spettacolo”. È tipico il caso dei grandi critici del 900, da Gramsci e Gobetti, di andare per più repliche agli spettacoli di Eleonora Duse, poiché ogni sera era ‘diverso’. Questo per dire che c’è un rapporto estetico, contingente ma non subordinato, tra attore e pubblico, una interazione che spesso la sovrapposizione dei linguaggi e delle sintassi tende a far dimenticare, ma che rimane unico e imprescindibilmente legato alla cosiddetta ‘presenza’. C’è una ricaduta che solo così può accadere, in quanto se non c’è pubblico non c’è teatro.

Io sono assolutamente d’accordo. Tutte le opere d’arte che siano un film, che siano un libro o un dipinto, hanno bisogno di qualcuno che le guardi, altrimenti non esistono. Ci sono forme d’arte che sono delle esperienze individuali, ad esempio la lettura di un libro, o anche la visione di un dipinto o di un film. Io credo però che anche queste forme d’arte, che non hanno uno scambio a tu per tu con chi le ha create, acquistino un valore diverso nella collettività. Vedere un film in casa da soli, come è capitato spesso in questo periodo di pandemia, è una esperienza molto diversa dal tornare in sala, come ho cercato di ricominciare a fare in questi ultimi giorni il più possibile, e vedere il film insieme ad altri spettatori, perché comunque ti influenzano. Stessa cosa vedere un dipinto da solo, ovvero in un museo o anche insieme a tre gruppi di turisti che si accalcano sullo stesso dipinto, sono esperienze che cambiano, ciascuna, la nostra visione. In teatro, nello spettacolo dal vivo, che si chiama così, e può sembrare una banalità, perché in esso c’è qualcosa di vivo, in carne ed ossa sia in chi trasmette l’opera d’arte, gli attori, sia in chi la guarda, il pubblico cioè, questo è imprescindibile. In teatro mai una replica è la stessa, mai una serata del Festival è uguale alle altre serate del Festival, mai la visione di uno stesso spettacolo all’interno del festival nella stessa giornata, e ce ne sono sei o sette riprese, è identica l’una all’altra, perché ogni volta si crea una sinergia diversa, come con Eleonora Duse che hai citato. Questa è la cosa che mi commuove di più nel teatro, mi commuove sempre. Quando vado a teatro e vedo una cosa che anche non mi piace ho sempre un grande rispetto, poiché dietro c’è sempre un lavoro enorme. Chiaramente quando un artista fa una cosa che non piace è il primo a dispiacersene, per cui non mi alzo mai a metà spettacolo, mentre per un film lo faccio perchè c’è un distacco. A teatro mi sembra quasi una violenza di branco. Perché tu come pubblico sei molto più forte di chi sta in scena, gli attori essendo in quel momento molto vulnerabili. Poi dopo lo spettacolo, quando in un certo senso siamo tornati alla pari, allora c’è anche il diritto, e come colleghi e direttori di festival il dovere, di esprimere le tue perplessità, quando ce ne sono, come anche il tuo entusiasmo, però dopo. Quando siamo lì in platea no. È una forma di rispetto in quanto l’artista sul palcoscenico è nudo, senza protezioni, e cerca di ascoltare quello che il pubblico comunica nel corso della replica, e quando ha la sensazione che il pubblico sia assente allora l’attore si deprime, oppure cerca di rimotivarsi per portarlo con sé, quando la cosa funziona. Questa è la forza del teatro, che è insostitubile come dici tu. Va bene la commistione di linguaggi, noi abbiamo lavorato anche con il digitale per le residenze, però tutto questo lo affianchiamo, non lo sostituiamo. Ora che è finito il lockdown non è che le residenze digitali finiscono, continuano ma è un altro percorso. Non è un sostituivo dello spettacolo dal vivo, perchè non può esserlo, non è più quella cosa, è un’altra. Questo dura da migliaia di anni, potremmo dire, e alla sua base c’è qualcosa di molto naturale, ed è la comunicazione interumana. Al di là di tutte le sovrastrutture multimediali con cui articoliamo oggi la comunicazione, e che comunque l’arricchiscono come in questa nostra conversazione, il teatro è un rito molto, molto antico ed è la natura dell’uomo. È “adesso ti racconto una storia e io ti ascolto”, non si può cambiare ciò che è così essenziale e naturale, e neanche si deve.

Forse si tratta solo di recuperare al teatro il ruolo anche sociale che ha avuto e che, secondo me, deve avere di nuovo. Ma tornando al Festival di quest’anno, sono curiosa di sapere come lo avete costruito, viste anche le difficoltà causate dalla pandemia e dalla conseguente difficoltà a incontrarsi e scambiarsi esperienze che il digitale ha solo in parte surrogato. Come le avete affrontate e superate?

