Le Volpi

www.glistatigenerali.com, 10 marzo 2026

Catania. C’è nella cultura italiana un’antica e diffusa tendenza a immaginare e raccontare la provincia come qualcosa di sempre, sostanzialmente sano e positivo. Un ambiente sereno, lontano dalle contradizioni e dai mali delle città. Come tutte le generalizzazioni, si tratta ovviamente di una falsità, di un mito rassicurante e tuttavia sarebbe utile e interessante indagare su questa tendenza spesso manipolatoria, sulla sua origine, sulla sua attuale realtà, sulla persistenza di questo pregiudizio positivo e sulla sua scarsa aderenza alla realtà. Un’aderenza alla realtà che oggi infatti appare molto più legata a processi di comunicazione pubblica e di marketing che ad autentici motivi culturali. Invece quanto è duro spesso vivere in provincia, quanto può esser faticoso, opprimente, velenoso per chi ha scelto – più o meno politicamente – di viverci restando aderente ai suoi principi, all’altezza delle sue esigenze culturali, delle sue aspettative, dei suoi desideri più sani, civili, legittimi. Sono considerazioni che innervano con consapevole intelligenza la scrittura e la realizzazione de “Le volpi” lo spettacolo di Lucia Franchi e di Luca Ricci (ovvero la compagnia CapoTrave di Sansepolcro) che si è visto a Catania (Sala Futura, nel contesto della stagione dello Stabile) dal 12 al 15 febbraio scorso. In scena ci sono attori di provata solidità, ovvero Giorgio ColangeliManuela Mandracchia e, la più giovane, Federica Ombrato.

Non è un dato secondario: questa solidità attorale rende possibile il dispiegarsi efficace della drammaturgia. Un vecchio politico di paese, ovvero un sindaco scafato e rotto ad ogni compromesso, una funzionaria pubblica di grande esperienza che prova a essere onesta, una ragazza, sua figlia, che si trova a vivere nel suo paese d’origine – provincia profonda – e desidera o, meglio, desidererebbe, vivere del lavoro per cui ha studiato e restare a vivere proprio lì, in quel paese in cui è cresciuta e in cui possiede casa, famiglia, possibilità di vivere con qualche comoda certezza. È una esperta d’arte contemporanea e vorrebbe, addirittura, gestire lei, proprio lei che ha la giusta formazione e non qualche gretto e rassicurante amico degli amici, uno spazio espositivo che, chissà con quale finanziamento pubblico, era stato realizzato in quel borgo. Sarà possibile? Sì, ma non al prezzo di una paziente e ordinata trafila, che del resto, per quanto onesta, sarebbe stata molto probabilmente inutile, ma di un fragile compromesso trovato con la coscienza e imposto con scaltrezza alla madre pensierosa, incredula, recalcitrante e, alla fine, sconfitta. Ci si potrebbe fermare qui, perché tutta la storia del nostro paese è piena di situazioni del genere, ne è piena l’attualità e così pure l’esperienza di gran parte degli italiani. Veramente nihil sub sole novum in quel soggiorno modesto e luminoso, in quel pomeriggio estivo, in quella discussione lenta, controllata, in quel gioco sottile in cui, tra un biscotto vegano e un caffè, si mette a tacere la coscienza e le carte del proprio interesse si scoprono con circospezione fino a travolgere ogni resistenza e ad arrivare al dunque. Cosa colpisce allora di questo lavoro? La pulizia del disegno registico e la raffinata levità del gioco drammatico, che non attenua, ma anzi sottolinea per contrasto e paradosso, la sordida gravità del fatto e la cinica, tagliente determinazione a portarlo a termine. No, la provincia non è sempre un luogo di pulizia morale e sani sentimenti.

www.zarabaza.it, 23 febbraio 2026

Lunedì 23 febbraio, alle ore 21.00, il Teatro Rosso di San Secondo di Caltanissetta ha ospitato Le Volpi, una commedia sottile e intelligente capace di raccontare con sarcasmo elegante le dinamiche del potere locale e le fragilità che attraversano i rapporti umani.

Il testo porta la firma di Lucia Franchi e Luca Ricci, che ne cura anche la regia, costruendo uno spettacolo equilibrato, mai sopra le righe, ma incisivo. In scena tre interpreti di grande spessore: Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia e Federica Ombrato, capaci di restituire con naturalezza tensioni, ambizioni e ambiguità.

Un incontro apparentemente semplice

Siamo in estate. Una stanza luminosa, attraversata dalla luce del pomeriggio, diventa il luogo di un confronto che prende forma lentamente. La direttrice dell’Asl e il sindaco della cittadina si ritrovano per discutere una questione delicata: la possibile chiusura dell’ospedale, con tutte le conseguenze politiche e sociali che ne deriverebbero. Con loro c’è la figlia della dirigente, giovane laureata in cerca di un incarico nel settore culturale.

Quello che sembra un colloquio istituzionale si trasforma gradualmente in un intreccio di richieste, aspettative e favori impliciti. La giovane aspira alla gestione di uno spazio espositivo già assegnato a un altro candidato e tenta, con garbo ma determinazione, di orientare le decisioni a proprio vantaggio. La conversazione si muove così su un doppio binario: da un lato la tutela dell’interesse pubblico, dall’altro le convenienze personali.

La scena è minimalista: pochi elementi, un salotto ordinato, un vassoio di biscotti quasi insapori. Proprio questa sobrietà scenica amplifica le parole non dette, gli sguardi, le pause cariche di significato.

Tra etica e opportunità

Il titolo allude a creature scaltre, abili nell’adattarsi alle circostanze. E infatti i protagonisti si muovono con destrezza tra responsabilità istituzionali e tornaconti privati. Nessuno è completamente innocente: ciascuno, a modo proprio, accetta compromessi più o meno evidenti.

La dirigente prova a mantenere un equilibrio tra correttezza professionale e pressioni familiari, ma la sua posizione si incrina progressivamente. La figlia, inizialmente idealista, si trova a dover scegliere se restare fedele ai propri principi o accettare scorciatoie. Il sindaco, uomo esperto e pragmatico, dimostra quanto sia facile confondere interesse collettivo e vantaggio personale.

Gli autori evitano toni moralistici e preferiscono raccontare con leggerezza una realtà riconoscibile, fatta di piccoli cedimenti più che di grandi scandali. Il risultato è un quadro realistico, a tratti amaro, che invita a riflettere senza mai perdere il sorriso.

Interpretazioni misurate e convincenti

Giorgio Colangeli offre un’interpretazione sobria e autorevole, costruendo un sindaco credibile, mai caricaturale. Manuela Mandracchia restituisce con precisione le sfumature di un personaggio diviso tra dovere e affetti. Federica Ombrato dà voce e corpo a una giovane donna combattuta tra ambizione e coerenza.

Prodotto da Infinito srl, lo spettacolo si inserisce nella stagione del Teatro Rosso di San Secondo confermando una programmazione attenta al teatro contemporaneo, capace di affrontare temi attuali con intelligenza e misura.

Al termine, il pubblico applaude con partecipazione: si ride, ma si esce dalla sala con qualche interrogativo in più, consapevoli che le “volpi” non abitano solo il palcoscenico, ma spesso anche la nostra quotidianità.

www.ilcaffequotidiano.online.it, 23 febbraio 2026

Non escono mai di scena. I tre personaggi de “Le volpi”, il quinto spettacolo de “La nuova Stagione” del teatro Rosso di San Secondo diretto da Aldo Rapè. Entrano prima che lo spettacolo inizi e quando non sono di scena rimangono sul palco, visibili al pubblico, seduti su una panca laterale. Non ci lasciano mai.

Una rappresentazione potente, essenziale ed implacabile, della corruzione quotidiana che attraversa le nostre vite, le nostre città, le nostre famiglie: il “sistema”, in cui i beni pubblici sono il bottino degli interessi privati, il diritto si trasforma in privilegio, la politica si trasfigura nel meccanismo istituzionale in cui ognuno “ci deve guadagnare qualcosa”.

È un apologo sull’essenza del potere di questi nostri tempi, il testo, scritto da Lucia Franchi e Luca Ricci, che è anche il regista e lo scenografo, podio nel 2024 al prestigioso premio UBU nella categoria “nuovo testo italiano/scrittura drammaturgica”, splendidamente rappresentato da Giorgio Colangeli, inarrivabile archetipo del governo della corruzione, Manuela Mandracchia, Federica Ombrato.

Un potere minimalista, quotidiano, che governa le dinamiche delle nostre esistenze, del lavoro, dell’impresa, di tutto  quello che ruota intorno alla pubblica amministrazione. E la scena rappresenta un interno domestico, familiare, all’ora del caffè, in cui si mangiano biscotti vegani, minimalisti e moderni, al passo con i tempi, di tendenza, a scandire le fasi della trattativa tra un sindaco, una manager del servizio sanitario e sua figlia, aspirante direttrice del nuovo museo di arte contemporanea.

Il sistema non esclude nessuno dai suoi tentacoli, gli interessi economici si insinuano nelle dinamiche familiari, costruendo le architravi di quel “familismo amorale” teorizzato dal sociologo Edward Banfield nel suo “Le basi morali di una società arretrata” scritto già nel 1958 e ripreso da Leonardo Sciascia in tempi più recenti, che ancora impera sulle nostre esistenze.

Non sono escluse le giovani generazioni, soffocate dalla precarietà di un contesto che cancella le loro prospettive di realizzazione: sarà proprio la giovane figlia della manager a mediare la trattativa tra i due potenti, ricavandone un tornaconto immediato, che mette a tacere ogni scrupolo ideale e riconduce tutto al “buon senso” in cui ciascuno riceve una porzione del bottino pensando che sia questa la giustizia distributiva da realizzare con un gioco incrociato di complicità e di accomodamenti.

È minimalista anche la natura della trattativa: un reparto ospedaliero di maternità da salvare dalla chiusura, ma per continuare a garantire al cognato del sindaco le forniture ospedaliere con affidamento diretto, il bene e il male che si intrecciano avvolti da una coltre mimetica, sempre più difficili da distinguere, fino a far passare l’idea che tutto questo sia normale.

Non ci sono più grandi numeri, nella corruzione di casa nostra, molto più micidiale rispetto ai soldi o al potere: l’annientamento morale di ogni scrupolo di correttezza nel potere pubblico che sia capace di essere garanzia del diritto di tutti, e non solo piazzaforte dei comitati d’affari, piccoli e grandi, che si alternano alla guida delle nostre comunità. Con il consenso elettorale del popolo sovrano.

Sembrava scritta dalle nostre parti, questa commedia amara, che mette in scena “le volpi” come dice il titolo, piccoli predatori che razziano i pollai. Sono finiti anche i tempi dei grandi predatori, i gattopardi, le tigri e le iene, che si muovevano in grande, intelligenze luciferine volte al male. Al posto delle intelligenze oggi imperano le furbizie, gli espedienti, i traccheggi e i compromessi a dimensione familiare, a scartamento ridotto.

È stato facile riconoscere nei personaggi gli omologhi di casa nostra, i cui nomi serpeggiavano tra il pubblico man mano che si svelavano i retroscena delle situazioni sul palcoscenico. Gli autori della commedia non li conoscono personalmente, ma purtroppo hanno rappresentato categorie che sono diventate universali, soprattutto nella dimensione della provincia in cui vive la maggioranza degli italiani, con una corruzione più insinuante, quotidiana, che non facciamo in tempo a riconoscere e ha già contaminato l’aria che respiriamo. Senza alternative, con la logica soffocante del “buon senso” e della convenienza, autentica o sperata, senza speranza.

www.ilroma.net, 17 febbraio 2026

Il teatro è una dimensione del presente. “Le volpi” scritto da Lucia Franchi e Luca Ricci che ne ha curato anche la regia, è stato finalista del premio UBU 2024. Per due serate è stato rappresentato al Teatro Area Nord per inaugurare, con successo ed eleganza, “Confini Aperti – Arena Circus 2026”. Tre interpreti di spessore, intenti a muovere compromessi sociali addolciti dal canto di una cicala e da un vassoio di biscotti vegani. L’energia di Manuela Mandracchia ci ha calamitato a scena aperta molto prima di accomodarci. Il TAN è così, il palco risucchia il pubblico verso mondi utopici, distopici o fantastici. Nella fattispecie il Sindaco di questa piccola cittadina di cui sappiamo solo avere un fiume e un reparto maternità che rischia di chiudere, è Giorgio Colangeli. La scena si apre sigillando la relazione madre (la Mandracchia) e figlia (Federica Ombrato), puntellata dal confronto generazionale e da qualche conflitto irrisolto. Ma l’azione, che ruota intorno ad un tavolino da caffè all’ombra di alte tende bianche e persiane di simil- bambù, è uno spaccato sociologico finemente restituito al pubblico. Gli “a parte” al microfono diretti allo spettatore, con le musiche di Michele Boreggie e Lorenzo Danesin, hanno fatto da delizioso spessore drammaturgico e interpretativo. Investiti dal disegno luci di Stefan Schweitzer, la co-presenza degli individui posti l’uno di fronte agli altri, la loro capacità di negoziare, il linguaggio specifico delle interazioni simboliche e l’importanza dello status sociale, rappresentano “l’omeostasi”, “l’autoequilibramento”, dello struttural-funzionalismo sociologico. La forza attoriale si è sviluppata, senza avvilupparsi, tra concetti di adattamento all’ambiente, latenza dei valori, integrazione dei micro e dei macro contesti che ogni “animale sociale” non può non riconoscere. Una dinamica, che non ha stancato, ma ha svelato possibilità scomode dell’attualissima tematica dei protocolli tra i Ministeri di Cultura e Salute. Una partita a scacchi a tre, contemporanea e universale: scambi, favoritismi, vecchi e nuovi equilibri da trovare sia per chi si occupa di arte, che di salute pubblica. Non a caso questi individui non hanno un nome proprio, così come la cittadina che non ha coordinate geografiche. Come disse Fabrizio Cruciani nella conferenza del ’92: “Il presente è il tempo felice per il teatro. Ogni uomo di teatro di qualsivoglia origine e cultura appartiene al nostro presente”.

