La lotta al terrore

CapoTrave/Kilowatt: la speranza non ha paura di morire di Lucia Medri

www.teatroecritica.net, 21 luglio 2017

Capotrave/Kilowatt presenta La lotta al terrore in prima assoluta al Teatro alla Misericordia di Sansepolcro durante la quindicesima edizione del festival. Una riflessione

Ispirandosi all’opera più importante del filosofo marxista Ernst Bloch, “Il principio speranza”, i due direttori artistici Luca Ricci e Lucia Franchi compongono una programmazione (che ha ottenuto il riconoscimento EFFE 2017-2018 – Europe for Festivals, Festivals for Europe) i cui eventi sono legati insieme dall’idea di speranza fattiva, da costruire quotidianamente fino a renderla agibile nel presente.

Proprio in circostanze simili – in cui il lavoro si catalizza attorno a una progettualità artistica che vuole innanzitutto essere pensiero dialettico e umanistico rivolto ai bisogni di una comunità – ci si ricorda di quanto sperare stia a indicare l’attesa paziente che accompagna la finalizzazione di un obiettivo (non è un caso che “aspettare” in spagnolo si traduca in “esperar”). La contingenza dell’oggi ci costringe inevitabilmente all’attesa di un tempo che si vorrebbe migliore (ma poi davvero sono mai esistiti tempi migliori?), privo dell’ansia da attacchi terroristici, o malattie, o catastrofi. Ciononostante se spostiamo l’attenzione dall’esterno internazionale verso l’interno individuale, ci accorgeremmo che la vera battaglia da giocare è con noi stessi. Questo è il nodo drammaturgico che riassume lo spettacolo “La lotta al terrore” presentato in prima assoluta dalla compagnia CapoTrave. Insieme agli attori Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori, è andata in scena al Teatro alla Misericordia, questa riflessione situazionista e dalla tendenza naturalista attorno alla nevrosi della contemporaneità: l’altro, nello specifico il terrore, musulmano. Senza troppa retorica e con schiettezza è lo stesso Luca Ricci, regista e autore insieme a Lucia Franchi, a ribadire l’estrema banalità del titolo, un refrain piuttosto abusato tanto da essere svuotato del suo significato. Lo spettacolo si interroga proprio sui luoghi comuni, le frasi fatte e recitate, usate al fine di poterne svelare tutta la retorica e l’inutilità. «È un tema complesso e siamo consapevoli di muoverci su di un crinale scivoloso ma ci interessava dimostrare la totale, e umana, inadeguatezza nell’affrontare questo tempo». Il palco è squintato e la sala tutta è sfruttata modularmente dagli attori che si muovono in più ambienti (escono fuori passando dall’uscita di emergenza, attraversano la platea, si affacciano al balcone). Distinguiamo scenicamente due precisi spazi: un dentro, la sala riunioni comunale coi tre protagonisti gravitanti attorno a un tavolo circolare sul quale è posto un telefono, un orologio digitale con la funzione di cronometro a segnare i 60 minuti dello spettacolo come fosse una bomba a orologeria, e un cactus enorme. Fuori, il mondo: il figlio del fruttivendolo arabo è responsabile di un attaco terroristico al supermercato vicino la sede del Comune. Lo spettatore è subito scaraventato in medias res nell’emergenza del fatto, tanto da non capire quali siano i ruoli distinti dei tre attori in scena in quanto, soprattutto nella prima parte, la scrittura è talmente concitata da tralasciare alcuni dettagli narrativi e descrittivi. Il vicesindaco (Faloppa), l’impiegato (Paolocà) e la segretaria (Salvatori) dimostreranno allo spettatore, restituendone abilmente la temperatura, il caso di una situazione in cui nessuno degli astanti è in grado di prendersi la responsabilità, né delle proprie azioni né tantomeno di quelle degli altri, poiché imprevedibili e deliranti. Come anticipato, se la scrittura è articolata volutamente sull’accentuazione della stereotipia, è grazie ai tre interpreti che il lavoro sulla relazione fatto in un mese di residenza esplicita la sua accurata stratificazione. I toni drammatici si alternano a momenti ironici, nei quali alla formalità di registro si sovrappone quell’isterismo tipico di chi è costretto, per sopravvivere, a deviare verso l’assurdo e il non sense.

I concetti chiave coi quali leggere il lavoro, ci spiega il regista, ruotano attorno a questioni relative la paura, la responsabilità e la sfiducia nell’autorità, in questa occasione distante e menefreghista che risponderà troppo tardi al telefono, e inutilmente. Il telefono inoltre viene indicato da Ricci come rappresentante il quarto personaggio, quello che scandisce il tempo costituendo uno spettacolo sempre a rimessa, che parte, si arresta e poi ricomincia; lettura drammaturgica non ravvisabile però dalla platea che sembrerebbe avere invece la sensazione di un unico e magmatico tempo dell’angoscia. «Abbiamo lavorato cercando di spingere sull’elemento relazionale, aspetto che più ci interessava, e l’abbiamo fatto aprendoci verso la sensibilità intellettiva degli attori scelti, non imponendo una nostra visione registica chiusa e già pronta». Il trio è costituito infatti da attori/autori abili nell’incarnare con la propria riconoscibile natura, una scrittura in alcuni momenti complessa e poco adatta alla recitazione perché attaccata alla letterarietà del testo. Oltre all’esplicito riferimento al Candide di Voltaire e alla necessità di «coltivare il proprio giardino», ve ne sono altri che Ricci definisce poeticamente «in controluce» come L’uomo in rivolta di Albert Camus e L’ispettore generale di Gogol’. Il punto di vista de La lotta al terrore sembra essere consapevolmente parziale nell’analisi della nostra contemporaneità: manca l’elaborazione critica perché privata di una necessaria distanza dai fatti, ancora troppo vividi perché antropologicamente e socialmente dinamici. Il trattamento di questi concetti e/o teorie – oltretutto sempre rischiosi di venire influenzati da un etnocentrismo di fondo in cui il “Noi” diventa il punto d’osservazione privilegiato – è quindi da articolarsi con maggiore precisione e accuratezza; come sottolineava argutamente la traduttrice Maria Nadotti durante l’incontro alla Biblioteca Comunale dedicato allo spettacolo Maryam del Teatro delle Albe dal titolo Il velo è negli occhi di chi guarda, condotto insieme a Marco Martinelli, Ermanna Montanari – madrina del festival – Silvia Moresi e i direttori artistici.

Per Kilowatt Festival costruire la speranza è un principio. L’inizio di un percorso fattibile e concreto, articolato in passi più o meno grandi, a testimoniare l’andamento di un processo in divenire. Ma si deve avere consapevolezza del punto di partenza, della polvere, del vuoto e del terrore, che ci fa contare i morti, che ci fa trovare il coraggio di dire «Ho paura di morire». Solo così, attraverso “l’inutile” sforzo di Sisifo, l’ottimismo militante di cui parla Bloch può diventare approccio critico all’esistente, e salvaguardarci.