Non a caso abbiamo titolato questa edizione del Festival “Questa fervida pazienza”, poiché da una parte, e parlo del nostro settore, c’è voluta una grande pazienza dal punto di vista lavorativo. Va da sé che questa pazienza l’hanno avuta anche altri settori, altrettanto penalizzati, e poi spesso sono state toccate molte persone, nella loro stessa vita, da vicende drammatiche che richiedono, per essere superate, qualcosa che va oltre la stessa pazienza. Detto questo, pazienza ci pareva una parola che indica quello che abbiamo cercato di mettere in pratica in tutti questi mesi. Accanto alla pazienza, però, ci sembrava che un certo fervore, negli spettatori che pure non potevano partecipare, ci fosse. Per fortuna nei mesi passati era comunque possibile tenere aperti i teatri per fare prove e, dunque, anche per fare residenze artistiche. Noi abbiamo passato l’inverno nel nostro Teatro della Misericordia, ma anche in un altro teatro che ci è stato dato in gestione a Castiglion Fiorentino nella provincia di Arezzo, e abbiamo cercato di far venire le compagnie che cercavano spazi per provare e per portare avanti il loro lavoro. Ovviamente seguendo tutte le norme di sicurezza. Tutto questo è stato molto bello perché, anche se era un lavoro nascosto al pubblico, comunque c’era. Inoltre abbiamo cercato di rimanere in contatto con tutte le nostre reti, sia quelle più lontane come il progetto europeo, per portare avanti, on line, la nostra progettualità. Abbiamo poi lavorato per tutti questi mesi con la comunità di Sansepolcro e anche con le altre comunità di riferimento extra italiane, e pure questa è stata una esperienza molto bella. Si è creato anche un nuovo laboratorio internazionale con adolescenti di Sansepolcro, che ora viene fatto in presenza ma che fino a maggio era on-line. Tutto questo ci ha dato molta energia, nonostante ci chiedessimo come potevamo raccogliere concretamente queste energia attivando un laboratorio solo on line. Invece gli adolescenti che hanno aderito avevano così tante energie da esprimere che sono esplose comunque. Quindi noi e i nostri colleghi siamo rimasti fervidi. Quindi la costruzione del Festival ha avuto ovviamente delle complessità, complessità innanzitutto nel contattare le compagnie internazionali ma anche quelle italiane. Ha voluto anche dire affidarsi e fidarsi di lavori che, nel momento in cui venivano proposti, non erano ancora del tutto compiuti. Se si mandava un vocale ci dicevano che era per ascoltare un pezzo dello spettacolo, oppure ci dicevano: ti mando questo piccolo video sperando poi di poter ritornare con gli attori che ora sono bloccati in varie località. Questo ci ha dato un po’ il senso di costruire il festival, di costruirlo cioè “come se”, poiché come per l’anno precedente la macchina organizzativa si è concentrata sui mesi di marzo e aprile, ancora molto incerti. E abbiamo visto che la risposta delle compagnie era al livello della nostra urgenza. C’era questa voglia reciproca di rischiare e di tornare in scena e dunque di fare, da entrambe le parti, uno sforzo, e devo dire che in questo è stato veramente preziozo il lavoro che ha fatto e fa la nostra squadra. Perchè lavorare in questa grande incertezza, di fronte a eventi che non puoi prevedere come i contagi, ha creato difficoltà anche a livello di motivazioni, cioè riguardo al senso che poteva avere questo gran lavorare. In teatro siamo molto scaramantici e lo saremo fino all’ultimo giorno del festival, e quest’anno anche di più, però devo dire che se è stato più difficile quest’anno trovare le motivazioni, però ci siamo comunque riusciti, con la nostra squadra di lavoro e anche nei rapporti con i nostri colleghi. Non abbiamo in sostanza lavorato di meno, anzi abbiamo lavorato di più in quanto c’era sempre qualcosa di più da fare, ci dicevamo, per farci sentire presenti, per tenere viva questa necessità che non era solo nostra, ma anche del pubblico. Noi in questo periodo infatti abbiamo anche fatto nuovi progetti di partecipazione e di coinvolgimento a Sansepolcro, oltre ai Visionari che hanno lavorato on line tutto l’anno comunque. Abbiamo creato un nuovo gruppo di adolescenti a Sansepolcro, che abbiamo chiamato Videoyoung, giovani visionari, poi abbiamo avviato anche un altro progetto in cui un gruppo di spettatori di Sansepolcro e un gruppo di spettatori di Vienna si sono incontrati on line per mesi, al fine di arrivare a scegliere un artista cui dare, come si usava una volta, la commissione di un opera, la stessa, da realizzare qui a Sansepolcro e a Vienna. È stata una esperienza molto stimolante in cui queste persone chiuse in casa si incontravano insieme a noi per raccontare le proprie città, e raccontare i propri bisogni che erano molto più simili di quanto si sarebbe potuto immaginare, nostante le differenze tra Sansepolcro e Vienna. Era un modo per tenere viva la comunità, la nostra presenza e anche per prendere energia. Noi infatti diamo energia ma ne riceviamo anche, tantissima da queste persone che partecipano ai progetti che proponiamo. Per me, anche personalmente, sono stati vitali questi passaggi in certi momenti di scoraggiamento, tensione e paura, anche avendo la responsabilità di una squadra. Non ti puoi permettere di cedere.