www.sipario.it , 13 febbraio 2026

È estate. Da una grande finestra filtra una luce intensa; le tende sono mosse da una leggera brezza. Le vacanze incombono e, con esse, la pausa delle attività amministrative. In questo tempo sospeso s’incontrano M., direttrice dell’Asl locale (Manuela Mandracchia), e S., sindaco della cittadina (Giorgio Colangeli); con loro c’è la figlia di lei, esperta d’arte in cerca di occupazione (Federica Ombrato). Sono questi gli ingredienti de Le volpi di Lucia Franchi e Luca Ricci, che firma anche la regia. In un essenziale salotto, un tavolino con un vassoio di biscotti vegani che non sanno di nulla, ma stimolano la golosità. Le volpi porta in scena, con leggera ma pungente amarezza, le ambizioni, gli interessi e gli scambi di favore della vita politica locale. Il colloquio fra il sindaco e la dirigente dell’Asl riguarda il rischio di chiusura dell’ospedale della cittadina, con inevitabile danno di consenso per il primo cittadino. C’è poi il desiderio della figlia di gestire uno spazio espositivo, già destinato al professore esperto d’arte del liceo. Ovviamente la giovane aspirante operatrice culturale fa pressione sulla madre e, in seconda istanza, sul sindaco per raggiungere il suo obiettivo. Il tutto accade fra malcelati silenzi e ammiccamenti, nel clima ovattato della vigilia delle vacanze, in cui si accenna a facilitazioni per migliorare la casa al mare della dirigente dell’Asl. Ma il tempo sospeso di quel pomeriggio è anche il tempo in cui si regolano piccoli e grandi favoritismi: nessuno è incolpevole, sembrano dire gli autori de Le volpi. La pièce racconta con leggerezza un malcostume da commedia agrodolce: quei politici di provincia esercitano il potere con un senso etico che vacilla facilmente. E se la dirigente dell’Asl sembra la più incline a mantenere una linea morale, questa sua apparente rettitudine è destinata a sgretolarsi sotto gli attacchi della figlia e del primo cittadino, amico di lunga data. Franchi e Ricci costruiscono un acquerello del malcostume del Paese, ben lontano dalla retorica o dalla sterile denuncia, collocandosi in quello spazio sospeso della pausa pre-vacanziera che rende tutto possibile e fa emergere il non detto. In tutto ciò Giorgio Colangeli, nei panni del sindaco, è semplicemente perfetto: non ha bisogno di forzare i toni; vocalità e fisicità definiscono con immediatezza il personaggio. Così pure Federica Ombrato, efficace nel restituire l’acerba ambizione e l’entusiasmo trascinante di chi non vorrebbe scendere a patti ma, pur di ottenere il lavoro, finisce per tradire i propri principi. Manuela Mandracchia offre con credibilità e precisione il ritratto sfaccettato del suo personaggio, diviso fra ruolo pubblico e privato, una sorta di torre eburnea sotto attacco. Tutto, ne Le volpi, si compie con coerenza, grazie alla regia attenta e misurata di Luca Ricci. Il pubblico apprezza, comprende, si pone qualche domanda e applaude, non senza una disincantata rassegnazione verso una corruttela che accomuna tutti, grandi e piccoli.

Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia, Federica Ombrato, Lucia Franchi e Luca Ricci  ospiti della puntata del 10 febbraio 2026 di “Retroscena – I segreti del teatro” su TV 2000.

La puntata completa qui 

www.dramma.it , 09 febbraio 2026

Ormai, con tre anni di repliche, una delle commedie ‘simbolo’ di “Capotrave”, “Le Volpi”, per la drammaturgia di Lucia Franchi e Luca Ricci, è andata ancora una volta in scena il 7 febbraio nel molto all’italiana Teatro Sociale di Camogli.

È una commedia, a mio avviso, più etica che sociologica che guarda ‘nel piccolo’ (e il piccolo non è mai irrilevante nell’hegeliano Spirito della Storia) ad uno degli endemici mali dell’Italia (ma non solo ovviamente), la corruzione con la sua appendice inevitabilmente ‘familistica’.
Non però nella modalità falsamente consueta con cui si traveste e appare, bensì in un modo piuttosto singolare e quasi in ‘tralice’, facendo sorgere così la domanda che già Leonardo Sciascia si era posto: la piccola giornaliera corruzione è un riflesso irresistibile della Grande Corruzione che ci governa regolando i meccanismi del potere, ovvero è la Grande Corruzione un modo d’essere che trae alimento e anche legittimazione da quella piccola e ordinaria da cui siamo continuamente ‘innaffiati’ e in cui affonda le sue radici?
Una domanda un po’ ‘cattolica’, se vogliamo, che impregna quella irresistibile tentazione alla auto-assoluzione che in fondo ci inibisce, come nel caso della evasione fiscale, una più generale e meno generica ‘indignazione’ luterana e calvinista, una reazione moralmente, socialmente e politicamente ‘forte’ e dunque veramente efficace a quei mali di cui comunque continuiamo a subire le conseguenze (e non sono poche).
Luogo e tempi dell’intreccio, una sala da pranzo agostana, il rito del caffè, due piccoli notabili di provincia, ci dicono infatti molto di più di quella che potrebbe sembrare una storia banale di scambi di favori, che inevitabilmente (in fondo noi italiani, che male c’è?, abbiamo tutti famiglia) vanno a riguardare alla fine anche le relazioni parentali.
L’esito è atteso, ma non è scontato perché la ‘moralità’ entra sempre e comunque in gioco e impone scelte di cui, qui, ovviamente non daremo conto lasciando il compito, suggerito dagli stessi drammaturghi, alla coscienza di ciascuno.
Alzare le spalle e rassegnarsi oppure indignarsi e ribellarsi?
Una commedia semplicemente ‘agra’, rubando il termine a Luciano Bianciardi, che, con una quasi disarmante ‘ingenuità’ bontempelliana, ci pone di fronte ad una parte di noi stessi con cui non vorremmo, se non malvolentieri, avere a che fare.
Un bel testo, votato intimamente al teatro che un po’ suggerisce Broadway ma anche, con meno asprezza e disincanto, Edoardo Erba e i suoi scenari, messo in scena con grande ‘misura’ da Luca Ricci, con una regia dinamica e disinvolta, regolata come un orologio dai movimenti scenici e dalle improvvise sospensioni durante le quali, oscurata la scena, la brava Manuela Mandracchia, sotto l’occhio di bue, si confronta confidente con noi che siamo, e altro non possiamo essere, l’eco a specchio della sua coscienza.
Con la citata Manuela Mandracchia (la madre Direttrice della locale ASL), in scena due attori di altrettanto spessore professionale, Giorgio Colangeli (Il Sindaco amico di vecchia data) e la più giovane ma già esperta Federica Ombrato (la figlia), anche se i veri e muti protagonisti sono in realtà i “biscotti vegani” scelti per accompagnare il caffè.
Scenografia, costumi, luci e suono danno un ché di spontanea naturalezza ad un ambiente alle prese con una incipiente ipocrisia.
Come gli spettacoli più riusciti anche “Le Volpi” ha ormai un considerevole passato ma è sempre nuovo, ogni sera che approda al suo destino (le assi del palcoscenico ovviamente).
Al Teatro Sociale di Camogli, ospite per una sola sera della Stagione 2025/2026, il 7 febbraio. Ha richiamato un pubblico discretamente folto che ha seguito con interesse e applaudito con  convinzione.

Gazzetta di Parma, 03 febbraio 2026

Ancora perfetto nel ritmo delle battute, nel gioco di situazioni, nello svelamento dei sottili meccanismi d’interesse in un centro della provincia italiana. Il primo incontro con “Le Volpi” di Lucia Franchi e Luca Ricci, figure di grande rilievo del teatro italiano, era avvenuto solo in video, differenti le due interpreti femminili. Se ne era scritto allora, circa tre anni fa, e molto volentieri, proprio solo per loro, per gli autori che, impegnati su molti fronti – tenaci ideatori e presenze guida del prezioso festival Kilowatt a Sansepolcro, tra i più importanti in Italia – sembravano quasi timorosi nel riprendere il loro impegno artistico. Raggiunta l’eccellenza anche in progetti internazionali, potevano riavviare antiche competenze lasciate come in sospeso? La risposta non solo era stata positiva, ma sin entusiasta, segnalato “Le Volpi” anche per il Premio Ubu. E una magnifica conferma si è avuta a Ragazzola, molto bravi, ben affiatati, con un testo complesso, dal dialogo fitto, Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia e Federica Ombrato. D’assoluta raffinatezza luci e suoni che commentato, sottolineano, svelano quanto sta avvenendo, quasi a depositare sottili ansie, che qui, in questa nuova versione che pur conserva identico il testo, paiono aderire indelebili nella figura della madre, una superlativa Manuela Mandracchia. È proprio lei ad andare ogni tanto al microfono a riflettere, commentare, quasi che quell’incontro tra lei, dirigente sanitaria, la figlia esperta d’arte e il sindaco sia evento trascorso, che stia illustrando un ricordo/accordo ormai avvenuto: “Piano piano ci sono scivolata dentro…”. 

“Le volpi” è titolo perfetto per i nostri tre protagonisti che, mescolando interessi personali e motivi ideali (da lasciar sfumare!), riescono a raggiungere con apparente semplicità, un fresco chiacchierare, mangiucchiando biscotti, sorseggiando caffè, lieti compromessi, infine tutti in sintonia. E i cittadini se ne sarebbero potuti accorgere? Sì, forse ci sarebbe stata qualche illazione… Diverse le questioni aperte: come conservare in quel paese il reparto Maternità? Come dare respiro internazionale al nuovo museo d’Arte Contemporanea? Come conservare l’appalto dei materiali in ospedale? Come si intrecciano tra loro tali problemi? Si ride in più di un passaggio, forse anche con qualche punta d’amarezza: perché sì, proprio così come sembra che avvenga un po’ ovunque quando, nell’apparente cura della cosa pubblica, si perseguono interessi personali. Lunghissimi, ripetuti, gli applausi. 

Giudizio 5/5

La Stampa, 20 gennaio 2026

In questo nostro strano Paese una volta le compagnie teatrali portavano i loro spettacoli dappertutto, viaggiando incessantemente – il carro di Tespi. Oggi non più, data l’esistenza degli Stabili, e soprattutto dato il costo, diventato proibitivo, delle tournée. Ma può ancora darsi il raro caso di una produzione come questa  de Le Volpi, che forte di una troupe ridottissima – solo tre interpreti -, una scenografia essenziale e soprattutto un testo valido (e nuovo), arriva felicemente al terzo anno di repliche e vede avvicinarsi il traguardo di cento città toccate. È una storia in cui tutti possiamo riconoscere qualcosa della società in cui viviamo. In un piccolo centro di provincia il sindaco si autoinvita a prendere il caffè in casa della direttrice delle Asl locali, cui vuole chiedere a quattr’occhi un piccolo favore per accelerare una certa operazione saltando la burocrazia. La donna, che ha dei principi, o comunque non vuole compromettersi, rifiuta, anche quando l’altro si offre di farle ristrutturare la villetta al mare a prezzi convenientissimi. Ma la figlia di lei, a parole più idealista di tutti, fiuta l’occasione per farsi affidare dal sindaco, sia pure aggirando qualche regola, un programma culturale che le fa gola, dando a quest’ultimo l’arma  per piegare le resistenze della madre … Così nascono gli inciuci in Italia (ma solo in Italia?). Lucia Franchi e Luca Ricci, autori e registi, hanno scritto il testo in benvenuta chiave di naturalezza, ossia resistendo alla tentazione di buttarlo in farsa smaccata o in denuncia severa. I tre attori, Manuela Mandracchia, Federica Ombrato e Giorgio Colangeli, li assecondano mirabilmente.

www.giornalelavoce.it, 20 gennaio 2026

La pièce di CapoTrave con Giorgio Colangeli smaschera il familismo e i piccoli favori della politica di provincia, trasformando una commedia elegante in un affilato teatro civile

È ancora possibile un teatro civile capace di parlare a tutti, con l’efficacia e l’accessibilità della grande commedia italiana degli anni Settanta? A giudicare da Le Volpi la risposta è sì. La pièce della compagnia CapoTrave, scritta da Lucia Franchi e diretta da Luca Ricci — secondo miglior testo italiano ai Premi Ubu 2024 — affronta il tema della corruzione politica con ironia dolceamara e precisione chirurgica, mettendo in scena una realtà fin troppo riconoscibile.

Lo spettacolo arrivato in Piemonte- per la stagione di Grande Prosa del Garybaldi di Settimo Torinese è andato in scena nella serata di venerdì 23 gennaio.

Protagonista è Giorgio Colangeli, nei panni del sindaco di una cittadina di provincia non meglio identificata. Un uomo gioviale, apparentemente bonario, che considera il proprio piccolo peculato una faccenda quasi privata. In una domenica d’agosto assolata, il sindaco fa visita alla dirigente sanitaria locale, interpretata da Manuela Mandracchia, e incontra anche la figlia di lei, Federica Ombrato, giovane laureata in Storia dell’Arte con ambizioni da direttrice di museo.

Attorno a un caffè e a un dolcetto rigorosamente vegano, si consuma una partita di scambi e promesse: il sindaco chiede una “raccomandazione” per salvare un’azienda di famiglia — ora gestita dal cognato — paventando il danno che la sua chiusura arrecherebbe alla comunità. In cambio, offre la nomina della ragazza alla direzione del museo d’arte contemporanea. Favori che si intrecciano con una disinvoltura tanto elegante quanto inquietante.

È una commedia che riflette sui vizi della classe politica, ma anche sul ruolo dei cittadini: ci coinvolge tutti”, sottolinea Colangeli. Le Volpi racconta infatti una corruzione minuta, quotidiana, spesso giustificata dalla convinzione che sia legittimo ottenere il proprio tornaconto, piccolo o grande che sia. Un familismo inossidabile che non ha bisogno di scandali miliardari per rivelarsi.

La drammaturgia procede in equilibrio tra naturalismo e accusa civile, svelando passo dopo passo i veri appetiti dei personaggi. “Abbiamo scelto di ambientare la storia in un piccolo centro — spiega il regista Luca Ricci — perché la provincia è una lente d’ingrandimento perfetta: permette al teatro di prendere un dettaglio e allargare la crepa fino a renderla universale. Non raccontiamo un appalto in una capitale, ma una vicenda minima che spinge lo spettatore a chiedersi: io cosa avrei fatto?”.

È qui che Le Volpi trova la sua forza: non indica colpevoli astratti, ma costruisce una dinamica a specchio che interpella direttamente la coscienza etica di chi guarda.

Fondata nel 2003 a Sansepolcro, la compagnia CapoTrave porta avanti un teatro civile basato su microstorie realistiche che indagano i meccanismi del potere senza ricorrere alla narrazione frontale. Un lavoro di scrittura e regia che affida ai dettagli — ai silenzi, ai non detti, alle sfumature — il compito di cercare la verità.