Un’ultima domanda. Voi portate in tutta Italia i vostri spettacoli. Che idea vi siete fatta in questi anni delle prospettive concrete del teatro italiano in generale e del vostro in particolare?

Noi è da tanti anni che facciamo il lavoro di Compagnia. In questi anni abbiamo visto che molti spazi che erano importanti, per i territori di riferimento e per le compagnie che ospitavano, si sono persi. Questo perché non sono più riusciti ad alimentare il lavoro che facevano, e spesso solo per questioni economiche. Non mancavano cioè idee ed energie, ma sono venute a mancare le risorse. Questa è una cosa che abbiamo notato negli ultimi anni, spazi importanti che erano anche nostri punti di riferimento, non ci sono più. Ci sono tante situazioni interessanti che però, secondo noi, non hanno il giusto supporto istituzionale. Alla base di questo, probabilmente, c’è, almeno nella mia personale visione, la paura che l’Italia ha della meritocrazia, e non soltanto a Teatro, c’è il non avere il coraggio a livello più ampio, istituzionale, di distinguere tra chi merita e chi non merita. Tra chi campa di rendita e chi invece si sta costruendo un suo percorso nuovo e meriterebbe maggiore attenzione. C’è l’esigenza di chiedere di più ai grossi Enti Teatrali, di chiedere un lavoro diverso sul pubblico e sui territori, di fare quello scouting che solo una grossa realtà può fare. Al riguardo i festival sono stati caricati tantissimo di aspettative, anche in questo loro aprirsi a linguaggi diversi, e diventare luoghi di incontro e di scambio, luoghi che però alla fine diventano fuochi, ma poi non c’è chi, a partire da quei fuochi, faccia un lavoro più articolato durante tutto l’anno, accompagnando artisti anche molto bravi ma che però alla fine si perdono. Questo lavoro dovrebbero farlo le Istituzioni, ma poi non lo fanno. Noi facciamo i festival, facciamo teatro, ma non siamo promotori, non siamo produttori. E anche la bellezza di essere un centro di residenze ci permette di valorizzare, per quel che ci compete, gli artisti ma ci costringe anche a rimarcare che siamo appunto questo e non dei produttori o solo promotori del loro lavoro. Questo lo sentiamo molto come Compagnia, e infatti abbiamo scelto di tenere i due percorsi, la Compagnia e il Festival, separati, tanto che evitiamo di presentare i nostri lavori al Festival. Ci piace evitarlo, poiché lo riteniamo un comportamento eticamente corretto, e quando debuttiamo preferiamo debuttare altrove. Per cui, per quanto i due percorsi, come è emerso dalla nostra conversazione, talora si sovrappongono, riteniamo però debbano andare, da certi punti di vista, paralleli. Questo a volte ci penalizza come Compagnia, perchè spesso ci dicono: non vi diamo la residenza perché voi già siete una residenza, oppure non vi invitiamo al nostro festival in quanto voi già avete il vostro Festival. Questa a volte è stata una fatica aggiuntiva. D’altra parte il nostro lavoro di Direttori ci permette anche tutta una serie di relazioni e di contatti che per una Compagnia non è sempre facile mantenere. Dunque c’è una controparte positiva. Non sempre, però, questo doppio ruolo ha facilitato alcuni passaggi e come Compagnia, solo Compagnia, vediamo questa difficoltà. Perciò, parlando anche con altri colleghi, vorremmo il coraggio di un cambiamento vero, meritocratico appunto anche su criteri oggettivi. Pur se ogni commissione che ti debba scegliere non può che operare in parte su criteri soggettivi, e ben vengano, secondo me non è però così difficile trovare criteri oggettivi. Scendere nel merito, che non vuol dire il mi piace o non mi piace della qualità, ma vedere anche qual’è il percorso, quale è l’idea che regola una data scelta. Questo può diventare un criterio abbastanza oggettivo. Cioè quanto mi apro, quanto investo sulle nuove generazioni, quanto e in che modo dialogo con l’Europa, qual’è il mio rapporto con il territorio ecc? Noi come Compagnia siamo andati anche in luoghi dove c’era pochissimo pubblico, mentre altre che magari avevano meno mezzi e meno energie di staff, in situazioni ove tutta una comunità viva e vitale rispondeva con energia alle sollecitazioni degli organizzatori. Questo succede varie volte e ti dispiace, perchè dici che non giusto che questo lavoro che viene fatto con serietà da determinati gruppi non venga riconosciuto, mentre magari venga premiato un lavoro che non c’è, non c’è più, non c’è abbastanza in altri. Questa è la riflessione che io e Luca ci troviamo a fare alla fine di ogni replica, in un senso o nell’altro. Io sono comunque positiva e ottimista, succedono tante cose belle nel teatro italiano, tantissime. Ci sono idee, progetti, nuove reti, voglia di crearsi nuovi spazi, alternativi se non ci sono quelli istituzionali, di fare festival, di fare rassegne. Però a volte si è lasciati soli dalle istituzioni, a tutti i livelli, partendo da quelle locali fino al livello ministeriale.

Forse la crisi generata dalla pandemia ha portato in superficie problemi che già c’erano, rendendoli solo più drammatici. Si è così determinata la necessità, credo, di affrontarli in qualche modo, a partire dalla condizione degli artisti che sono anche lavoratori e che se fanno quello che fanno per passione, non per questo non devono avere il diritto di sopravvivere anche economicamente con dignità. Le reazioni e le proteste che in questo periodo di chiusura si sono avute, dunque, mi auguro portino alla ricerca di soluzioni positive anche a livello normativo. Comunque sono come te fiduciosa poiché la crisi, lo dice la parola stessa, tende a generare una riflessione che può migliorare le cose.

Sono in questo assolutamente d’accordo con te e credo che ora ci sia una grande opportunità di fare quei cambiamenti di cui si parla da tanto. Credo anche che una parte di responabilità sia anche dei teatranti, degli operatori e dei professionisti. Da un lato questa crisi ha portato una maggiore consapevolezza anche sulle tematiche dei diritti del lavoro, ove c’era più disattenzione e superficialità perché, come sempre, finché la macchina va avanti io in qualche modo arrivo in fondo. Ma nei momenti di crisi emerge tutta la debolezza di non stare lavorando con la dignità assicurata da tutele adeguate. Dall’altra mi auguro che questa grande attenzione nei nostri confronti, anche in televisione che ha parlato di noi come non era mai accaduto prima, grazie anche al modo con cui certe proteste sono state portate avanti, e qui sono di nuovo d’accordo con te, non vada dispersa in futuro. Se poi la Società è un po’ disattenta verso quella che, come dici tu, è una passione ma è anche un lavoro, ed un lavoro che non è solo di messa in scena ma anche un lavoro non visibile al pubblico che sta dietro la messa in scena, allora spetta anche a noi mantenere aperto questo discorso. Qui di nuovo si ritorna un po’ all’inizio di questa nostra conversazione, e al saper parlare con il resto della società, al non arroccarsi dentro noi stessi e dentro le nostre opere, in una sorta di autoreferenzialità non soltanto da un punto di vista artistico ma anche da un punto di vista sociale e politico. Perchè questa, nonostante tutto, è una grande occasione che non risuccede, quindi non va persa, e se si perde poi alla fine si perdono le forze. Lo sappiamo il teatro è fatto di tanti orti ma è brutto che ciascuno si chiuda nel proprio.
www.liminateatri.it, 26 febbraio 2016

Al Teatro dell’Orologio di Roma, dal 16 al 28 febbraio, sono andati in scena gli ultimi due lavori firmati da Luca Ricci: Piero della Francesca. Il punto e la luce e Lourdes.
Il regista è stato nel 2003 il fondatore della compagnia CapoTrave ed è il direttore artistico del Festival Kilowatt, nato nello stesso anno nella cittadina toscana di Sansepolcro e divenuto nel tempo un indiscusso punto di riferimento delle nuove compagnie di teatro contemporaneo, danza, arti performative e musica. E, mi sento di affermare, anche un vitale luogo di scambio in cui ogni anno artisti, critici, studiosi e “visionari” (nello specifico non addetti ai lavori, ma semplici cittadini mossi dalla passione che vengono coinvolti nella selezione delle opere da proporre al pubblico) si danno appuntamento per tessere la multiforme trama di sguardi e di prospettive per quell’“incontro magico” che è il teatro.
Dei due spettacoli presentati nella capitale, ho visto soltanto Lourdes . Per tale motivo, invece di offrire ai lettori di Liminateatri.it una sola recensione, ho ritenuto opportuno rivolgere a Luca Ricci alcune domande, che potessero far comprendere nella sua interezza un progetto che vede nascere due messinscene nello stesso anno (il 2015) e che, forse, non a caso vengono proposte (o almeno così è accaduto nel Teatro romano) nella medesima serata.