Colangeli, con una carriera che attraversa teatro e cinema (Nastro d’Argento per La cena di Scola, David di Donatello per L’aria salata di Angelini), racconta: “Il cinema, con i primissimi piani, mi ha insegnato a cercare la verità nei dettagli, anche a teatro. Non ho avuto una vocazione precoce: ero laureato in fisica e orientato all’insegnamento. Poi il teatro mi ha cambiato la vita”.

Accanto a lui, Manuela Mandracchia, due volte Premio Ubu, diretta da maestri come Ronconi, Castri e Moretti, e la giovane Federica Ombrato, al debutto cinematografico con Marco Bellocchio.

Le Volpi non offre consolazioni, ma una domanda scomoda e necessaria. Ed è proprio per questo che funziona: perché racconta la corruzione non come un’eccezione mostruosa, ma come una tentazione ordinaria, alla portata di tutti.

www.corrierenazionale.net, 18 gennaio 2026

In “Le Volpi”, presentato alla Sala Umberto di Roma, Lucia Franchi e Luca Ricci mettono in scena una riflessione lucida e incalzante sui meccanismi della corruzione, che evita ogni scorciatoia moralistica. Il testo, secondo classificato ai Premi Ubu 2024 per la miglior drammaturgia, si concentra su un contesto dichiaratamente circoscritto. Una provincia italiana non meglio identificata, un interno domestico, un pomeriggio estivo, che sembra scorrere senza urgenze. È proprio in questa apparente normalità che il lavoro trova il suo punto di forza.

Il nodo narrativo ruota attorno alla possibile chiusura di un reparto di maternità, tema concreto e plausibile, che resta però sullo sfondo. Non è la vicenda amministrativa a interessare gli autori, ma il modo in cui diventa occasione per regolare carriere e rapporti. La politica non è mai rappresentata come scontro ideologico, ma come pratica quotidiana, fatta di linguaggi condivisi, piccoli favori, mediazioni che si presentano sempre come ragionevoli.

Al centro della scena ci sono tre personaggi, ciascuno portatore di una diversa modalità di rapporto con gli equilibri di potere. La figlia, interpretata da Federica Ombrato, appare inizialmente come figura di rigore morale. Cresciuta in un contesto privilegiato, formata nelle migliori scuole e università, rivendica con fermezza il valore del merito e della competenza. Per lei, i compromessi sono deviazioni inaccettabili, devono emergere i professionisti e il merito.

Il testo, tuttavia, evita di farne uno stereotipo dogmatico. Ombrato, attrice della nuova generazione, già diretta da Marco Bellocchio, lavora su un registro misurato, affidandosi al controllo del gesto e alla precisione dell’ascolto, qualità che rendono credibile la progressiva evoluzione del personaggio.

La trasformazione della figlia avviene senza fratture evidenti, attraverso uno slittamento graduale di prospettiva. Quando si presenta l’occasione di un incarico in una nuova struttura culturale, la giovane donna dimostra una notevole capacità di adattamento, riuscendo a ottenere ciò che desidera a discapito di altri, tra cui Bianchini, insegnante di lettere, e l’assessore. Non c’è un tradimento esplicito dei principi, quanto piuttosto una loro rinegoziazione silenziosa.

La madre, affidata a Manuela Mandracchia, è una dirigente generale della ASL, che ha costruito la propria carriera con determinazione. Attrice tra le più riconosciute del teatro italiano contemporaneo, Mandracchia porta in scena una donna abituata a esercitare autorità, a farsi rispettare dai dipendenti e a tenere testa al sindaco della cittadina. All’inizio appare come la presenza più solida, quella che governa il sistema dall’interno.

Le battute “I compromessi non sono tutti uguali” o “Scivolare verso l’alto, cadere in su” funzionano come strumenti di auto-legittimazione, tentativi di tracciare una linea etica, che le consenta di restare coerente con la propria immagine di servitrice dello Stato.

Ma è proprio questo ruolo a nascondere un conflitto profondo, che si manifesta nei silenzi più che nelle parole. Il dialogo interiore della madre, reso esplicito dagli assolo della Mandracchia, accompagna l’intero spettacolo e trova il suo punto di crisi nel rovesciamento dei ruoli con la figlia, che si dimostra via via più disinvolta e più efficace nella gestione del potere.

Il sindaco, interpretato da Giorgio Colangeli, è la figura che rende possibile questo slittamento. Attore di consolidata esperienza in cinema, teatro e televisione, Colangeli dà vita a un politico maneggione, incline al compromesso, di modesta statura morale e di piatto livello culturale. La sua interpretazione evita ogni caricatura. Il lavoro sul corpo, le leggere inflessioni dell’accento, il continuo ricorso a luoghi comuni restituiscono un uomo che pensa e parla per formule già pronte.

È un potere privo di visione, estremamente pratico, che non si impone e si lascia guidare da chi sa manovrarlo. In questo senso, il sindaco di Colangeli diventa una superficie di proiezione su cui si misurano l’abilità e l’evoluzione della madre e della figlia. Richiama, in qualche misura, e per funzione narrativa, “Il sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo. In entrambi i casi, il profilo delinea l’autorità locale e ne mette in luce i limiti morali e l’incapacità di controllare davvero le dinamiche che si sviluppano intorno a lui.

La regia di Luca Ricci rafforza il dispositivo drammaturgico scegliendo di mantenere i personaggi sempre in scena. Non esiste un “fuori campo” per chi dirige gli eventi. Anche quando gli interpreti tacciono, restano visibili, presenti, partecipi. Sguardi, posture e silenzi assumono un valore attivo. Il non detto diventa azione e la permanenza in scena rende evidente il meccanismo della complicità e dell’autoassoluzione.

L’interno domestico si configura così come uno spazio chiuso, una sorta di camera di compensazione morale da cui non si esce mai davvero, perché nessuno può dirsi estraneo al sistema che si sta costruendo. E la provincia, più che come sfondo geografico, emerge come microcosmo simbolico in cui le dinamiche del potere si manifestano nella loro forma più quotidiana e riconoscibile.

“Le Volpi” costruisce la propria efficacia su questa precisione dello sguardo, su un teatro che non alza la voce, su un’ironia sottile che si fa sempre più amara. Franchi e Ricci accompagnano lo spettatore all’interno di un sistema di relazioni in cui nulla appare apertamente illegittimo, eppure ogni gesto contribuisce, sottilmente, a ridefinire il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è.

www.teatrionline.it, 17 gennaio 2026

Voler apparire integerrimi e tuttavia cedere a qualche amicale sollecitazione. Per il bene comune!

È il tema de Le Volpi, secondo miglior testo italiano ai Premi Ubu 2024 nella categoria ‘nuovo testo italiano/scrittura drammaturgica’.

Una città di provincia, un salotto borghese, un torrido pomeriggio d’agosto. Madre e figlia passano da un argomento all’altro chiacchierando delle vacanze e del desiderio della giovane di mettere a frutto le proprie competenze in Storia dell’Arte nel locale Museo del Contemporaneo. Dopo gli studi e un soggiorno a Rotterdam col marito e due figli, la nuova realtà cittadina sembra soddisfare le sue ambizioni.

L’assolato pomeriggio estivo viene movimentato dal sopraggiungere di una visita, forse inaspettata.

È il sindaco, dalla parlantina sciolta e accentuata cadenza romana. Ingordo dei biscotti vegani offerti dalle signore.

Dopo i convenevoli di rito, l’uomo dichiara di voler parlare di una questione riservata con la padrona di casa e invita la figlia a lasciarli soli.

Perplessità, titubanza, resistenza. C’è un segreto tra i due?

La giovane rimane. La calura estiva diventa più opprimente, il ventilatore fa ondeggiare l’ampia tenda bianca che funge da quinta.

Con la naturalezza di chi è abituato a trattare temi quotidiani, il sindaco chiede alla padrona di casa, direttore generale della locale Asl, un intervento presso la Regione per sospendere la chiusura del reparto maternità dell’ospedale. La donna è riottosa, non vuole chiedere ed elargire favori.

In un effluvio spontaneo di contrapposizioni, si svelano le posizioni di ognuno: il sindaco è dotato di senso pratico e dà a ciascuno il suo, anche un contratto di forniture alla ditta del cognato; la dirigente è inscalfibile ma avrebbe piacere che la figlia rientrasse dall’Olanda per svolgere laboratori e attività creative presso il locale Museo del Contemporaneo; la giovane ritiene di avere i titoli necessari, più di chiunque altro, per dirigere il Museo e non disdegnerebbe che venisse emanato un bando ad personam per ottenere l’incarico.

È il modulo del familismo, o amichettismo, che i notabili applicano ritenendo legittimo il proprio tornaconto anche nelle piccole cose, con equilibrati scambi di favori.

Tra un pensiero alle vacanze e un biscotto vegano che non fa male alla salute, la rete degli accordi si perfeziona, si tratta del bene di tutti, anche dei concittadini inconsapevoli.

È un microcosmo di affarismo di piccolo cabotaggio, dove ognuno si autoassolve poiché ognuno dà e riceve qualcosa. Nulla di clamoroso, nulla di apertamente illegale, entro i margini in cui il potere può anche amministrarsi come un fatto privato, dopo che ci si è occupati della cosa pubblica. Come scrive Leonardo Sciascia in Todo modo: “I grandi guadagni fanno scomparire i grandi principi, e i piccoli fanno scomparire i piccoli fanatismi”.

Le tre volpi acuiscono l’olfatto e pianificano la strategia. Nella società odierna bisogna viaggiare su questi binari. C’è una volpe in ognuno di noi?

Lucia Franchi e Luca Ricci, gli autori della Compagnia Capotrave, continuano a indagare i meccanismi del potere attraverso piccole e realistiche storie di provincia.

Manuela Mandracchia con eleganza e misurato distacco interpreta la madre, che va ad esprimere le sue personali e intime considerazioni davanti a un microfono posizionato all’estremità destra del palcoscenico. Giorgio Colangeli è il sornione e sfrontato sindaco intrallazzatore, Federica Ombrato è la caparbia e opportunista figlia.

La regia di Luca Ricci fa stare i tre attori sul palcoscenico contemporaneamente, lasciando in ombra chi non è di scena, quasi a simboleggiare fin dall’inizio una comune corresponsabilità.

Abbiamo scelto di ambientare in un piccolo centro questa storia di corruzione – afferma Luca Ricci – perché la provincia è una lente d’ingrandimento perfetta per permettere al teatro di svolgere il suo mestiere: prendere il particolare e allargare la crepa rendendola universale. Non è la storia di un appalto miliardario in una capitale ma una vicenda minuta che mette lo spettatore nella condizione di chiedersi: cos’avrei fatto io?”.

www.musicalcafe.it, 17 gennaio 2026

Le Volpi, di Lucia Franchi e Luca Ricci, in scena alla Sala Umberto fino a domenica 18 gennaio, porta in scena i meccanismi incancreniti della nostra società.

Una madre, una figlia, un amico – il sindaco. Un afoso pomeriggio estivo, che prelude alle partenze per il mare. Una luce calda, avvolgente, e un’atmosfera morbida, lenta, casalinga. 

Eppure, nulla è davvero tranquillo, nulla è davvero come sembra. Perché tra un biscotto vegano e un caffè, mentre si sciorinano parole apparentemente prive di peso, si tirano fili, si disegnano semi-nascoste traiettorie, e ciascuno, a suo modo, tenta di ottenere i propri obiettivi.

Le Volpi, della compagnia Capotrave di Lucia Franchi e Luca Ricci, porta sul palco la provincia italiana con le sue regole, i suoi segreti, le sue storture.

La figlia, una brillante Federica Ombrato, è un’epitome della sua generazione: formata, capace, ha vissuto all’estero – e non fa altro che rimarcarlo. Ma è tornata “a casa”, e ora cerca un suo posto in quella realtà troppo piccola, dove tutti si conoscono, e il merito sembra perdere valore di fronte a vecchie amicizie, favori da ricambiare, equilibri che funzionano e che quindi è meglio non smuovere. La giovane è in bilico: rimanere salda sulle sue posizioni, o lanciarsi nel baratro dei meschini meccanismi di paese?

Il sindaco, un Giorgio Colangeli in grande spolvero, è figura sfaccettata, complessa, che si svela con il procedere del racconto. Vecchio profittatore o buon samaritano? Indifferente uomo di potere o uomo di cuore, attento alle necessità del suo paese? Forse entrambe le cose, forse nessuna delle due. Forse a volte è in quella sfumatura che si celano i peggiori pericoli. Perché chi mai chiuderebbe un reparto di maternità? Un’ingiustizia vera e propria… E il fatto che su quella faccenda girino voci poco chiare passa in secondo piano.

Infine la madre, una straordinaria Manuela Mandracchia. Il personaggio più affascinante, quasi la voce della ragione (interessanti gli a parte in cui si rivolge direttamente al pubblico). L’integerrima, colei che si tiene fuori da ogni meccanismo strano, che non vuole esser messa in mezzo, che non vuole lasciarsi corrompere… Ma che forse, per sua figlia, è pronta a mettersi in discussione. 

Un testo davvero brillante, non a caso secondo classificato ai Premi Ubu 2024 nella categoria “Miglior Testo Italiano / Scrittura Drammaturgica”.

Nel breve giro di un’ora e quarto, Le Volpi mette in scena la complessità dei rapporti umani quando nella relazione si inserisce l’interesse. Accende un faro, acuto e mai banale, su alcune dinamiche marce della nostra società, quelle che tutti conosciamo, e che in molti fingiamo di non vedere. 

Perché è comodo, perché si è sempre fatto così.

Quando il palco torna buio alla fine della rappresentazione, il pubblico è lasciato a chiedersi cosa avrebbe fatto, al posto di quei personaggi. E la risposta, purtroppo, non ha molto di consolante.

www.visumnews.it, 17 gennaio 2026

Le volpi alla Sala Umberto di RomaSolo per pochi giorni, dal 14 al 18 gennaio, in questo teatro capitolino di Roma, è in scena la commedia noir scritta da Lucia Franchi e Luca Ricci (quest’ultimo anche regista), che vede protagonisti Giorgio ColangeliManuela Mandracchia e Federica Ombrato.

Una commedia rivelazione, che diverte ma soprattutto fa riflettere, con un cast magistrale ed una scrittura di alto livello.

Il tutto ha inizio con una raccomandazione che sembra piccola, quasi innocua. Per finire poi con un caso di corruzione. Il fatto potrebbe allargarsi a macchia d’olio, ma visto che lo scandalo si svolge in una piccola provincia, il tutto viene ridimensionato, fino a scomparire tra le pieghe del non detto, del già dimenticato.