Inizierei proprio da qui: c’è una coincidenza di “urgente espressività” tra Piero della Francesca e Lourdes ?
Sono due progetti che il caso ha messo l’uno vicino all’altro: da un lato c’è il desiderio – mio e di Lucia Franchi – di confrontarci finalmente con il grande genio creativo del nostro territorio, cioè Piero della Francesca, anche in occasione del nostro insediamento residenziale nel nuovo Teatro alla Misericordia di Sansepolcro, un luogo che per trecento anni è stato una chiesa all’interno della quale era custodito il Polittico della Misericordia di Piero; dall’altro lato c’è stata l’occasione offerta da “I Teatri del Sacro”, la selezione biennale promossa dalla Federgat per le opere che affrontano temi legati alla spiritualità e al sacro e per la quale ho voluto lavorare su un libro del 1998 che avevo amato moltissimo, cioè l’omonimo Lourdes di Rosa Matteucci, pubblicato da Adelphi.
Piero è un progetto sul quale abbiamo lavorato per due anni e che è arrivato a compimento nell’estate 2015. L’idea di Lourdes è nata in risposta al bando della Federgat nell’estate 2014 e dopo un anno di lavoro e prove lo spettacolo è arrivato al debutto nella medesima estate 2015.

Quale l’idea iniziale?
In entrambi gli spettacoli raccontiamo una storia, cioè una vicenda piuttosto lineare che ha un inizio, un centro e una fine.
Abbiamo un eroe al centro di ogni storia: in Lourdes è la Maria Angulema interpretata da Andrea Cosentino che parte per Lourdes con lo scopo di litigare con il Padreterno, in Piero della Francesca l’eroe che muove l’azione drammaturgica è lo stesso Piero della Francesca che però non appare mai sulla scena, ma è continuamente evocato nella relazione che si instaura tra il suo aiutante Paolo e Giovanna, la giovane cognata dello stesso Piero. Anche in questa seconda opera c’è una continua lotta con il mondo circostante, che qui è il microcosmo provinciale della Sansepolcro della metà del Quattrocento incapace di comprendere la portata innovativa della rivoluzione pittorica e artistica di Piero.
In fondo sono due storie che mettono al loro centro individui isolati in lotta con il contesto in cui si trovano a operare: Piero combatte contro le convenzioni e i conservatorismi del suo tempo, Maria si oppone a una pletora di vecchie bizzose, prepotenti, invidiose, ma ancor di più si mette contro Dio perché permette l’esistenza del male e del dolore e, andando ancora più avanti, lotta con se stessa e con le propria presuntuosa ignoranza riguardo alle faccende dello spirito.

Cosa ha contrassegnato, nello specifico, il percorso drammaturgico e registico dei due lavori?
Sono due operazioni molto diverse tra loro.
La drammaturgia di Piero è una lunga opera di cesello, compiuta assieme a Lucia Franchi, come nostro solito, per studiare il contesto storico, trovare la linea di interpretazione drammaturgica, inventare i due personaggi presenti sulla scena, dare respiro a questa assenza-presenza di Piero. La regia, poi, mi ha portato a confrontarmi con due attori di notevole talento, ma giovanissimi (Barbara Petti e Gregorio De Paola) e con una scenografia virtuale di immagini video girate da noi stessi alternate ad elaborazioni grafiche.
L’adattamento drammaturgico di Lourdes parte invece da un romanzo, dunque il personaggio centrale era già lì, bello e fatto. Gli altri personaggi li abbiamo ripresi dal libro o inventati, modificati, adattati. In questo caso c’è il consueto lavoro per cui la forza di una scrittura va tradotta nella forza della scena: non è mai un’operazione del tutto lineare, i ritmi della pagina non sono quelli della scena. Sono completamente differenti, ma non si naviga nell’oscurità come quando si scrive un soggetto originale.
Quanto al lavoro registico, su Lourdes mi sono potuto basare sulla presenza di due professionisti con una grande esperienza alle spalle: Andrea Cosentino e Danila Massimi, anche autrice delle musiche nonché esecutrice. Lì ho compiuto una scelta di essenzialità. Una scenografia semplice composta da una sorta di sacello, che evocasse la tomba paterna da cui tutta la storia prende le mosse, ma anche che ponesse il personaggio più in alto rispetto a una discesa verso la salvezza che compie alla fine.

Condividi che sia la “rottura deformante” la matrice costruttiva di entrambe le messinscene? In Lourdes è la dissacrante scrittura del romanzo d’esordio di Rosa Matteucci a cogliere costantemente di sorpresa lo spettatore con l’insolita comicità e l’audacia linguistica che contraddistinguono l’impianto narrativo dell’opera dell’autrice. In Piero della Francesca è, forse, il suo andare “contro le convenzioni” a generare quella “favola storica” di cui parli e in cui l’innovazione del pensiero dell’artista non fa che generare dubbi e perplessità al punto da renderli tragicomici, e non soltanto per i suoi contemporanei?
Sì, in entrambi i casi la percezione dei due “eroi” è difforme da quella del contesto circostante e da qui nasce la comicità dell’uno ( Lourdes ) e l’ironia dell’altro ( Piero ).
Per capirci cito un esempio presente in Piero della Francesca : il giovane assistente Paolo cerca di spiegare a Giovanna l’innovazione apportata dagli studi dell’artista sulla prospettiva. Per farlo, prende in mano una sedia e spiega che quella sedia sembra uguale per tutti, ma non è così. Giovanna, con ironia, gli chiede come possa accadere che la sedia cambi, e allora lui le spiega che la sedia si ingrandisce e si rimpicciolisce a seconda che la si guardi da vicino o da lontano e che essa, nella sua ingenua semplicità, sarebbe la base degli studi di Piero sulla prospettiva. Da qui nasce un gioco buffo di fraintendimenti in base al quale Giovanna domanda che senso abbia stabilire regole per ingrandire o rimpicciolire le cose in base al proprio capriccio. Insomma, si capisce che è lo scarto percettivo rispetto alla consistenza del reale a determinare l’isolamento degli “eroi” e a porli in situazioni che a volte danno vita a equivoci divertenti, altre volte a drammatiche solitudini.

Ultima curiosità: come è stato lavorare, da “regista”, con Andrea Cosentino? Un attore che si distingue di solito per una naturale autonomia a “ritagliarsi sulla pelle” i personaggi che interpreta? Mi è sembrato di notare, infatti, che “vivesse di vita propria d’attore”, al di la della regia e al punto che persino le suggestive creazioni musicali eseguite dal vivo da Danila Massimi risultassero una forzatura per scandire i tempi della narrazione.
Andrea, quando lavora in proprio, è un artista che si cuce i suoi personaggi sulla pelle a tal punto che non scrive mai i copioni dei suoi spettacoli, ma modella le sue storie sul palco, prova dopo prova. In questo caso, invece, ha accettato di lavorare a partire da due livelli di testo: quello letterario della Matteucci che abbiamo letto tante volte assieme, e poi il mio adattamento che portavo di giorno in giorno ad Andrea e che lui imparava a memoria con un processo che gli era del tutto nuovo, come attore. Se poi l’impressione finale è che quei personaggi paiono usciti dalle sue storie consuete, lo prendo come un complimento: significa che io – come drammaturgo e regista – e lui – come attore – abbiamo reso viva la materia letteraria dalla quale siamo partiti.
Rispetto agli innesti musicali di Danila Massimi, per me non hanno la funzione di scandire la fine di una scena e l’inizio di quella successiva, ma piuttosto illuminano, fin dall’inizio, la dimensione interiore e spirituale del personaggio di Maria, che anche quando appare più lontana dalla fede e critica verso Dio, ha già dentro di sé quel germe che le permette di aprirsi alla rivelazione finale. Non volevo che questa visione divina arrivasse di sorpresa, ma cercavo qualcosa che la preparasse in una maniera non troppo ovvia. La musica di Danila è come le bricioline di pane lasciate da Hansel e Gretel lungo il loro cammino: c’è chi ci passa sopra senza notarle, c’è chi le scorge come una traccia verso la salvezza.
www.recensito.net, 24 ottobre 2013

Un incontro interessante, entusiasmante e coinvolgente quello con Luca Ricci, brillante e coraggioso regista teatrale che ama profondamente il proprio lavoro, che non ha paura di investire in progetti inusuali, coraggiosi, che cerca sempre di superare i limiti del conosciuto per intraprendere sfide sempre nuove, sostenuto da un grande talento e tanto impegno.
Una passione smisurata quello di Luca per il teatro, una forma d’arte ma soprattutto un’espressione complementare della vita, un mondo che gli permette di dare identità nuova a qualcuno o a qualcosa.
Nel 2003 ha fondato con Mirco Ferrara, Lucia Franchi ed Enzo Fontana la compagnia Capotrave; da allora anno dopo anno ha lavorato a tanti progetti e spettacoli alla ricerca sempre di nuove strade e nuovi mezzi espressivi. Adesso è in scena a Milano al Teatro Litta il suo ultimo spettacolo “Misterman”, del quale firma la regia, interpretato dal bravissimo Alessandro Roja.

Come è nata l’idea di questo spettacolo e come hai lavorato con Alessandro Roja, interprete di scena di Thomas Magill?
Io e Alessandro avevamo lavorato insieme ne “I supermaschi” nel 2007. Da allora lui voleva tornare in teatro con un monologo ma non riuscivamo a trovare un progetto comune; Alessandro proponeva personaggi romani, io invece non ero convinto, volevo cercare qualcosa che lo mettesse alla prova, qualcosa che potesse spostare il suo equilibrio. Per caso mi è capitato questo testo di Enda Walsh e ho capito che poteva essere l’occasione giusta per me e per lui; questo personaggio poteva obbligare Alessandro a trovare qualcosa che fosse fragile e violento insieme, una figura debole che sviluppa una forma profonda di aggressività. Insieme abbiamo lavorato sul testo; io lascio molto spazio all’attore, in questo caso con Alessandro ancora di più perché mi fido di lui. Io non arrivavo mai alle prove dicendo cosa bisognava fare o come interpretare una scena. Ho lasciato che lui fosse libero di trovare le cose; da lì sono partito e ho lavorato su questo, cercando di sistemare degli elementi e riportandolo sul percorso scelto. Alessandro è un attore molto intelligente quindi coglie al volo i suggerimenti e le indicazioni; è molto divertente lavorare con lui.