Nel ruolo del sindaco, che nel testo non ha neanche un nome ma viene chiamato solo “S” l’attore Giorgio Colangeli. Rappresenta una carica istituzionale, quella del politico locale, ma è anche una figura simpatica che non prende iniziative, non agisce, lascia tutto com’è favorendo la corruzione, l’immoralità. Che cosa accade? La giovane figlia della direttrice della Asl locale (una eccezionale Federica Ombrato, padrona della scena) è una curatrice d’arte. Si scopre che in questo piccolo centro, dove la ragazza è nata, stanno per inaugurare un Museo d’Arte contemporanea.

Il tema al centro della pièce scritta da Lucia Franchi e Luca Ricci è la corruzione

Lei sarebbe adattissima a ricoprire lì un ruolo di prestigio, a dirigere questo Museo, ma, purtroppo, come spesso accade in politica, sembra che assessori e politici si siano già spartiti le poltrone e quel posto risulterebbe assegnato, magari a qualcuno incompetente, come spesso accade. Ed ecco che la figlia, pur di ottenere quel posto, si mette contro sindaco e madre (interpretata da Manuela Mandracchia). Ormai la gente è abituata a questo tipo di storie, e forse qualcuno ci si ritrova anche. Ma la diversità della commedia di Franchi e Ricci, è che ci mostra un qualcosa che sfocia nel noir. Tutti i protagonisti risulterebbero delle “brave persone”, dal sindaco all’assessore. Se un fatto del genere accadesse a livello nazionale, tutto ciò potrebbe portare ad una fuga di notizie, al classico scandalo, ma qui tutto ciò si svolge in provincia e la normalità regna sovrana.

Le volpi è indubbiamente una pièce da lodare per la scrittura acuta ed ironica poiché mescola comicità ed amarezza. Luca Ricci mantiene in tutto lo spettacolo una regia delicata e funzionale, lineare e torbida che osserva le dinamiche dei personaggi senza essere invadente, ma creando un’atmosfera di sottile tensione.

Le interpretazioni sono eccezionali, magistrali quella di Giorgio Colangeli (il sindaco verace), Manuela Mandracchia (l’amica del sindaco) e di Federica Ombrato (la figlia pragmatica), ben compenetrati nei loro ruoli belli e complessi, esplorano il gioco di potere e la corruzione nella provincia italiana, lasciando lo spettatore con una riflessione scomoda ma necessaria, che magari si riconosce nelle giustificazioni dei personaggi.

I dialoghi sono molto serrati, c’è in tutta la pièce un umorismo agrodolce e una sottile ironia che svelano dinamiche di interesse personale e morale ambigua, richiamando la commedia all’italiana. Ne Le volpi vengono evidenziati il merito, il compromesso, la corruzione e il favoritismo nella gestione del bene pubblico, facendo emergere una radiografia dei meccanismi di poteri locali. Le volpiuna commedia senz’altro imperdibile.

Quotidiano LA VOCE, 17 gennaio 2026

Un vassoio di biscotti vegani occupa il centro della scena. Non è un dettaglio di colore né un vezzo di contemporaneità: è il vero fulcro drammaturgico di Le volpi, in scena al Teatro Sala Umberto di Roma. Attorno a quel vassoio si articolano gesti, esitazioni, promesse non pro nunciate; sopra di esso si deposita, invisibile ma costante, la polvere morale di una trattativa che non osa mai chiamarsi con il proprio nome. Tutto avviene in piena luce, e proprio per questo nulla appare immediatamente colpevole. Lucia Franchi e Luca Ricci, che del testo e della regia sono artefici congiunti, costruiscono uno spettacolo di precisione quasi clinica. Le volpi non racconta una storia: mette in funzione un meccanismo. Il dispositivo è semplice, ma implacabile. Tre personaggi, tre funzioni sociali, tre punti di vista che si incontrano in un interno borghese di provincia durante un pomeriggio estivo, sospeso, apparentemente innocuo. Nessun luogo viene nomi nato, nessun personaggio ha un nome proprio. Non per vaghezza, ma per rigore: ciò che interes sa non è l’individuo, bensì il ruolo; non il caso particolare, ma il modello. La scena è delimitata da lunghe tende chiare, leggere, che ondeggiano con un moto appena percettibile. Non proteggono, non nascondono: filtrano. Lasciano passare la luce e, con essa, la possibilità della rivelazione. È una scenografia che non descrive, ma allude; che non ambienta, ma suggerisce. Il naturalismo qui è solo apparente: sotto la superficie quotidiana agisce una logica simbolica precisa, che la regia di Ricci governa con sobrietà e con trollo. I tre personaggi sono una dirigente sanitaria, sua figlia, operatrice culturale rientrata dall’estero, e il sindaco del luogo. Tutti e tre portano con sé una richiesta, ma nessuno la formula aperta mente. Il sindaco teme la chiusura del reparto maternità del l’ospedale cittadino; la figlia ambisce alla direzione del nascente museo di arte contemporanea; la madre, per ruolo e posizione, è l’unica in grado di attivare canali decisivi. Il dialogo si muove così su un terreno scivoloso, fatto di allusioni, mezze frasi, promesse implicite. Nessun patto viene stipulato, eppure tutto funziona come se lo fosse. Il testo è abile nel mostrare come la corruzione più efficace non abbia bisogno di violare la legge. Qui non c’è abuso, ma assuefazione; non c’è scandalo, ma normalità. Franchi e Ricci colpiscono nel segno proprio evitando il melodramma o la denuncia esplicita. Il male che rappresentano è banale, quotidiano, perfettamente integrato nel linguaggio della buona educazione e del senso pratico. È una drammaturgia che non accusa: espone. La regia accompagna questa scrittura con una scelta coerente: nessuna forzatura, nessun compiacimento. Il ritmo è quello di una conversazione che lenta mente si incrina. Ogni pausa pesa, ogni silenzio è significati vo. Gli spostamenti nello spazio sono minimi ma eloquenti; il passaggio dietro le tende, il loro attraversamento, suggerisce più di quanto espliciti. Anche la luce lavora per sottrazione, creando zone di ambiguità che rimanda no a una dimensione quasi noir, dove i confini tra lecito e illecito si fanno opachi. La prova attoriale è uno dei punti di forza dello spettacolo. Manuela Mandracchia, nel ruolo della madre, costruisce un personaggio di grande complessità morale. È l’unica che sembra possedere una visione d’insieme, e proprio per questo appare la più stanca, la più disillusa. Le sue “incursioni” isolate, illuminate da un cono di luce e accompagnate da un microfono, inter rompono il flusso realistico per introdurre una dimensione riflessiva, quasi testimoniale. Ma non c’è redenzione in queste parole: sono constatazioni amare, non moniti efficaci. Federica Ombrato, nel ruolo della figlia, restituisce con preci sione il disagio di una generazione colta, mobile, apparentemente critica, ma pronta a vacillare di fronte alla promessa di stabilità. Il suo personaggio è forse il più inquietante proprio perché credi bile: l’indignazione iniziale cede gradualmente il passo a una razionalizzazione del compro messo. Non c’è cinismo, ma adattamento. Ed è qui che lo spettacolo affonda il colpo più duro. Giorgio Colangeli, nei parrai del sindaco, offre una prova di misura e intelligenza. Il suo personaggio non è un villain, ma un mediatore; non impone, propone. È mellifluo, sornione, sempre un passo indietro rispetto alla richiesta esplicita. La sua forza sta proprio in questa apparente modestia, che rende il meccanismo ancora più efficace. Colangeli evita ogni caricatura e costruisce una figura perfetta mente aderente alla realtà che rappresenta. Il progressivo ribaltamento delle posizioni — la convergenza tra sindaco e figlia, l’isolamento della madre — avviene senza scosse, come se fosse la naturale evoluzione delle cose. Ed è proprio questa fluidità a risultare inquietante. Quando l’accordo si compie, non c’è trionfo né conflitto: solo una stanca accettazione. Il sistema ha funzionato, e nessuno può dirsi davvero estraneo. Le volpi si inserisce con coerenza in un percorso che interroga la provincia italiana come luogo emblematico, non marginale. Qui la provincia non è arretratezza, ma laboratorio; non eccezione, ma regola. La mancanza di nomi e coordinate rafforza questa universalità, costringendo lo spettatore a riconoscere dinamiche familiari, forse vissute, forse solo intuite. II finale non offre conforto. Non c’è calarsi, né condanna esplicita. Rimane la sensazione, scomoda e persistente, che il vero problema non siano i personaggi in scena, mala loro assoluta normalità. Le volpi è uno spettacolo che non chiede di essere amato, ma compreso. E nel teatro di oggi, troppo spesso incline alla semplifica zione o all’autocompiacimento, questa è una virtù rara e necessaria.

www.gbopera.it, 15 gennaio 2026

Le tende chiare, alte e leggere, non servono a schermare lo spazio, ma a esporlo. Filtrano la luce come una coscienza che finge trasparenza mentre prepara la rimozione. In Le volpi, in scena al Teatro Sala Umberto di Roma, ciò che appare mite è già compromesso. È da questa immagine iniziale, quieta e insidiosa, che prende forma il congegno drammaturgico ideato da Lucia Franchi e Luca Ricci, con la regia di quest’ultimo, costruito non per sorprendere ma per logorare, non per accusare ma per mettere lentamente a nudo. Lo spazio scenico è un interno borghese sospeso in un pomeriggio estivo. L’aria è ferma, il tempo dilatato, il clima propizio a una conversazione che sembra innocua. Eppure, sin dai primi scambi, si avverte che nulla è davvero neutro. Le volpi non mette in scena un conflitto esplosivo, ma una trattativa che non osa mai dichiararsi tale. Tutto si gioca nel linguaggio, nei silenzi, nelle esitazioni, in quella zona grigia in cui il favore non viene chiesto, ma presupposto. I personaggi sono tre, e non hanno nomi propri. Una dirigente sanitaria, sua figlia operatrice culturale, e il sindaco di una cittadina di provincia mai nominata. Questa sottrazione anagrafica e geografica non è un espediente astratto, ma una scelta di rigore: ciò che interessa non è il caso singolo, bensì il funzionamento di un sistema. In Le volpi ciascun personaggio coincide con una funzione, e proprio per questo risulta tanto riconoscibile. Potrebbe trattarsi di qualunque luogo, di qualunque pomeriggio, di qualunque incontro “informale”. Il pretesto narrativo è duplice e perfettamente plausibile. Da un lato, la minaccia della chiusura del reparto maternità dell’ospedale locale, questione che per il sindaco rappresenta un rischio politico immediato. Dall’altro, l’imminente apertura di un museo di arte contemporanea, occasione che la figlia intravede come possibile via d’uscita da una precarietà professionale prolungata. Al centro, la madre: per ruolo e posizione, l’unica in grado di intervenire, di attivare un canale regionale, di “fare una telefonata”. Nessuno formula una richiesta esplicita, e tuttavia tutto converge verso un punto di scambio. La scrittura di Franchi e Ricci è calibrata con intelligenza e misura. Ogni battuta sembra dire meno di quanto sappia e più di quanto ammetta. Non vi è quasi  mai uno scontro diretto, ma una progressiva convergenza di interessi che si legittimano reciprocamente. Il testo è particolarmente efficace nel mostrare come la corruzione più pervasiva non abbia bisogno di violare la legge: le basta abitare il linguaggio della necessità, del buon senso, dell’urgenza. È una drammaturgia che non denuncia, ma espone; che non giudica dall’alto, ma costringe a guardare dal di dentro. La regia di Luca Ricci accompagna questa scrittura con una sobrietà rigorosa. Nulla è lasciato al caso, ma nulla è sottolineato. Il ritmo è quello di una conversazione che si incrina lentamente, senza scatti. Gli spostamenti nello spazio sono minimi, ma carichi di senso; l’attraversamento delle tende diventa un gesto emblematico, il segno di una soglia morale che si oltrepassa senza clamore. La luce lavora per sottrazione, creando zone d’ombra che richiamano un immaginario quasi noir, in cui i confini tra lecito e illecito non sono mai nettamente tracciati.  In Le volpi, l’etica passa attraverso azioni minime, apparentemente insignificanti, che rivelano però una disposizione profonda. La prova attoriale sostiene con solidità l’impianto drammaturgico. Manuela Mandracchia, nel ruolo della dirigente sanitaria, costruisce un personaggio di grande complessità morale. È inizialmente la figura più lucida, quella che sembra osservare le dinamiche dall’esterno. Ma questa lucidità non si traduce in forza d’azione: resta una consapevolezza amara, quasi impotente. Le sue sortite isolate, illuminate da un cono di luce e accompagnate da un microfono, introducono una dimensione riflessiva che non salva, ma registra. Non sono moniti, bensì constatazioni di una sconfitta già avvenuta. Federica Ombrato, nel ruolo della figlia, restituisce con precisione una figura generazionale fin troppo riconoscibile. Colta, formata all’estero, portatrice di un’idea di merito e trasparenza, ma progressivamente logorata dalla precarietà. Il suo cedimento non è improvviso, ma graduale; non nasce dal cinismo, bensì dalla stanchezza e lavora per sottrazione, lasciando emergere la razionalizzazione del compromesso, l’autoassoluzione che accompagna ogni scelta “necessaria”. È forse il personaggio più inquietante proprio perché non appare mai apertamente colpevole. Giorgio Colangeli, nei panni del sindaco, evita con intelligenza ogni caricatura. Il suo è un personaggio che non impone, ma suggerisce; che non chiede, ma lascia intendere. La sua forza sta nella misura, nella capacità di rendere credibile una figura che agisce sempre un passo indietro rispetto alla richiesta esplicita. L’attore costruisce un ruolo perfettamente integrato nel tessuto sociale che rappresenta, tanto da risultare quasi invisibile. Ed è questa invisibilità a renderlo pericolosamente efficace. Il ribaltamento finale delle posizioni — la convergenza tra il sindaco e la figlia, l’isolamento della madre — avviene senza scosse. Non c’è colpo di scena, ma una sensazione di inevitabilità. Quando l’accordo si compie, non c’è trionfo né conflitto: solo una stanca accettazione. Il sistema ha funzionato, e nessuno può dirsi davvero estraneo. Le volpi conferma la coerenza del percorso di Capotrave nel leggere la provincia non come margine, ma come misura del potere. Il finale rifiuta ogni conforto: senza catarsi né giudizio, lo spettatore è spinto, suo malgrado, a riconoscersi in una corruzione che è meno morale che strutturale. Ne resta un sorriso amaro e una certezza inquietante: ciò che inquieta non è l’eccezione, ma la normalità.

www.brainstormingculturale.it, 16 gennaio 2026

Una risata amara che si blocca in gola quella che provoca questa inquietante storia italiana intitolata ‘Le Volpi’. Luca Ricci e Lucia Franchi firmano la drammaturgia di una commedia affilata e sorprendente che, partendo da un incontro domestico apparentemente innocuo, scava con ironia nelle pieghe del potere, dei compromessi e delle ipocrisie della nostra provincia

‘Le Volpi’testo di Lucia Franchi e Luca Ricci con la regia dello stesso Ricci, arriva alla Sala Umberto di Roma nella stagione 2025-2026. In scena Giorgio ColangeliManuela Mandracchia e Federica Ombrato danno corpo a una commedia amara e tagliente che, con ironia sottile, mette a nudo i meccanismi del potere e le ambiguità morali della provincia italiana.