Il testo di Enda Walsh è un testo difficile ma molto coraggioso da rappresentare, che segue lo spirito degli spettacoli della compagnia Capotrave, alla ricerca sempre della linea di confine tra reale e irreale, tra ciò che si vede e ciò che non si vede; un lavoro complesso quello di portare in scena un testo così.
La nostra compagnia (Capotrave) sceglie testi fuori dall’ordinario, sostenuti dallo spirito di indipendenza che ci contraddistingue. Per me non è il testo che deve adattarsi a te ma tu al testo; io scelgo di lavorare su un testo perché ritrovo in quell’autore e nelle sue parole qualcosa di importante. A me e a Lucia Franchi, con la quale ho portato avanti tutto il lavoro di adattamento drammaturgico del testo di Walsh, interessava molto indagare il punto di rottura, quel sottile confine tra ciò che si vede e ciò che non si può vedere, tra ciò che si dice e poi ciò che si fa. Questa è la prima volta che portiamo in scena un testo di un autore, di solito scriviamo noi i testi dei nostri spettacoli. In “Robisonade” volevamo indagare sul lato b del mondo, il luogo dove finiscono tutte le cose di cui ci liberiamo; in “Virus” (ispirato a “La Peste” di Camus) abbiamo ambientato la scena in una specie di sottosuolo, dove si creavano delle forme di resistenza a un’epidemia che dilagavano nel mondo sovrastante; qui due individui protagonisti si interfacciavano, uno cercando di debellare il virus, l’altro cercando di diffonderlo. Una cosa simile accade in “Nel bosco”, luogo che può rappresentare un nuovo inizio, un’alternativa alla vita quotidiana. Anche in “Misterman” c’è questo luogo sospeso rispetto alla società; ho voluto raccontare, anche se non in maniera non esplicita, un Thomas che scappa dopo aver commesso un gesto atroce e si ritrova solo in questo posto lontano dalla comunità, e la Sala La Cavallerizza del Teatro Litta ben si adatta a questa ricostruzione; qui lui si rifugia ed emerge questa sua costante paura di essere scoperto, trovato. Rivive quasi all’infinito questa giornata tremenda, culminata in un epilogo tragico. Mi interessa indagare quello che non si dice in maniera esplicita. Il teatro questo deve fare, perché ci sono già altri mezzi che possono intrattenere.

Questo spettacolo si inserisce perfettamente nel complesso progetto della compagnia Capotrave che negli anni ha portato in scena spettacoli che vogliono essere non una semplice rappresentazione ma un momento di vita, di condivisione, di riflessione; un momento di confronto con il pubblico.
Io credo molto nella politica, nell’impegno, nel fatto che tutti noi dobbiamo trovare uno spazio di riflessione sul nostro tempo e impegnarci per costruire qualcosa, ciascuno nel proprio ambito; io faccio questo lavoro perché in questo modo contribuisco a modo mio alla crescita e allo sviluppo di un pensiero sociale.

Tu sei anche direttore artistico di “Kilowatt”, un festival dedicato alle compagnie emergenti della scena contemporanea (teatro, danza, arti performative, musica, letteratura, arti visive),un progetto che va al di là delle logiche economiche e punta invece a una profonda comunicazione legata all’arte.
Un festival è un atto politico per eccellenza; è un lavoro fatto con la comunità, in collaborazione con gli enti locali e con la città; è un atto sociale.
Noi ci siamo interrogati su varie tematiche, tra le quali investire in un progetto in un momento nel quale si dà poca fiducia ai giovani. Noi quindi abbiamo fatto dello scouting il nostro punto di forza, cercando, nel nuovo, proposte da valorizzare e far conoscere; un lavoro sicuramente complicato perché è più facile puntare su ciò che è già conosciuto. E’ un progetto sempre in divenire perché ogni anno devi ricominciare da capo; sicuramente è un’attività impegnativa perché bisogna selezionare tanti titoli (quasi 400 i video che riceviamo), quindi il lavoro è lungo e faticoso ma sicuramente molto interessante; bisogna cercare quei lampi di luce che possono essere i nuovi percorsi da seguire e valorizzare
Per noi un altro aspetto importante è lo spettatore; per cercare di coinvolgere la cittadinanza di San Sepolcro (città dove si svolge il Festival) noi abbiamo voluto creare una sezione di spettacoli scelti dai “visionari”, una trentina di persone, non addetti ai lavori, che selezionano i video che arrivano attraverso il bando che Kilowatt pubblica ogni anno (www.kilowattfestival.it, scadenza bando 13 dicembre 2013); sono persone che si incontrano ogni giovedì, discutono e scelgono ciò che li ha colpiti, che hanno amato e che vogliono condividere con il pubblico. Un aspetto fondamentale, nello spirito del Festival, perché qui il teatro ridiventa un orizzonte della loro vita quotidiana.

Subito dopo lo spettacolo “Misterman” qui a Milano il 23, 24 e 25 ottobre tu e Alessandro Roja incontrerete il pubblico; un momento insolito e importante di confronto
Il senso è quello di superare quel falso pensiero per cui uno spettacolo non può essere capito o compreso da tutti; è necessario recuperare l’idea di usare il teatro non come un fine estetico, qualcosa che riguarda solo se stesso ma che riguarda la nostra vita quotidiana e il nostro tempo.
www.altrevelocita.it, giugno 2008

Ci si chiede da ormai tanto tempo in che modo far dialogare arti sceniche e istituzione scolastica. Oltre alla naturale tensione del teatro ad andare incontro a luoghi impuri, tradizionalmente non votati alla tradizione scenica stessa, va considerato il particolare rapporto che potrebbe instaurarsi fra crescita dell’individuo ( e quindi anche in senso scolastico) ed espressione teatrale. Crediamo che il teatro sia un luogo dove l’energia può liberamente essere lasciata fluire e d’altro canto rigorosamente incanalata, il luogo dove l’immaginazione di “alterità” (altri mondi, altre verità, altre realtà) viene reso possibile. Forse uno dei pochi rimasti, con queste caratteristiche, nell’intera società. Il teatro legittima “l’altro” perchè lui stesso è altro, irriducibile a schematizzazioni e inclusioni.
Per questo, se il teatro entra a scuola deve farlo come straniero, come l’avventore di una locanda in un paese sconosciuto: il nuovo arrivatò potrà dialogare, incontrare, stimolare, ma sempre “altro” rimarrà. Per questo il teatro e la scuola possono e devono incontrarsi, e allo stesso tempo devono per necessità rimanere diversi. Il teatro, quello vero, può entrare a scuola come ospite, senza avere nulla a che fare con insegnanti e presidi, i quali dovranno porsi come ponti, o come argini che facilitano un passaggio.
Lo stesso discorso può essere fatto sul teatro scolastico che vediamo. Guai a insegnare il teatro! Dizione, presenza, movimento sono tutte questioni che devono forse essere accennate, ma che non possono e non devono diventare il cuore del lavoro. Così come è insensato pensare che per fare il teatro a scuola si debba prendere un testo e rispettarlo usando i ragazzi come marionette serie: questo non è teatro, ma un’operazione di archeologia che ha creato (e continua a creare) dei “disinnamorati”. Portare a forza i ragazzi a vedere il classico Pirandello in matineè, o costringerli a una disciplina imposta dall’alto per recitare il drammaturgo di turno, equivale a creare persone che a teatro non andranno mai più.
Non si può che elogiare, quindi, il lavoro fatto dal gruppo dell’Istituto professionale Camaiti di Pieve Santo Stefano e dell’alberghiero di Caprese Michelangelo guidato da Luca Ricci della compagnia CapoTrave. Qui, lo spunto di partenza era dato dal dramma satiresco I satiri alla caccia. Storie di passioni dionisiache e irrefrenabili pulsioni, nell’antichità come oggi: le storie di quei ragazzi, convittori alla caccia di un incontro con le ragazze del paese, è la stessa dei Satiri greci. Poco importa dunque la fedeltà a un testo, la filologia, le tecniche teatrali più o meno apprese: questo teatro crea un cortocircuito fra arte e vita, mescolando continuamente i due piani, mostrando in scena una cosa semplice e troppo spesso dimenticata nelle operazioni di teatro scolastico: la verità. In scena ci sono le vite dei ragazzi, i loro modi di parlare, i loro dialetti, le loro movenze (ognuna diversa dalla altre e profondamente “vera”, dunque “bellissima”): in questo modo, e solo in questo, magicamente si presentano anche i satiri di Sofocle e la Grecia del V secolo A.C. Luca Ricci ha saputo porsi all’ascolto, mettendo in rilievo prima di tutto i ragazzi e le loro passioni/pulsioni, riportandole poi in un ambito di disciplina teatrale evidente, in cui una coreografia rigorosa marca l’ingresso delle ragazze, vestite come piccole e provocanti cubiste (proprio come le vediamo un sabato pomeriggio a passeggio nelle nostre città), e un apparentemente anarchico manipolo di ragazzi architetta strampalati piani. Significativa, in questo contesto, la presenza degli insegnanti: non “primi della classe” a prendere gli onori del pubblico per avere condotto un laboratorio teatrale (che non potrà mai essere il loro specifico!), ma sul palco a sudare e a giocare insieme ai loro allievi proprio come impone lo straniero teatro, che di gerarchie e ruoli preesistenti se ne infischia.