Tra dialoghi serrati e situazioni solo apparentemente quotidiane, lo spettacolo costruisce un ritratto lucido e angosciante di relazioni fondate su favori, compromessi e silenzi condivisi.

Le Volpi: la provincia come lente d’ingrandimento

Ambientato in una domenica d’estate soffocata dal caldo, ‘Le Volpi’ concentra l’azione in uno spazio domestico che diventa lentamente teatro di una trattativa morale prima ancora che politica.

Attorno a un tavolo, tra gesti consueti e conversazioni all’apparenza miti, si incontrano due figure centrali della vita pubblica locale insieme a una giovane donna (la figlia della donna), osservatrice partecipe e inconsapevole catalizzatrice degli equilibri in gioco.

Il dialogo procede per allusioni, mezze frasi e silenzi carichi di significato: dietro la normalità dei rapporti si insinuano richieste non esplicite, favori attesi, incarichi da assegnare. È in questo scarto tra ciò che viene detto e ciò che resta sottinteso che l’esibizione costruisce la sua tensione drammaturgica, mostrando come il potere si eserciti spesso lontano dalle sedi ufficiali, nei luoghi privati e nelle relazioni di fiducia.

La provincia non è solo uno sfondo, ma diventa un modello riconoscibile e universale, capace di raccontare dinamiche diffuse ben oltre i suoi confini geografici. ‘Le Volpi’ restituisce così un ritratto lucido e inquietante di una moralità flessibile, dove l’interesse personale si maschera da buon senso e la corruzione assume i tratti rassicuranti dell’abitudine quotidiana.

Tra silenzi, sguardi e spazi: la costruzione scenica

La regia di Luca Ricci sceglie la via della sottrazione, evitando qualsiasi enfasi e lasciando che siano i dialoghi e le pause a costruire l’intensità drammatica, forse, alle volte, fin troppo essendo una rappresentazione teatrale dove ci si aspetta che prima o poi accada qualcosa di memorabile.

Ma il regista lancia una sfida e mantiene un ritmo misurato, quasi quotidiano – consapevole del suo podio al Premio UBU 2024, nella categoria “Miglior Testo Italiano / Scrittura Drammaturgica” – attraversato una sottile inquietudine crescente accompagna, scena dopo scena, lo spettatore verso una consapevolezza progressiva dei rapporti di forza in gioco.

Sul piano della recitazione, il cast offre un’interpretazione controllata e profondamente naturale. I personaggi non cercano mai la caricatura, ma si muovono in un territorio di ambiguità morale fatto di sguardi, esitazioni e improvvisi scarti emotivi, restituendo con precisione la complessità di figure apparentemente ordinarie.

La scenografiaessenziale e funzionalericostruisce un interno domestico che diventa progressivamente una sorta di spazio di negoziazione del potere a cui l’intero pubblico – i cittadini italiani – prende parte, talvolta, ridendo e confermando di riconoscere, purtroppo, la dinamica.

Oggetti comuni e ambienti familiari contribuiscono a creare un senso di riconoscibilità immediata, trasformando la casa in un luogo dove l’intimità si intreccia con dinamiche pubbliche, fino a farsi specchio di una realtà più ampia e condivisa.

flaminioboni.it, 16 gennaio 2026

Le Volpi, lo spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci, della compagnia CapoTrave – entrato nella terna dei finalisti nominati ai Premi Ubu 2024 nella categoria ‘miglior nuovo testo italiano/scrittura drammaturgica’ – arriva finalmente a Roma, dopo 90 date in tutta Italia, al Teatro Sala Umberto.

Protagonisti della messa in scena sono Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia, e Federica Ombrato.

Siamo in una imprecisata provincia italiana in una assolata domenica di agosto.

Una madre (Manuela Mandracchia) e una figlia (Federica Ombrato) che vivono distanti hanno finalmente l’occasione di partire insieme per il mare e trascorrere un po’ di tempo in famiglia.

C’è ancora un impegno “istituzionale” che richiede l’intervento e la presenza della madre in città su esplicita e insistente richiesta dello stesso sindaco (Giorgio Colangeli).

Nella penombra di una sala da pranzo, al riparo dal caldo estivo nell’ora del caffè, si ritrovano due autorevoli personaggi di provincia e la figlia di una di loro, donna dalle grandi aspirazioni e piena di progetti per la città in cui vorrebbe tornare a vivere.

Tra un biscotto vegano e un sorso di caffè si discute di gestione di affari pubblici in maniera privata esponendo punti di vista, opinioni , ma anche manifestando interessi e aspirazioni.

Dolcemente, quasi senza accorgersene, si scivola in un meccanismo politico in cui si prendono accordi e si disfano alleanze appena create cercando di far felici tutti.

Viene messo in atto dai personaggi un gioco sottile e subdolo in cui le cose si acconciano come conviene a ciascuno, recuperando ognuno un tornaconto, piccolo o grande, per se stesso.

Tutto comincia quasi inconsapevolmente, partendo da posizioni precise e nette i cui contorni lentamente sfumano confondendosi con altre istanze più accomodanti.

In fondo, la corruzione nasce proprio da quel piccolo scarto che si crea in ogni affare quotidiano tra cosa è giusto fare e cosa conviene fare per se stessi.

Le Volpi tratta con delicatezza e intelligenza il tema della corruzione: lo fa in maniera leggera e a volte divertente, muovendosi, però, su un sentiero aspro.

La provincia è quel microcosmo in cui poter osservare certe dinamiche di potere, magari piccole, quasi innocenti, facili da autoperdonarsi, che, però, hanno sempre a che fare col proprio tornaconto.

La corruzione, infatti, comincia dai piccoli compromessi, dall’assecondare ciò che ci fa più comodo e dai compromessi che facciamo anche con noi stessi.

Le dinamiche tra i personaggi sono esemplari e disarmanti scivolando agilmente verso il ribaltamento delle posizioni fino a un rinnegamento dei propri principi senza traccia di rimorso.

Le Volpi è uno spettacolo che mette in luce con delicatezza e sagacia un malcostume molto diffuso, ma, soprattutto, nella sua ambientazione familiare, intima, all’interno di un salotto di casa alla presenza di mamma e figlia, fa capolino alla nostra coscienza e ci spinge inevitabilmente a chiederci: “io cosa avrei fatto?”, oppure “ma io, cosa ho fatto?”.

Siamo così diversi dai personaggi di questa storia? Non mentiamo a noi stessi.

Sul palco, Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia e Federica Ombrato propongono delle dinamiche molto interessanti, alternando toni preoccupati ad atteggiamenti infastiditi, per passare ad accenti affabulatori e sguardi furbi.

Tre grandi volpi!

La regia di Luca Ricci li accompagna con delicatezza, senza essere mai invasiva, presente, ma alla giusta distanza come fosse un quarto personaggio che, consapevole delle dinamiche interne, osserva la scena dall’esterno.

Fagocitati da una società che corre veloce e fa rumore, abituati a prodotti televisivi e cinematografici in cui la vita va di fretta tanto da far girare la testa e la confusione sovrasta i pensieri, Le Volpi, di Lucia Franchi e Luca Ricci, porta lo spettatore in una provincia qualsiasi in una calda domenica di agosto attraverso un testo armonico in cui abitano personaggi dall’aspetto pacifico, dagli atteggiamenti misurati, ma che in realtà sono mossi dalla ricerca di un tornaconto personale che fanno valere con una determinazione netta nei principi, ma calibrata nel suo manifestarsi.

Una voce, quasi un sussurro che si insinua nella testa e prova a destare la coscienza dello spettatore.

roma.repubblica.it, 15 gennaio 2026

Un lavoro che indaga nelle pastette messe a punto davanti a biscotti, con protagoniste tre generazioni di cittadini, a partire da quella del sindaco

Un fenomeno di familismo, di corruzione e di accordi illegittimi nella politica locale d’una provincia italiana denuncia il sottobosco di accordi, favori e appetiti di notabili in una sala da pranzo all’ora del caffè, in una scena che potrebbe rispecchiare la commedia disonesta in programma in una periferia del nostro Paese negli anni Sessanta o Settanta.

E’ l’ambientazione e la trama teatrale del testo “Le volpi” di Lucia Franchi e Luca Ricci della compagnia CapoTrave che alla Sala Umberto impegna fino a domenica 18 gennaio Giorgio Colangeli, Manuela Mandracchia e Federica Ombrato nello spettacolo a doppia firma nato nel 2023 con regia e scena di Luca Ricci, costumi di Marina Schindler, luci di Stefan Schweitzer, suono di Boreggi-Danesin. Un lavoro che indaga nel malaffare politico, nelle pastette messe a punto davanti a biscotti, con protagoniste tre generazioni di cittadini, quella matura del sindaco (un perbenista intraprendente impersonato dal sempre autorevole Giorgio Colangeli), quella vissuta e coinvolta d’una madre (la complice e dinamica Manuela Mandracchia), e quella della relativa figlia di lei (la già pronta Federica Ombrato).

I meccanismi diretti da Luca Ricci hanno tutta l’aria di studiare a fondo, come in altri titoli condivisi con Lucia Franchi, i vuoti a perdere e i vuoti di coscienza della società dei nostri giorni. Il risultato drammaturgico sfiora qui i climi dialettici e problematici di certe pagine di Leonardo Sciascia, di Elio Vittorini. Da aggiungere c’è la comunicativa, ora dosatissima, di due encomiabili presenze umane e artistiche come quelle, scaltrite dal tempo, di Colangeli e Mandracchia.

www.viviroma.it, 15 gennaio 2026

Lo spettatore lentamente viene coinvolto nelle tresche tipiche della provincia italiana dove, le problematiche, si dibattono tra ruoli e funzioni in cerca di compromessi, per poter mantenere lo status quo e poter campare tutti, avendo ognuno una fetta della torta a disposizione.

Tre personaggi, tra un biscottino ed un caffè, si trovano a dover tenere in equilibrio le loro coscienze con i loro interessi.

Tra la madre, una dirigente della Sanità locale e la figlia, appena rientrata dall’estero con la voglia di assumere un ruolo di operatore culturale in una iniziativa pubblica sul posto, apportando competenze ed idee nuove, si viene ad interporre il sindaco locale, il quale diventa l’artefice di un compromesso tra i tre personaggi che finirà mettendo davanti ad un bivio ideali ed interessi di ognuno e lasciando allo spettatore il suo giudizio morale accompagnato dal suo senso etico per una scelta che…si scoprirà solo a teatro.

Significativa la voce narrante della madre, interpretata da Manuela Mandracchia, la quale cerca di capire come sia stata avvolta da una tela che si fa sempre più stringente. Così come Giorgio Colangeli trasmette bene con la sua interpretazione le caratteristiche tipiche dell’Amministratore pubblico di una piccola comunità. Altresì Federica Ombrato, nel ruolo della figlia, esalta sia il contrasto generazionale che la capacità, pragmatica e rapida, di cercare di conquistare lo spazio di espressione tanto desiderato.

Infine questo lavoro teatrale ci lascia davanti ad una riflessione sul merito, il quale non deve sfociare in meritocrazia, ma nell’individuare qualità anche dove non ci sono solo le eccellenze, i migliori, gli scelti, ma anche chi si è ritagliato il suo francobollo di Vita con dignità e vivendolo pienamente con interesse e passione.

www.Sipario.it, 2 marzo 2025

E’ un’atmosfera leggera, rilassante e prospiciente alle immediate vacanze estive, al mare e al soggiorno caldo e rilassato quella che si vede ne Le volpi, testo scritto da Lucia Franchi e Luca Ricci, con quest’ultimo anche alla regia. Piacevolmente rilassante ma in apparenza, perché man mano che passano i minuti vengono a galla alcuni aspetti psicologici e meramente esistenziali dei personaggi, una serie di sfumature su questioni che li riguardano da vicino che, insomma, li smaschera. E’ il consueto specchio della cosiddetta zona cieca, cioè quello che si è realmente visto da altri occhi rispetto ai propri, a quello che si vuol far vedere di noi perché così fa comodo, e alleggerisce i passaggi. Dunque, rimanere leggeri, ma vigilati, in qualche modo, da un occhio estraneo che mostra invece la realtà più o meno sommersa di tutti noi. Un gioco, passate questa parola, psicologico portato a mille, di tre personaggi: madre, dirigente Asl, figlia, ambiziosa progettista culturale intenzionata ad accasarsi al nascente museo di arte contemporanea della città, e sindaco della stessa, amico della madre di lei. Ognuno mostra nella prima parte dello spettacolo il carattere ruvido, o fintamente accomodante, non lesinando peraltro discordanti e più o meno sinceri pareri verso gli altri, salvo poi finire in una fossa biologica, metafora che mi sembra davvero appropriata, del puro interesse personale. Dove, va da sé, ognuno dei tre cerca di poter ottenere il massimo beneficio, cosa che dovrà peraltro andare in crescendo, nella storia, che non si vede ma si intuisce. E al centro, un’inquietante prossima probabilissima chiusura di un reparto maternità dell’ospedale cittadino, che ci ritorna il segnale del contemporaneo più vero e assoluto, uno dei drammi possibili e reali del nostro tempo. Più di tutto a essere scoperta, per quanto da immaginarsi, è la nefandezza del voler mettersi in ordine il proprio orticello a qualunque costo, l’ossessiva corsa, per quanto mascherata, a sistemarsi il proprio tornaconto. E’ un ritratto avvilente della provincia italiana, e dell’essere umano in generale, che gli autori Franchi e Ricci ben mostrano e trattano, indicando, come appunto nella branchia psicologica della zona cieca già citata, quello che di noi non vediamo ma è lì, ed è pronto a palesarsi. Nessuno è perfetto, si potrà dire, questo è vero, ma quello che la nuova drammaturgia indica è giustamente un appunto, un invito a riflettere sull’onda di antichi difetti e mai superati temi. Ad esempio, è abbastanza terribile vedere come in pochi passi si possano variare i rapporti solo in base agli interessi che escono fuori. Corruzioni e confusioni, o meglio certezze, allora, di andare avanti per la propria strada, non curandosi di niente e nessuno se non con l’idea di stabilire un meccanismo che resti in equilibrio da vantaggio, se così si può dire. La regia di Luca Ricci compie il suo dovere, rimane lineare e torbidamente pura. Manuela Mandracchia, la madre, e Federica Ombrato, la figlia, vanno ben oltre la semplice efficacia, dimostrano di essere attrici pure, dallo sguardo lucido, per non parlare di Giorgio Colangeli, così straordinariamente naturale e strafottente, per citare un testo di Peppino Patroni Griffi. Insomma, uno spettacolo che affascina e che mette sul piatto letteralmente i biscottini vegani che si assumono a simbolo di una morale propria mai cercata, anzi, che piuttosto va nella direzione opposta. Le volpi termina per quest’anno ad Asolo il suo ciclo, pronto però a ritornare sui palcoscenici italiani la prossima stagione, e c’è ben più di un motivo per andarselo a vedere.

estratto dalla recensione uscita il 21.12.2024 su paneacquaculture.net

“..Le Volpi, l’ultimo lavoro della compagnia CapoTrave capitanata da Lucia Franchi e Luca Ricci, gioca sulla messa a fuoco del soggetto in primo piano, il microcosmo di una provincia, su uno sfondo più grande, l’intero territorio italiano. La pièce fa parte insieme ai due precedenti lavori della compagnia, La lotta al terrore e Piccola patria, di un trittico in cui la provincia italiana fa da paesaggio al racconto di alcune dinamiche relazionali.
In Le Volpi la lente di ingrandimento è posta sul tema della corruzione e sulle dinamiche di gestione del potere che spesso portano a non riuscire più a distinguere tra amicizia e clientelismo. Per affrontare questa “malattia italiana” i due cofondatori di CapoTrave (che abbiamo intervistato qui per PAC) sono partiti da letture emblematiche in tal senso, tra cui Todo modo di Leonardo Sciascia e Il Volpone di Ben Jonson. La questione è ben chiarita da Ricci: «Ecco, diciamo che volevamo scrivere una storia emblematica parlando di un orizzonte ristretto in cui un certo malcostume sembra un’eccezione (un’eccezione che poi diventa valanga). In realtà la nostra storia “piccola” vuole essere metafora della nostra italianità, del nostro modo di sentirci cittadini italiani, della nostra mentalità». Le volpi in scena sono tre: una madre, Manuela Mandracchia, dirigente dell’Asl locale; sua figlia trentacinquenne operatrice culturale, Federica Ombrato, e il sindaco di questo non specificato centro di provincia interpretato da Giorgio Colangeli. Né personaggi né luoghi possiedono nomi definiti in quanto essi rappresentano solo delle funzioni all’interno di uno spaccato del Paese, una finestra di mondo aperta su una provincia qualsiasi che potrebbe trovarsi ovunque, dall’estremo Nord fino al lontano meridione.

Ad amplificare quest’atmosfera rarefatta si aggiunge l’elemento temporale; la pièce, infatti, è ambientata nel pieno di un’estate italiana, tra il canto delle cicale e il ronzio dei ventilatori. Il primo conflitto che mette in movimento l’azione nasce proprio qui: nella calura estiva in cui ogni elemento pare immobile e sospeso, il sindaco ha urgente bisogno di attivarsi – fare alcune telefonate, detto in politichese – per evitare che il reparto maternità dell’ospedale locale venga chiuso. È una questione di voti e di credibilità davanti agli elettori; perciò è necessario affrontarla nell’immediato prima dell’inizio del gran letargo in cui il paese si assopisce durante il mese di agosto.
L’appuntamento cruciale è con la madre, l’unica per ruolo professionale in grado di presentare la questione alla Regione, all’ora del caffè davanti a un bel vassoio di biscotti vegani nell’accogliente salotto di casa di lei, il quale diviene il luogo della scena. Il colloquio pensato per svolgersi a quattro occhi ben presto si trasforma in un coro a tre voci di attacchi e di accuse, di trame e di favori. La figlia, infatti, ha deciso di restare al rinfresco, come ospite non gradito ai due “adulti”,  nella speranza di ottenere dal sindaco la promessa dell’apertura di un bando per la gestione del nuovo museo di arte contemporanea locale. Quello che sembra prospettarsi come uno scontro tra generazioni generato dall’attrito tra mentalità diametralmente opposte, si concluderà in un’inaspettata cooperazione sindaco-figlia mal digerita dalla madre…”

“…Le Volpi s’inserisce nel filone del teatro di parola in cui il testo, qui inteso come scrittura della storia in battute e dialoghi, è l’elemento preponderante al quale, di conseguenza, va riconosciuto in primis il merito in termini di riuscita dello spettacolo. Ad esso però si aggiunge il secondo fattore di rilevanza della restituzione scenica che consiste nella solida prova recitativa del trio Mandracchia-Ombrato-Colangeli: misurati e concreti, mai vittime di eccessi e di prevaricazioni l’uno sull’altro. Ne risulta uno spettacolo costantemente vivo dall’apertura fino alla chiusura.
Lo spettatore ha modo di specchiarsi nella vicenda ideata da Franchi e Ricci; gli animi si accendono perché si riconosce la vicenda come familiare. È molto comune, infatti, sentirsi stanchi e frustrati a causa del groviglio inestricabile di accordi e favoritismi in cui è imbrigliato il nostro Paese. Allo stesso tempo, però, è anche vero che i casi in cui concretamente qualcuno decide di attivarsi sono rari, perché in fin dei conti ciascuno di noi, come la figlia, vacillerebbe fortemente di fronte all’offerta di vedersi sistemato a vita in cambio dell’accettazione a capo chino del sistema…”

In rumorscena.com del 3 marzo 2024

 

È un gran peccato che l’attività di (perfetti) organizzatori di Festival Kilowatt tra Sansepolcro e Cortona e di molte altre inventive attività culturali, tolga tempo a Lucia Franchi e Luca Ricci per dedicarsi al teatro in prima persona. Le volpi – pièce che ha già avuto una bella tournée nel 2023 e ora riprende il giro nel nuovo anno – ne è la dimostrazione. Scritto a quattro mani, è un testo calibrato e intelligente che esplora la linea d’ombra tra politica e vita privata. O meglio, quel territorio scivoloso dove si fa presto a scambiarsi favori ambigui, a barattare l’interesse pubblico con guadagni personali. Dove, invece di tenere la barra dritta, si vira verso l’amichettismo – ficcante definizione di Fulvio Abbate per indicare le relazioni pericolose che mescolano interessi che dovrebbero restare separati.

Tutto è, volutamente, sottotraccia ne Le volpi: non siamo nei corridoi del potere, ma in una casa di vacanze in provincia, in un sonnacchioso e ronzante pomeriggio di agosto. Qui, fra tende appena mosse da vento e una luce ambrata d’estate, si incontrano due notabili del luogo. La prima è una dirigente sanitaria con una carriera rispettabile, l’altro il sindaco, e fra i due la figlia della dirigente, un curriculum d’eccellenza all’estero e zero tituli in patria. Apparentemente sembra un’innocente reunion fra due vecchi amici d’infanzia, un tè, biscotti artigianali e chiacchiere in libertà. Ma la conversazione inizia presto a deviare con insistenza su patteggiamenti e favori incrociati. Sotto le pressioni della figlia (Luisa Merloni, appuntita e sfiancante nel pungolare la madre con ricatti e richieste d’aiuto) e quelle insidiose del sindaco (Giorgio Colangeli, una copia e una stampa con la volpe di Pinocchio), la dirigente (Antonella Attili, abilissima nel modulare il piano in discesa della coscienza) finisce per cedere, ma forse era già pronta a farlo. È proprio qui, in questo appannamento dei confini, nell’indefinita posizione dei personaggi che si regola la regia di Luca Ricci. Sono le sfumature, i mezzi toni, i non detti che fanno dell’umano una volpe. Anzi, le volpi.

CapoTrave – la compagnia dei due autori – riconferma così la sua vocazione di impegno sociale che non rinuncia all’alta “sartoria” del fare teatro e a un solido cast. Merce sempre più rara sulle nostre scene.

in Hystrio, ottobre 2023

É un grido d’allarme per denunciare il malcostume e la consueta, accettata corruzione negli ambienti politici, un sistema, anche nel piccolo della provincia, fatto di scambi, favori, bandi farlocchi, aiutini, inciuci, intrallazzi, abuso d’ufficio e abuso di potere. Tre i personaggi in scena ne “Le volpi”, una sorta di saggio sociologico-economico a tratti brechtiano, altre immerso nelle atmosfere ibseniane di “Nemico del popolo”: la madre, alta dirigente della Sanità pubblica, la figlia (Luisa Merloni battagliera), che è dovuta emigrare nel Nord Europa per poter mettere a frutto i suoi studi artistici, e il sindaco del paese (ottimo Giorgio Colangeli). Il sindaco vuole che la dirigente faccia una telefonata per non far chiudere la maternità dell’ospedale cittadino (bassa natalità e Sanità a rischio), in realtà non vuole che il cognato perda l’appalto delle forniture, firmato senza bando e con decreto d’urgenza. La dirigente vorrebbe vedere più spesso i due nipotini e li avrebbe vicino casa se la figlia fosse nominata direttrice del neonato Museo della Contemporaneità. Sono tre volpi furbe, complici e colpevoli. La vera protagonista, schiacciata tra incudine (il sindaco-amico) e martello (la figlia), è la direttrice generale (Antonella Attili di polso), madre e nonna, che a più riprese confessa, come una voce fuori campo, nella bolla del microfono sul boccascena, i suoi patimenti e lacerazioni etiche, il suo non essere mai scesa a compromessi, l’essere integerrima. Il tappeto sonoro sottolinea questa indagine ricca di mistero, suspense e pathos. I tre bevono continuamente caffè e ingurgitano biscotti in una critica a 360° al nostro (ex) Bel Paese in declino dove il lavoro manca, quello creativo è amatoriale e sottopagato, i bambini non nascono, la regolarità dei bandi inesistente, dove ti devi affidare a padroni e padrini per aver riconosciuto valore e merito, dove è normale prendere scorciatoie perché “così fan tutti”.
Krapp’s Last Post del 25.09.2023

Convincono i debutti di “Hotel Borges” della Piccola Compagnia della Magnolia e CapoTrave con “Le Volpi”

Arriviamo al Todi Festival in un caldo pomeriggio di inizio settembre, ultimo fine settimana di festival, per assistere ai lavori di due compagnie italiane: “Hotel Borges”, prima nazionale della Piccola Compagnia della Magnolia, e “Le volpi” di CapoTrave, spettacolo che aveva debuttato a giugno in anteprima nazionale ad Asti.

Sono due lavori diversi e distanti sotto molti punti di vista, ma li accomuna senz’altro una certa felicità per quel che riguarda l’esito scenico. Si tratta di due lavori godibili, affiancati in un solo giorno. Mica cosa da poco. Da un lato (…) 

Dall’altro il lavoro andato in scena al Teatro Comunale – grande sfoggio di gioielli, orologi, tacchi, borse, colori e grandi svolazzamenti di abiti e di dame – che presenta una storia molto italiana, caratterizzata da quel familismo amorale, si direbbe nel linguaggio della sociologia, che pervade tutti gli ambienti che ci circondano, compreso anche il teatro.

(…) Per quanto riguarda la struttura drammaturgica, “Le volpi” è invece costruito – potremmo dire – in maniera completamente opposta. La scrittura di Lucia Franchi e Luca Ricci niente ha di dadaista od onirico, anzi è ben ancorata al reale e disegna un testo felice, equilibrato e che, soprattutto, va a colpire dove vuole colpire andando a stanare le volpi che si nascondono dentro di noi, pronte a uscire quando serve, soprattutto se si tratta di dare una mano a parenti e amici. Così come avviene nella provincia italiana, vera protagonista della pièce. In questo, il lavoro è sorretto dagli attori (Antonella Attili, Giorgio Colangeli e Luisa Merloni), perfetti nelle parti a loro assegnate, così come felice è la scenografia dello stesso Ricci.

Anche questo è certamente un lavoro godibile, veloce e compatto, in cui l’architettura drammaturgica è studiata in ogni minima parte, senza una sbavatura. Ci racconta di una domenica pomeriggio estiva dove, davanti a un caffè, si incontrano per sistemare alcune problematiche un sindaco (Colangeli), una dirigente Asl (Attili) e la di lei figlia (Merloni), che dopo una lunga esperienza all’estero è rientrata al paesello natio e si arrangia con laboratori di arte e iniziative varie, che certo non garantiscono la famosa “stabilità economica”.

Dall’incontro domenicale, tra caffè e biscottini vegani trangugiati a profusione, usciranno tutti con il proprio tornaconto, anche la figlia “dura e pura” che tanto tuonava contro certi costumi. Si accorgerà infatti che gli stessi, addosso a lei, calzano benissimo, addirittura meglio di come sperasse.

teatroecritica.net del 18/09/2023

Recensione. Le volpi è il nuovo spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci. I due autori della compagnia Capotrave continuano a scandagliare il sottosuolo sociale della provincia italiana come metafora del Paese; in questo caso si intrecciano opportunità politiche e culturali, favoritismi e clientelismo. Con Giorgio Colangeli, Antonella Attili e Luisa Merloni. Visto al Todi Festival 2023


Di taglio al palco del Teatro Comunale ci sono delle lunghe tende chiare; alte, sinuose, leggere ondeggiano mollemente filtrando della luce pomeridiana. Non una copertura, quanto una promessa che si sa già che verrà infranta. Promesse da portare a termine, promesse tradite, promesse che inevitabilmente creano un legame tra le persone coinvolte. Tre in questo caso: una dirigente sanitaria di un piccolo paese, personaggio coinvolto e stimato (portato sulle spalle con puntualità, grazia e accennata malizia da Antonella Attili); la di lei figlia, studiosa d’arte, ex emigrata in nord Europa e ora di ritorno con famiglia e figli, in visita dalla madre poco prima di partire per le vacanze estive (Luisa Merloni, incisiva e diretta, puntuale nel suo stereotipo dell’impegnata intellettuale disabituata al contesto provinciale); un sindaco, “un po’ appesantito sui fianchi”, alle prese con alcuni non precisati problemi locali, per i quali necessita l’intervento della proprietaria della casa entro cui si svolge la vicende (sornione è Giorgio Colangeli, mellifluo e però pronto ad accogliere l’occasione inaspettata). Quelle tende, nel loro essere complemento d’arredo di uno spettacolo in cui i personaggi agiscono e parlano aderendo a un metro naturalistico, dibattendo di questioni che attengono alla sfera del reale, diventano, in forma di sottile suggestione, il correlativo oggettivo del nodo che ha attanagliato la scrittura di Lucia Franchi e Luca Ricci al debutto a Todi Festival.

Il titolo ce lo dice fin da subito: i tre, per quanto ciascuno faccia di tutto per negarlo, sono Le volpi. Sono personaggi presi ciascuno dalle proprie priorità, ciascuno fermo sul proprio punto di vista a discapito del resto, convinto o convinta che per poter raggiungere il proprio obiettivo, ogni carta vada giocata. Man mano che ci si addentra nel discorso (e il testo ben si presta a dire a mezze parole, accentuando alcuni aspetti e lasciando che altri arrivino dilatati, come gli assoli di Attili, in contrasto quasi – ma volutamente – stonato), si inizia a comprendere che nessuno di loro è un’unica faccia, a proprio modo hanno anche delle ragioni valide. Vale per il sindaco che non vuole che venga chiuso un reparto d’ospedale, vale per la dirigente che è restia a intercedere presso la regione tramite canali personali, vale la figlia che vorrebbe ritornare a lavorare alla direzione del museo contemporaneo locale, mettendo a servizio le sue competenze di professionista al contrario dell’attuale dirigente, galoppino e poco preparato. E però, in una logica pesantemente viziata, a fronte di pur giuste motivazioni di partenza, ogni mezzo non solo diventa lecito ma – come leggiamo nell’esergo al testo con una citazione da Sciascia – «i grandi guadagni fanno scomparire i grandi principi, e i piccoli fanno scomparire i piccoli fanatismi».

Promesse si diceva, ma leggiamo clientelarismo, leggiamo favoritismi, leggiamo una pratica tanto comune da dirsi connaturata alla gestione, pubblica o privata, di tutto ciò che muove denaro, fondi, posti di lavoro, prestigio, interessi. Allora l’intervento di uno potrebbe essere risolutivo per l’altro ma è fondamentale che rimanga invisibile (come il vento che smuove le tende), che appaia come il corso naturale, corretto, delle cose (come la luce che filtra dal fuori scena), nell’apparente rispetto delle leggi e della morale. Salvo poi invece ribaltare le dinamiche di potere inizialmente presentate e rivelare i meccanismi malati della nostra società, nella quale si invoca la concessione su bando pubblico solo quando ci si sente esclusi e non quando si teme di essere superati. Del resto, un’altra immagine che ritorna con forza è quella del divorare biscotti da parte di tutti e tre, secondo tempi e modi differenti, tutti ad accaparrarsi briciole o pezzi grossi, non tanto per quello che effettivamente contiene in sé. La regia di Luca Ricci, nella nettezza di essere logicamente costruita su strutture quotidiane, alle quali si rifanno anche i tre attori, ben calibrati salvo alcune piccole sbavature da poter asciugare nel corso delle repliche, ha alcuni piccoli accorgimenti in grado di caricarsi di sensi metaforici ulteriori. Davanti a quelle tende si cammina, chissà quali pensieri si agitano, chissà se il personaggio che li oltrepassa non sia a sua volta attraversato da paure inconfessabili, che non si avverano, no, ma che lasciano presagire

La mancanza di coordinate identitarie o geografiche (i tre non si chiamano mai per nome, né viene mai menzionato quale sia il paese) dice dell’universalità di queste dinamiche. Dice di quanto spesso ci siamo trovati, ci potremmo trovare nella posizione di uno di loro, ci mette dalla parte della pubblica accusa morale per poi farci atterrare sul banco degli imputati, intenti a pensare: e se mi ci fossi trovato io? Cosa sarebbe stato necessario per dirmi che, in fondo, andava bene lo stesso autoassolvermi?

bebeez.it, 10 settembre 2023

Si è rinnovato l’appuntamento con il Todi Festival (…)

Le volpi, di Lucia Franchi e Luca Ricci è uno spaccato lucido e assai amaro della nostra provincia, già passata sotto la lente d’ingrandimento nel precedente Piccola patria. Ci troviamo in una non precisata cittadina in un bollente pomeriggio d’agosto: nel salotto della direttrice dell’Asl, incontriamo lei e la figlia (non ne conosceremo i nomi) che, terminato il pranzo, discutono dei preparativi circa l’imminente partenza verso la casa al mare dove si trova già la famiglia di quest’ultima.

La donna, esperta di arte contemporanea, è tornata in Italia da Rotterdam sperando di trovare una collocazione idonea alle sue qualifiche: lei punta alla direzione del Museo del Contemporaneo di prossima apertura che però sembra già destinato a un volenteroso anche se non molto esperto insegnante. Sono condivisibili le sue ragioni in base alle quali il merito e non l’appartenenza a un circolo chiuso dovrebbe avere la meglio.

La madre è in attesa di una visita: si tratta del sindaco suo amico che ha necessità di parlarle con urgenza. Quando si palesa per il caffè, servito con un vassoio di biscotti vegani, l’uomo fa chiaramente intendere che vorrebbe stare da solo con l’ospite e che sua figlia è di troppo. Nasce un diverbio tra le due donne e alla fine la più giovane la spunta e rimane. Il problema sul tavolo è l’annunciata chiusura del reparto maternità dell’ospedale locale (realtà che in questi anni ben conosciamo…) dato che il numero dei parti è inferiore a quello stimato essere ottimale.

Il sindaco chiede l’intervento dell’amica presso il competente assessore della Regione per scongiurare l’irreparabile, pregandola di chiedere udienza già l’indomani, ma lei non è affatto convinta di questa prassi tanto insolita e chiede tempo. Alla reazione stizzita del sindaco risponde ricordandogli che nella faccenda ha un preciso interesse: il cognato è infatti il titolare dell’azienda che fornisce all’ospedale tutto il materiale sanitario, ovviamente mai sottoposta a un regolare bando.

Dalla collera lui passa alla blandizie e le fa capire che potrebbe farle restaurare a gratis la casa al mare, ma la direttrice rifiuta sdegnosamente. A questo punto interviene la figlia: con una bella dose d’impudenza lancia al sindaco il messaggio che, in cambio della direzione del museo, lei si adoprerà per convincere la madre a fargli quell’agognato “favore”. Riuscirà nell’intento questa coppia tanto spregiudicata e male assortita, perpetrando così l’ennesimo atto di corruzione e malaffare tanto comuni e tollerati nel Bel Paese?

Siamo al cospetto di un testo tagliente e incisivo con dialoghi serrati, spesso ricchi di humor e ironia ma anche drammatici, serviti dalla funzionale regia di Luca Ricci: forse solo un po’ forzati gli “a parte” della madre al microfono, pur se inquadrano molto bene il personaggio, quel suo “scivolare verso l’alto” che ne denota l’ambizione e la forza di volontà necessarie a costruire una brillante carriera. 

Antonella Attili ne dà un ottimo ritratto, mutando i toni che spaziano dall’indignazione alla leggerezza delle debolezze di una nonna. Giorgio Colangeli in un’eccellente performance è il sindaco sanguigno, forte della sicumera del piccolo potere ma incolto (lui avrebbe preferito aprire un Museo della Pasta!) e intrallazzatore, e Luisa Merloni è la razionale figlia che rappresenta l’esercito di giovani talentosi che non riescono a trovare un’occupazione consona e dignitosa (ci si augura meno disponibili del personaggio al compromesso), tutti applauditi al teatro Comunale.

Prodotto da Capotrave e Infinito srl, costumi di Marina Schlinder e suono di Michele Boreggi e Lorenzo Danesin, la tournée di Le Volpi prosegue il 22 settembre a Firenze nell’ambito di Avamposti Teatrali e il 30/9 a Bagnoli di Sopra (Pd) nella Rassegna Musikè.
in Infinito futuro / rivista del Todi Festival, 09 settembre 2023

Un vassoio di pasticcini e una moka da caffè. Una sala da pranzo invasa dall’aria estiva delle ore più calde del primo pomeriggio. Tre “volpi” che interagiscono tra loro seguendo il testo di Lucia Fanchi e Luca Ricci, quest’ultimo anche alla regia e scene. 

Sul palco del Teatro Comunale di Todi (dove ha debuttato nell’ambito di Todi Festival 2023), la protagonista, interpretata da Antonella Attili, veste i panni di una dirigente di un’unità sanitaria, è alle prese con la propria figlia, Luisa Merloni, giovane artista emigrata all’estero per fare fortuna e da poco tornata con la speranza di potersi inserire nelle attività culturali del paese, finora senza successo. 

A far visita alle due donne, sarà Giorgio Colangeli, nelle vesti del sindaco del paese, che si trova a fronteggiare il problema dell’imminente chiusura del reparto di maternità dell’ospedale locale. La questione è il motivo dell’arrivo dell’uomo a casa, come scopriremo poi. Toccati entrambi dalla problematica, i personaggi di Attili e Colangeli discutono su una possibile soluzione. Le vacanze al mare per le due donne sono vicine, ma il lavoro richiede un ritardo. 

Chiamare l’ufficio della Regione e chiedere “per vie traverse” di poter ovviare alla chiusura potrebbe essere un mezzo verso un possibile risvolto? 

Onestà e corruzione si scontrano tra loro già dai primi attimi dello spettacolo, attraverso un tema caldo per la nostra nazione, ovvero quello della sanità e, di conseguenza, le modalità con cui viene gestita dagli uffici decisionali. Merloni è portavoce di valori come la lealtà e la correttezza e denuncia la scalata sociale realizzata attraverso favoritismi ed elargizioni, promossa dal sistema. 

Dall’altra parte, le parole del sindaco che vogliono celare la sua vecchia tendenza al clientelismo ed al dato economico. 

Al centro la dirigente. In più momenti l’attenzione si sposta sul suo personaggio, quando raggiunge il proscenio, illuminata da una luce bianca. Lì, come in un flusso di coscienza, l’attrice racconta le ambiguità della sua professione: un ruolo che deve affrontare innumerevoli problematiche, ma a volte banalizzato ed incompreso dalla gente che la circonda. Appare divisa tra la moralità e il bisogno di chiedere favori per una giusta motivazione legata al bene della cittadinanza. Un dissidio che pervade l’interiorità di ognuno di noi quotidianamente: l’interno essenziale di quella casa – composto da tre sedie ed un tavolino, alcune persiane a fondo palco e una lunga tenda di lato – potrebbe essere quello di un appartamento qualsiasi.

La recitazione naturalistica degli attori contribuisce all’universalità dello spettacolo, che usano dei toni colloquiali al punto che qualche anziano spettatore, alle prime battute, ha faticato un po’ prima di riuscire a “sintonizzarsi” sul registro attoriale voluto. La brezza estiva che spira e che muove le tende è indice della mollezza dell’anima di ognuno di quei personaggi, soprattutto quando ad interagire è la protagonista.

Durante lo spettacolo, c’è un inaspettato quanto decisivo cambio di rotta, nel quale però anche chi sembrava meno affiliato a certe logiche, sceglie di trarne il proprio vantaggio. Anche contravvenendo ai propri ideali, si può scegliere di realizzare la propria ascesa. Le volpi del titolo sono il simbolo dell’ipocrisia intrinseca agli esseri umani che hanno agito ed agiscono ancora, o hanno iniziato a farlo da poco, per un tornaconto personale.

Sara Cecchini Infinito Futuro n. 9 anno 7,3 settembre 2023

in paneacquaculture.net, 26 Agosto 2023,

Il soggiorno di un appartamento come tanti. Una madre e una figlia ormai adulta parlano dell’imminente partenza per il mare, dei bambini che già si divertono in spiaggia con il nonno. Le solite incomprensioni generazionali. Il nervosismo dell’estate. Il caldo di agosto. Un ospite di cui, non senza trepidazione, si attende la visita. Biscotti vegani e tazzine di caffè già pronti per addolcire la conversazione. E proprio una conversazione a tre voci costituisce l’ossatura portante de Le Volpi, spettacolo di Lucia Franchi e Luca Ricci (anche regista) che, dopo alcune anteprime estive, debutterà il 2 settembre al Todi Festival con Antonella Attili, Giorgio Colangeli e Luisa Merloni per interpreti. Una conversazione abilmente sospesa tra sfera pubblica e questioni private, pasticci politici e legami interpersonali, nel corso della quale i tre personaggi in gioco (designati con una semplice lettera: M, S e F) attraversano gli stati d’animo più controversi, passando con malcelata disinvoltura da vittime a carnefici, da ricattati a ricattatori e intrecciando le loro discutibili scelte etiche con la nostra Storia nazionale. M è la dirigente di una Asl locale la cui integrità professionale vacilla di fronte all’esplicito favore dovuto a S, sindaco di un non meglio specificato centro di provincia, il quale finirà a sua volta incastrato nella trappola opportunistica di F, figlia trentacinquenne della donna.

Il bel testo, sostenuto da una lingua ritmica e musicale che non rinnega i toscanismi e che a tratti si apre a declinazioni oniriche ed intime, nasconde dunque nelle sue maglie la malattia più strisciante nel DNA del nostro Bel Paese: corruzione, clientelismo, raccomandazioni vengono qui snocciolati e allusi sullo sfondo di una provincia asfittica e bigotta dove queste piccolezze, pur se gravi, attecchiscono quasi in penombra e troppo spesso finiscono sminuite a pura prassi. Nulla di cui scandalizzarsi, cioè. La vita va così; le cose stanno così e, alla fine dei conti, non c’è nulla di male.


Come nei precedenti Piccola Patria (2019) e La Lotta al terrore (2017), i due autori – cofondatori della compagnia CapoTrave e ben noti per il loro impegno come direttori artistici del Kilowatt Festival – affondano ancora una volta la penna nei biechi affarucoli di amministratori periferici che proliferano come funghi lungo la Penisola e sul palcoscenico diventano metafora di quella sete di potere e di denaro che, a tutti i livelli della nostra società, ieri come oggi, infesta come un virus letale la vita civile. D’altronde, ce lo insegna con estrema amarezza il capolavoro di Ben Jonson, Il Volpone (1606), cui si ispira il titolo stesso della pièce: “Un omaggio colmo di affetto personale – ci spiega Lucia Franchi – visto che proprio su Jonson ho scritto la mia tesi di laurea”. Raggiunti al telefono in piena vacanza, i due autori raccontano a PAC questa loro ultima avventura artistica.


La prima domanda non può che essere la classica domanda di rito: da dove nasce l’idea di questo lavoro?

LF: Possiamo dire che con Le Volpi proseguiamo il percorso di racconto, ambientazioni e dinamiche relazionali già sperimentato nei nostri due precedenti spettacoli, Piccola Patria e La Lotta al terrore. La provincia italiana fa da paesaggio all’intero trittico semplicemente perché è un mondo che conosciamo bene e che, insieme con il tema della famiglia, rappresenta un microcosmo capace di riflettere un macrocosmo più ampio. Qui abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla corruzione anche se noi, pur lavorando da anni a stretto contatto con le amministrazioni locali, non l’abbiamo mai sperimentata personalmente. Ci sembrava però interessante affrontare questa malattia italiana e siamo partiti da letture emblematiche in tal senso: Todo modo di Leonardo Sciascia, ad esempio, e appunto Il Volpone.

LR: Aggiungo solo che la provincia è fondamentale nella nostra scrittura perché noi viviamo a Roma ma lavoriamo in piccoli centri della Toscana, regione da cui proveniamo, e quindi abbiamo la possibilità di osservare da fuori, da un punto di vista privilegiato, le dinamiche che raccontiamo. In fondo, a pensarci bene, ogni forma di corruzione viene avvertita come ‘piccola’ anche perché in Italia siamo maestri nell’auto-assoluzione. Credo sia un tratto caratteristico del nostro Paese, dovuto probabilmente alla radice cattolica della nostra cultura: tutto può essere perdonato. Ecco, diciamo che volevamo scrivere una storia emblematica parlando di un orizzonte ristretto in cui un certo malcostume sembra un’eccezione (un’eccezione che poi diventa valanga). In realtà la nostra storia ‘piccola’ vuole essere metafora della nostra italianità, del nostro modo di sentirci cittadini italiani, della nostra mentalità.

Il testo ha apparentemente un impianto classico. Un tragicomico andamento dialogico che rifugge dal mero naturalismo restando, tuttavia, nel perimetro di un’impalcatura tradizionale. Eppure connotate i vostri personaggi solo con le lettere iniziali del loro ruolo. A cosa è dovuta questa scelta?

LF: Semplicemente qui non c’è necessità che i personaggi si chiamino per nome. In fondo essi sono delle funzioni. In Piccola Patria avevamo ragionato diversamente perché vi agivano un fratello e una sorella e c’era la necessità che essi si chiamassero a vicenda. Posso poi dire che, ad un livello più profondo di analisi, il fatto che i personaggi non abbiano un nome proprio incuriosisce molto il pubblico, crea dei depistaggi, porta tutto al livello di un gioco e di un mistero che solo poco a poco viene svelato. Abbiamo voluto, cioè, mettere i tre personaggi in relazione tra loro e con il pubblico partendo da un grado zero. Tutti sono sullo stesso piano. Tutti devono essere decifrati. Ciò serve proprio a far scaturire delle domande negli spettatori, a costringerli ad un lavorio mentale costruttivo.

Fa molto pensare, leggendo il testo, il fatto che alla fine dei conti il personaggio che sembra vivere con maggiore leggerezza il clientelismo di cui è protagonista sia proprio F, la figlia, la figura più giovane delle tre. La sua disillusione e, soprattutto, la sua mancanza di ribellione al sistema sono dati sconfortanti. Cosa potete dirci a riguardo?

LR: Quando scriviamo proviamo sempre a prendere le parti dei vari personaggi che immaginiamo e ci poniamo tanti quesiti. Soprattutto, cerchiamo di capire cosa li muova a fare ciò che fanno e a dire ciò che dicono. Nello stesso tempo, però, la nostra drammaturgia è costruita in modo da spostare continuamente la prospettiva su quanto succede in scena. Motivo per cui, come diceva Lucia prima, il pubblico è costretto a chiedersi delle cose, a inseguire i personaggi stessi nel tentativo di comprenderli. La figlia, a ben vedere, non è peggiore degli altri due. Perché qui non ci sono buoni o cattivi. Nessuno dei tre ha completamente torto né completamente ragione. Non ci piacciono le divisioni dicotomiche; semmai le sfumature, le contraddizioni.

LF: Concordo con quanto dice Luca. Vorrei chiarire che la figlia è una donna giovane che fa l’operatrice culturale, dunque un lavoro simile al nostro. Abbiamo voluto che lei ne uscisse così proprio per far capire che nessuno può e deve scampare ad un’autoriflessione. Nessuno è immune dai compromessi. Ne Le Volpi si parla però di compromessi che vanno ben oltre quelli che facciamo tutti nel quotidiano, nelle relazioni, nel lavoro. E quando l’asticella dei compromessi sale è bene che ognuno di noi, al di là dell’età anagrafica, senta il dovere di ragionarci e interrogarsi.

Come vi organizzate in questa scrittura a quattro mani che ormai conta diversi titoli nel repertorio di CapoTrave?

LR: Non c’è una regola. Sono quindici anni che lavoriamo insieme e ormai abbiamo trovato un assestamento, per così dire, interno. Di solito, dopo aver maturato l’idea da elaborare, pensiamo molto prima di scrivere, leggiamo, studiamo. Poi Lucia trasforma tutto questo materiale in battute. Invece la revisione finale spetta a me. Nello specifico de Le Volpi, tutte le scene che abbiamo intitolato Incursioni dal futuro (scene in cui M si allontana dalla situazione realistica della conversazione e fa un monologo personale) le ho scritte io. O meglio, le ho estrapolate dal corpo della drammaturgia dove erano state messe in un primo momento. Credo che con questo stratagemma strutturale il testo acquisti un aspetto post-drammatico di rottura della finzione che contribuisce in misura sostanziale all’engagement del pubblico.


LR: La regia è molto semplice perché essenzialmente fa leva su tre attori molto bravi e sull’idea di uno spazio attraversato da toni caldi e freddi di luce. Mi spiego: lo spazio deputato alla conversazione è una sorta di area circolare dove predominano i toni freddi, proprio per indicare il gioco di equilibrio, di mediazione, in cui i personaggi si trovano invischiati. Intorno a loro, però, è estate, siamo in agosto. E dunque il mondo esterno si traduce in toni caldi di contorno che restano però sempre sullo sfondo, fuori dal perimetro dell’azione. Verticalmente, ad esempio, ho immaginato una lunga veneziana da cui filtra la luce e una tenda che ogni tanto ha un moto ondulatorio, come se fosse mossa dal vento. Tutti elementi che ci parlano di un fuori, di una dinamica. Lo spazio quindi non è pensato in termini realistici bensì assolutamente evocativi, fluidi.

Non deve essere facile conciliare il lavoro di drammaturghi e registi con l’organizzazione e la direzione di Kilowatt. Come riuscite a tenere insieme le vostre due anime teatrali?

LR: Questo doppio ruolo è proprio la croce e la delizia della nostra vita professionale. Kilowatt sarebbe impensabile senza la squadra di persone che da anni ci affiancano lavorando con grandi passione e impegno. Ciò ci aiuta molto, perchè tutti gli aspetti meramente organizzativi li deleghiamo ad altri. Certamente noi nasciamo come artisti che il teatro lo fanno (CapoTrave è nata nel 2003, ndr). Da quando dirigiamo il festival corriamo il rischio di essere incasellati come ‘quelli di Kilowatt’ e spesso sentiamo di non riuscire ad avere pari visibilità come autori. Ovviamente siamo felicissimi che la rassegna sia cresciuta e sia apprezzata. Ci teniamo molto. Ma il festival rimane ben separato dall’attività drammaturgica: da anni non presentiamo più i lavori di CapoTrave nel programma di Kilowatt, né lo faremo in futuro, perché non ci sembrerebbe né opportuno né elegante. D’altro canto, però, rivendichiamo la giusta attenzione anche per il nostro lavoro di scrittura e di regia.

Da un lato, siete direttori di uno dei festival italiani più importanti e dall’altro autori e produttori di testi contemporanei. Sicuramente ciò vi garantisce un punto di osservazione privilegiato rispetto proprio al panorama della nuova drammaturgia. Che idea avete riguardo i giovani autori italiani?

LF: Ovviamente come organizzatori di Kilowatt leggiamo molti testi, molti progetti. Il festival aderisce anche al Network drammaturgia Nuova (NdN) coordinato da Idra Teatro di Brescia e posso dire che – parlo a titolo soggettivo, per me e Luca – la drammaturgia contemporanea in Italia ci sembra molto viva. Inoltre, si registra un ritorno al teatro di parola. Dopo anni in cui predominava una ricerca anti-dialogica e anti-plot, oggi notiamo che ci sono brave autrici e bravi autori che producono testi per lo più di impianto classico o comunque molto attenti al linguaggio verbale. Molti di loro escono dalle scuole ufficiali e scrivono spesso per una loro compagnia. Forse quello che manca è la possibilità, per questi talenti, di fare esperienze formative sempre nuove e arricchenti, magari anche all’estero. Ciò vale anche per la danza o il circo. Servono canali formativi altri e diversificati. Serve, in parole povere, una formazione continua. Perché a volte, alla grande vivacità di idee, si accompagnano delle carenze di tipo meramente tecnico. Comunque sia, guardando al quadro europeo, noi italiani non siamo assolutamente indietro rispetto ad altri Paesi e anzi, in fatto di inventiva e immaginazione, abbiamo sempre tanto da dire.

 La Gazzetta di Parma, 6 agosto 2023

“Secondo gli esperti, questo successo (il moltiplicarsi delle volpi al punto da non poterne indicare il numero) è dovuto soprattutto alla straordinaria capacità della volpe di sfruttare ogni tipo di risorsa e ogni tipo di ambiente, anche molto antropizzato” (Marco Granata, “Uomini e volpi, quasi amici”): perfetto dunque il titolo scelto, “Le volpi”, da Lucia (Franchi) e Luca (Ricci) di CapoTrave per lo spettacolo che svela, in modo sciolto, realistico e sintetico, con un dialogato ben costruito, anche i molteplici “sottotesti”, pensieri e stati d’animo, che conducono a quella adattabilità all’ambiente (sociale? politico?) che risponde felicemente (forse), al di là di ogni riflessione/ ostacolo etico, ai singoli interessi individuali nella parvenza dell’interesse collettivo.

Un testo che si legge con infinito piacere, facendo anche nascere il sorriso, specie lì dove si colgono quei lievi slittamenti di posizione tra detto e non detto, bisogno di difendere la propria posizione (ideale?) scivolando verso altre direzioni, alla conquista infine di quei compromessi cercati, voluti, raggiunti. Un lieto fine? Sartre aveva intitolato un suo testo “L’ingranaggio”, lì dove l’ideologia, le scelte rivoluzionarie, erano divorate dalla necessità della Storia: impossibile la nazionalizzazione del petrolio, il sequestro dei beni degli stranieri. Non c’era scelta. O forse sì: ma a quale prezzo?

Anche con “Le volpi” si può riconoscere una condizione obbligata? Anche qui sembra di riconoscere una struttura a catenaccio perché si conservi in paese il reparto Maternità, perché possano essere fatti con cura i lavori alla casa al mare, perché anche in quel territorio si possa cogliere nel nuovo Museo del Contemporaneo un respiro internazionale, perché una giovane donna con figli possa tornare in Italia, nel luogo d’origine, e, portando benefici culturali alla sua terra, raggiungere l’equilibrio desiderato tra lavoro e famiglia.

Ad accompagnare il titolo, di fianco alla citazione di Ben Jonson (“Honour? Tut, a breath; there’s no such things in nature: a mere term invented to awe fooles”, da “Volpone”, l’onore solo un respiro, una parola inventata per stupire gli sciocchi: è ben altro a muovere il mondo) si trova quella di Leonardo Sciascia, “I grandi guadagni fanno scomparire i grandi principi e i piccoli fanno scomparire i piccoli fantasmi”, da “Todo Modo”.

Senza seguire lo spettacolo di CapoTrave, si fossero conosciuti solo gli esiti di quegli accordi, chi avrebbe potuto immaginare quel gioco a tre? Sì, probabilmente non sarebbero mancati dei pettegolezzi, vaghe ipotesi e poco più… Molto bravi gli interpreti Antonella Attili, Giorgio Colangeli e Luisa Merloni: si avverte il senso delle pause, questo naturale/ funzionale uscire/ entrare dell’uno o dell’altro per permettere anche confronti a due tra il sindaco, la madre, (funzionaria di alto grado nella gestione della sanità) e la figlia, una sorta di coreografia dialogica ben congegnata preparando caffè, mangiando biscotti vegani.

A creare momenti di sospensione, di lato, al microfono, passaggi di straniamento, ci sono alcuni pensieri “a parte”, subito significativo quello dell’avvio, come se fosse tutto un ricordo, qualcosa di già avvenuto a cui ripensare: quando era iniziato tutto quello? Non c’era stato un momento preciso, lei almeno non se n’era accorta… Già: tutto era accaduto in modo sereno, tranquillo, appena ogni tanto qualche beve inizio di contrasto, facilmente riassorbito, come in famiglia quando nessuno vuole far nascere litigi, lì, in quella sorta di salottino, un soggiorno con tavolino e qualche sedia.

C’è tuttavia un’urgenza: bisogna fare al più presto una telefonata. Perché è estate e il giorno dopo si parte per il mare. Ma come mai la figlia non vuole andarsene?, pure è quanto si preferirebbe: deve svolgersi un dialogo di lavoro tra due persone che hanno degli obblighi nei confronti della comunità, in quel mondo di provincia, che tale si rivela sotto molti aspetti, anche nel fare i nomi di chi comunque non è possibile mettere da parte.

Le battute sono brevi, buono il ritmo, i toni confidenziali, si parla di orari per la partenza, della ricetta dei biscotti, del mercatino al mare… Anche se si colgono qua e là delle tensioni: la madre per esempio teme un poco il carattere della figlia, “a volte sei ruvida…”. E’ consapevole che quello sarebbe stato un incontro “politico” e non vuole che la figlia sappia, veda, giudichi, intervenga “ruvidamente”? Pure sa essere anche “amabile”!

Molto interessanti quei frammenti di discorso sul rapporto tra amatoriali e professionisti per il Museo del Contemporaneo da aprire in un palazzo appena restaurato, così come per il bisogno di conciliare realtà locale e visibilità internazionale. “Io sono la più adatta a dirigere quel Museo”: la figlia lo dice esplicitamente. Sembra non abbia nessuna voglia di tornare a Rotterdam. Parla di trasparenza, riconoscimento dei meriti. Ci vorrebbe un bando?! A questo si arriverà? Ma non si vuole dire di più: perché c’è anche una sorta di suspense in questo gioco dell’adattabilità volpina…Un ottimo testo, un’eccellente recitazione. E, malgrado non se ne desiderino più da tempo, potrebbe starci bene anche un bel dibattito finale…